Economia post-lineare per sistemi economici e sociali resilienti
L’economia post-lineare è una necessità vitale per costruire sistemi economici e sociali resilienti- Articolo di Michele Dotti, direttore de L’Ecofuturo Magazine.
Tendiamo a credere che il mondo sia sempre stato com’è attualmente. Se pensiamo all’economia, per esempio, la percepiamo prevalentemente come lineare. In realtà, per la quasi totalità della storia umana, fino alla Rivoluzione Industriale, l’economia umana è stata sostanzialmente circolare. Per necessità, a dire il vero, più che per scelta. Le comunità vivevano con ciò che era localmente disponibile, utilizzando e riutilizzando le risorse in cicli chiusi. I rifiuti erano biodegradabili, gli oggetti venivano riparati, riadoperati e persino tramandati (altro che fast-fashion). L’energia era rinnovabile: sole, vento, biomassa, forza muscolare o idraulica. Anche le civiltà più complesse, come Roma o la Cina imperiale, mantenevano un equilibrio ciclico, perché le risorse erano limitate e costose da estrarre e trasportare, e le società erano consapevoli della loro dipendenza dalla natura.
Il modello lineare, come lo conosciamo oggi, nasce solo alla fine del XVIII secolo, con la Rivoluzione Industriale, grazie alla disponibilità di energia fossile abbondante e concentrata, che rende possibile l’estrazione di materia e la sua trasformazione su larga scala come mai prima si sarebbe potuto immaginare. Si afferma in questo modo un sistema basato su estrazione, produzione e smaltimento; è così che nascono i rifiuti e inizia l’obsolescenza. Il concetto di “usa-e-getta” è stato sconosciuto per tutta la storia umana e compare solo nel XX secolo per alimentare – artificialmente – la crescita economica continua.
Inoltre, la separazione geografica tra produzione, consumo e smaltimento (aumentata progressivamente, in parallelo alla crescita delle distanze, con la globalizzazione) ha nascosto ai nostri occhi le conseguenze ambientali e sociali di questo processo. Tanto che, spinto dalla potente molla del profitto, il modello lineare si è imposto nel mondo industrializzato come paradigma dominante, ignorando la finitezza delle risorse e la capacità limitata degli ecosistemi di assorbire rifiuti.
Ma dalla seconda metà del Novecento è andato progressivamente in crisi. Ed oggi per fortuna si assiste a un ritorno all’economia circolare, anche se la strada da fare è ancora moltissima. Secondo il Circularity Gap Report 2024, l’economia globale è solo al 7,2% circolare. Le cose vanno un po’ meglio nell’Unione Europea (UE-27) che, secondo l’Agenzia Europea per l’Ambiente, nel 2023 ha raggiunto un tasso di circolarità pari all’11,8 %. Più virtuosa l’Italia che ha raggiunto un tasso di circolarità pari al 20,8 % nel 2023, che ci posiziona al secondo posto in Europa, subito dopo i Paesi Bassi (30,6 %).
Stiamo vivendo una fase di transizione ambivalente: molto avanzata sul piano culturale e progettuale, ma operativamente lenta. È evidente quanto siano cresciute la consapevolezza pubblica su questi temi e il desiderio di soluzioni più sostenibili. L’economia circolare è entrata nei piani strategici di governi, grandi imprese, città. Sono attivi migliaia di progetti in ogni settore (edilizia, moda, cibo, energia, packaging, tecnologia). Crescono le startup dell’economia rigenerativa e i modelli di business basati su riuso, sharing, prodotto come servizio. Ma restano dei limiti strutturali: la maggior parte degli sforzi si concentra sul riciclo, mentre servirebbe agire a monte: nel design, nella riduzione, nei modelli distributivi.
Qui entra in gioco il concetto di resilienza. L’economia circolare ha un potenziale resiliente, ma non lo è per definizione. Una filiera di riciclo altamente specializzata ma dipendente da forniture globali o infrastrutture complesse può essere vulnerabile; guerre, blackout, crisi geopolitiche possono fermarla. Occorre dunque progettare la circolarità con la resilienza come criterio guida. Ma cos’è realmente la resilienza? Non si tratta semplicemente di resistere agli urti esterni, ma di trasformarli in opportunità di rinnovamento. Resilienza è capacità di apprendere, adattarsi e migliorare. È per questo che circolarità e resilienza sono strettamente connesse.
L’economia circolare, in sintesi, si basa su tre princìpi:
- Eliminare gli sprechi fin dalla progettazione;
- Mantenere prodotti e materiali in uso il più a lungo possibile;
- Rigenerare i sistemi naturali.
È un cambio di paradigma: dove l’economia lineare vede un “fine vita”, quella circolare vede un nuovo inizio. Rispetto a questo, le azioni individuali contano, ma servono anche scelte politiche coraggiose.
