COP30 – Il ballo sul destino del Mondo: passi avanti, passi indietro

 COP30 – Il ballo sul destino del Mondo: passi avanti, passi indietro

Belém — La 30ª Conferenza delle Parti sul clima si è chiusa con un esito deludente: il testo finale approvato presenta sì nuovi meccanismi per cercare di tradurre le promesse in azioni concrete per l’adattamento climatico, ma lascia un vuoto politico pesante: nel documento non è stata inserita alcuna tabella di marcia per l’eliminazione graduale dei combustibili fossili, un punto che molti Paesi avevano considerato cruciale.

Da Ecofuturo arriva quindi una proposta netta: sospendere o rallentare la frequenza delle COP (una ogni cinque anni) e affiancare a questi vertici una conferenza annuale dedicata esclusivamente alle ecotecnologie concrete, pratiche e finanziabili. Un messaggio che denuncia «il circo» delle COP consumatrici di CO₂ – e sempre più controllate da lobbisti – e riflette la frustrazione diffusa tra attivisti e realtà associative che chiedono appuntamenti utili, meno rituali e più orientati all’implementazione tecnica. (Qui il post del cofondatore di Ecofuturo Fabio Roggiolani).

Le decisioni

Il “pacchetto di Belém” mette in fila alcuni strumenti nuovi — il più rilevante è il Global Implementation Accelerator, pensato come piattaforma volontaria per aiutare i Paesi ad accelerare l’attuazione degli impegni climatici — e l’iniziativa politica denominata “Belém Mission to 1.5”, che vuole coordinare gli sforzi per mantenere vivo l’obiettivo di limitare il riscaldamento globale a +1,5°C. Sono decisioni che, tuttavia, restano non vincolanti.

Sul piano finanziario, la conferenza ha richiamato l’attenzione sull’adattamento — tradizionalmente sottofinanziato — con forti inviti a incrementare i flussi e a semplificare l’accesso ai fondi per i Paesi più vulnerabili. Diversi rapporti e osservatori registrano infatti la necessità politica minima di triplicare gli stanziamenti per l’adattamento nel medio periodo.

Il punto più controverso resta però quello energetico. Dopo settimane di negoziati e pressioni, qualsiasi riferimento operativo al phase-out o al phase-down dei fossili è stato tolto dal testo finale: la questione è stata spostata in documenti separati e nelle agende future, ma non è stata codificata nella decisione collettiva. La scelta ha provocato forti critiche da parte di numerosi governi vulnerabili e delle organizzazioni della società civile.

A Belém si è vista, inoltre, una tensione ormai nota nelle COP moderne: la presenza massiccia di lobby legate a petrolio, gas e, in parte, al settore nucleare. Molti osservatori hanno sottolineato come la conferenza, nonostante la grande partecipazione di ONG e delegazioni indigene, sia sempre più presidiata da attori con interessi economici fortissimi — un fenomeno che indebolisce la voce delle associazioni e degli scienziati.

Le reazioni politiche e della società civile si muovono su linee opposte: alcuni governi e organizzazioni vedono nell’Accelerator e nella Mission to 1.5 passi utili per trasformare gli impegni in progetti realizzabili; altri giudicano il risultato insufficiente perché privo di paletti sul carbone, sul petrolio e sul gas. Per le ONG ambientaliste la mancanza di un impegno chiaro sui fossili rappresenta «un’occasione mancata» che rischia di rendere vano parte dello sforzo sull’adattamento e sulla giustizia climatica.

Il confronto tra COP28 e COP30

Dubai aveva aperto per la prima volta uno spiraglio sulla transizione dai combustibili fossili, mentre Belém ha scelto di spostare il focus sull’implementazione e sul supporto tecnico, lasciando però un vuoto politico proprio sul nodo più urgente. Gli strumenti introdotti in Brasile – dal Global Implementation Accelerator alla Mission to 1.5 – offrono una cornice operativa potenzialmente utile, ma l’assenza di un impegno condiviso sui fossili riduce la portata del risultato. La sfida ora sarà trasformare questi meccanismi volontari in azioni reali, evitando che le COP diventino rituali stanchi e poco incisivi, e rilanciando invece appuntamenti capaci di produrre soluzioni concrete e verificabili.

Cosa succederà ora?

La presidenza brasiliana ha annunciato l’intenzione di lavorare a tabelle di marcia separate sulla transizione energetica, che verranno discusse in sedi successive; intanto il Global Stocktake continuerà a fare da bussola per misurare i progressi e sollecitare nuovi impegni nazionali. Ma per molti osservatori la vera sfida resta politica: trasformare gli strumenti non vincolanti in azioni reali e contrastare l’influenza economica che indebolisce i negoziati.

La COP30 lascia quindi un bilancio ambivalente: strumenti e parole nuove sul come attuare, ma scarsa volontà condivisa sul cosa smantellare. La proposta — ripetuta tra le righe dei documenti ufficiali e nelle piazze digitali — è semplice e drastica: o si inventano spazi decisionali più efficaci, meno corporativi e più tecnici, o il rischio è che molti summit futuri restino esercizi di stile, capaci di generare dossier ma non le trasformazioni necessarie per la crisi climatica.

Immagine articolo di Ueslei Marcelino/COP30

Per approfondire: Belém Political Package | UNFCCC | What to know about the deal struck at the UN climate conference | AP News | I lobbisti dei combustibili fossili – Il Post | COP30 takes a hopeful step towards Justice, but does not go far enough – Climate Action Network | COP 30 Outcome: What it means and what’s next | International Institute for Sustainable Development | COP30: la COP delle dure verità – ECCO

Leggi anche: Transizione energetica: il grande bluff delle compagnie fossili

Redazione

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