Erica Boschiero, voce della Natura, della Pace e dell’Impegno

 Erica Boschiero, voce della Natura, della Pace e dell’Impegno

Michele Dotti intervista per l’Ecofuturo Magazine Erica Boschiero, una delle voci della Natura, della Pace e dell’Impegno.

Cantautrice tra le più riconosciute e premiate del panorama italiano, Erica Boschiero ha portato la sua musica in momenti simbolici come i grandi concerti con Papa Francesco, la Marcia per la pace PerugiAssisi e l’Arena di Pace di Verona, fondendo arte e impegno sociale. La sua carriera spazia tra palchi, piazze, festival e progetti sociali che intrecciano musica, diritti umani e tutela dell’ambiente. Con il nuovo album Un posto sulla terra, uscito nel dicembre 2025, continua a proporre un sentire profondamente umano e attento alla natura, raccontando storie che parlano di comunità, speranza e futuro, invitando chi ascolta a respirare insieme a lei un mondo più giusto.

Erica, la tua musica è spesso attraversata da temi legati alla giustizia sociale, alla pace e all’ambiente. In che modo l’urgenza ecologica di oggi influenza il tuo processo creativo e la scrittura delle canzoni?

«Credo dipenda dalle mie radici. Sono nata ad Auronzo di Cadore, un paesino sulle Dolomiti; ho passato la mia infanzia nei boschi vicino a casa, a stretto contatto con la natura spesso anche da sola. Lì, ha preso corpo un rapporto viscerale con quest’ultima, che me la fa sentire vicina, sento di esserne parte, come d’altronde tutti lo siamo. Perciò quando assisto alle violenze che tante persone (capi di grandi multinazionali come piccoli imprenditori o cittadini comuni) stanno perpetrando nei suoi confronti, sfruttando e privando di spazi e di vita le forme viventi più indifese come animali, alberi e suolo – nella complicità o inazione di gran parte dei decisori politici – è come se sentissi quelle violenze sulla mia stessa pelle».

«Per questo ne scrivo, non posso farne a meno, descrivo l’urgenza ecologica perché sento minacciata la mia stessa vita, la vita di noi tutti, insieme a quella di tante specie animali e vegetali».

L’Ecofuturo Magazine racconta storie di cambiamento possibile. Credi che la canzone d’autore possa essere uno strumento concreto di trasformazione culturale e ambientale?

«Lo credo fortemente. La canzone è da sempre uno strumento di identificazione collettiva, di riflessione sul presente, di costruzione di una visione del futuro. Abbiamo bisogno di dirci che non tutto è perduto e che ognuno deve fare la propria parte, io cerco di farlo così».

Nei tuoi testi emerge una forte dimensione comunitaria. Quanto è importante per te il rapporto diretto con i territori e con le persone che li abitano, anche nei tuoi concerti e progetti?

«È una componente fondamentale. Molti dei miei concerti si svolgono proprio in realtà piccole, nel mondo dell’associazionismo, nelle realtà periferiche dove si cerca di resistere all’omologazione culturale. L’isolamento che in molti stanno vivendo in quest’epoca è uno dei drammi e delle cause della crisi globale a cui assistiamo. Credo, in fondo, di scrivere e cantare anche per questo, per ricordarci che non siamo isole, che abbiamo bisogno di relazioni, che sono queste a dare senso al nostro esistere e al nostro fare, e a rendere possibili i sogni che da soli pensiamo irrealizzabili».

Hai collaborato con realtà sociali, educative e culturali molto diverse. Quali incontri o esperienze hanno maggiormente nutrito la tua consapevolezza ecologica e umana?

«Negli anni ho avuto la fortuna di lavorare a fianco di tante persone che si prendono cura del pianeta e dei suoi abitanti. Mi piace ricordare il tour fatto nelle foreste gestite responsabilmente in collaborazione con FSC Italia, ma anche la collaborazione che è nata con Almo Nature – Fondazione Capellino e con NaturaSì grazie al mio ultimo lavoro. E poi la quasi decennale collaborazione con la Fondazione Perugia-Assisi, che mi ha portato tante volte sul palco della Marcia della Pace, permettendomi di approfondire i temi della pace e della nonviolenza, quantomai attuali e inascoltati… sono una persona fortunata».