Le politiche europee come motore del cambiamento.
Nel 2015 l’UE ha lanciato il pacchetto “Economia Circolare”, seguito dal Green Deal (2019) e dal Circular Economy Action Plan (2020), con l’obiettivo di rendere l’economia europea completamente sostenibile entro il 2050. Tra le misure principali di questa strategia: design di prodotti più durevoli e riparabili, stop alle discariche, sostegno all’economia collaborativa. Peccato soltanto che, durante il processo legislativo, a seguito delle pressioni di lobby industriali, molte di queste misure siano state indebolite o rinviate. Eppure, queste politiche generano valore economico e occupazione. Secondo Eurostat, il settore del riciclo in Europa impiega già oltre 600mila persone e potrebbe triplicare entro il 2030.
Esempi di resilienza circolare.
In tutto il mondo, numerose città, aziende e comunità stanno dimostrando che la transizione circolare è possibile. Amsterdam è un modello: punta a diventare completamente circolare entro il 2050. Riutilizza materiali da demolizione, promuove mobilità condivisa, industrie a circuito chiuso e agricoltura urbana. Emblematico il quartiere Buiksloterham, costruito secondo criteri di economia circolare: materiali tracciabili, energia rinnovabile, reti intelligenti tra cittadini.
Kalundborg, nel Nord della Danimarca, ospita uno dei primi “parchi industriali circolari” al mondo; dal 1989, diverse aziende – tra cui una centrale elettrica, un raffinatoio, una fabbrica farmaceutica e un’azienda agricola – collaborano scambiandosi risorse come calore residuo, gesso, anidride carbonica e acqua depurata. Questo consente di ridurre sprechi, emissioni e costi operativi, mentre crea legami territoriali solidi e resilienti.
In Italia, Capannori (Lucca) è stato il primo comune a aderire alla strategia “Rifiuti Zero” nel 2007. Da allora ha costruito una rete di centri di riuso, avviato progetti di raccolta porta a porta e ridotto drasticamente i rifiuti smaltiti. Un modello, esportato poi in decine di altri comuni.
Milano, nel giro di pochi anni, è diventata una delle città leader in Europa nella raccolta differenziata dell’umido, creando una filiera virtuosa che trasforma gli scarti alimentari in compost per l’agricoltura urbana.
Non si tratta di un caso isolato. Il Consorzio Italiano Compostatori ha saputo trasformare la raccolta differenziata dell’umido in una filiera virtuosa. Oltre 6 milioni di tonnellate di rifiuti organici l’anno vengono trasformati in compost di qualità, restituendo fertilità ai suoli impoveriti.
Altro esempio è quello di Ecopneus, il Consorzio che dal 2011 ha permesso il recupero di oltre 2 milioni di tonnellate di pneumatici fuori uso, trasformandoli in pavimentazioni per parchi giochi, piste di atletica e persino asfalti innovativi più duraturi e sicuri.
Il CONAI, che coordina il recupero e il riciclo degli imballaggi in Italia, grazie a un sistema di responsabilità estesa del produttore, ha permesso di raggiungere tassi di riciclo superiori al 70% per carta, vetro, metallo e plastica.
Ma la resilienza non è fatta solo di grandi numeri. E’ fatta anche di scelte piccole, quotidiane, diffuse. Come quelle portate avanti dalla Rete Italiana di Economia Solidale, dove produttori e cittadini si organizzano in gruppi di acquisto solidale per sostenere un’economia etica, trasparente, che valorizza il territorio e riduce gli sprechi.
Va in questa direzione anche la piattaforma “Too Good To Go”, che aiuta ristoranti e supermercati a vendere a prezzo ridotto il cibo invenduto, evitando sprechi e generando valore sociale. È un esempio perfetto di “circolarità sociale”, dove resilienza significa anche solidarietà.
E non si tratta solo di prodotti: anche i modelli di business cambiano. Crescono le piattaforme di sharing, come il car sharing, il cohousing, la logistica condivisa. Ogni volta che condividiamo un bene anziché possederlo individualmente, costruiamo resilienza collettiva.
I motori della trasformazione.
Una transizione verso l’economia circolare non può prescindere dall’innovazione tecnologica. Negli ultimi anni, si sono sviluppate soluzioni che permettono di monitorare, tracciare e ottimizzare i flussi di materia e di energia. La blockchain, ad esempio, assicura la trasparenza e tracciabilità delle filiere; l’intelligenza artificiale e l’Internet of Things (IoT) consentono di migliorare l’efficienza energetica e di favorire la manutenzione preventiva. Tra le tecnologie emergenti, si segnala il riciclo chimico delle plastiche, che permette di degradare i polimeri fino ai loro componenti base.. CONTINUA A LEGGERE GRATIS L’ARTICOLO SU L’ECOFUTURO MAGAZINE – CLICCA QUI
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