In un’epoca segnata da crisi climatiche e conflitti, come si può tenere viva la speranza senza cadere nella retorica o nell’ingenuità? La musica può aiutare in questo equilibrio?

«Prima di tutto informandosi: non fermandosi agli slogan da social o ai titoli dei quotidiani, ma approfondendo e cercando di farci un quadro critico e ampio delle questioni della contemporaneità. Coltivando la speranza in modo attivo, prendendoci la responsabilità delle nostre azioni, concretamente. Tornando a riempire di senso le parole, e facendolo insieme, in comunità. La musica, in tutto questo, ha senso se nasce dall’esperienza (vissuta o immaginata, ma sempre e comunque vera), da un sentire profondo, dall’attraversamento di ciò che spaventa e interroga, dal guardare in faccia il nostro dolore, la nostra paura, la nostra fragilità. Lo senti, se dietro una canzone c’è un percorso reale di spoliazione, di ricerca, di messa in discussione, di attraversamento dell’ombra. È questo che a mio avviso preserva dalla retorica e dall’ingenuità».

Molti giovani vivono un forte senso di eco-ansia e disillusione. Che ruolo ritieni possano avere gli artisti nel dialogare con le nuove generazioni su questi temi?

«Questa è una bella domanda, è una cosa su cui mi interrogo spesso. Credo che possano avere un ruolo importante, soprattutto se riescono a parlare la loro lingua. In questo mi rendo conto che ho molto ancora su cui lavorare, soprattutto pensando ai giovanissimi, perché nel giro di pochi anni il linguaggio è cambiato molto. Sento in loro un bisogno profondo di senso, di speranza, di essere ascoltati. Una buona fetta di panorama musicale però oggi utilizza quel tipo di linguaggio per veicolare messaggi di rabbia, divisione, esaltazione del denaro, del potere, delle armi, svilimento della donna, denigrazione di chi è fragile. Riuscire a suggerire un senso diverso, una direzione di cura e di speranza, usando il loro linguaggio in un modo che risulti credibile perché – anche qui – vero e vissuto realmente, è una bella sfida. Necessaria, direi».

Guardando al futuro, che tipo di “eco-futuro” immagini e desideri, non solo come cittadina ma anche come artista?

«Desidero un futuro di cura e consapevolezza di quanto sia prezioso questo Pianeta che abbiamo ricevuto in dono come casa, e la nostra stessa vita. Un futuro dove ci sentiamo custodi e non padroni, consumatori responsabili e non accumulatori seriali di beni inutili, dove tecnica e sviluppo possano coesistere con un ambiente in salute e ricco di biodiversità, dove le altre creature non vengano considerate come mera merce per la nostra sussistenza ma come esseri viventi che hanno diritto di essere trattati con dignità e rispetto. Un futuro dove anche l’arte venga considerata nutrimento per l’individuo e per la società, e non solo occasione di intrattenimento, per lo più domestico e appannaggio di pochi».

«Immagino che forse un giorno ci arriveremo, ma per arrivarci temo dovremo attraversare momenti di smarrimento e di buio, per certi versi ci siamo già dentro da un po’, forse è una fase inevitabile per farci crescere davvero come umanità».

Se dovessi racchiudere in una canzone o in un verso il messaggio che vorresti lasciare a chi legge L’Ecofuturo Magazine, quale sarebbe e perché?

«Senza dubbio il verso di Bellomondo: “Bello mondo, bello mondo, sei casa nostra e noi avremo cura di te”. È il ritornello di una canzone scritta con 300 bambini delle scuole dei paesini di montagna dell’alto Friuli, il cui videoclip è stato realizzato anche grazie all’aiuto proprio di Ecofuturo. È una canzone che ha fatto tanta strada (l’abbiamo cantata anche allo Stadio Olimpico, in piazza San Pietro e in Aula Nervi con il Coro dell’Antoniano di Bologna davanti a Papa Francesco) e che continuo a cantare ad ogni concerto, in cui tante persone si ritrovano. Perché in fondo lo sentiamo, che la strada è quella, ed è tempo di crederci davvero».

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Redazione

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