Comunità Energetiche: l’approfondimento di Giuseppe Milano

 Comunità Energetiche: l’approfondimento di Giuseppe Milano

Giuseppe Milano, Segretario Generale di Greenaccord Onlus e recente eco speaker della XII edizione di Ecofuturo Festival, mette sotto la lente di ingrandimento il fenomeno delle Comunità energetiche rinnovabili.

Le comunità energetiche? Lontane dalle lenti di ingrandimento impiegate dagli operatori della filiera della transizione energetica per osservare meglio le flessibili e mutevoli innovazioni ecosistemiche della società digitale contemporanea, tali modelli emergenti di democratizzazione dell’energia (rinnovabile) sono per lo più sconosciuti.

Una conferma arriva da un’indagine dell’Ipsos, secondo la quale, alla fine del 2024, solo il 12% degli italiani ha sentito parlare di comunità energetiche e solo il 48% di essi ne ha compreso la portata. Questa novità è stata ispirata, dal 2018, dalla Commissione Europea con la direttiva RED II sulle rinnovabili, nell’intento di ampliare la platea di attori territoriali chiamati a concorrere alla decarbonizzazione e alla dismissione dell’attuale paradigma turbo capitalista fossile.

A dimostrazione, quindi, di quanto di comunità energetiche si parli poco e male, quando non anche con improvvisazione come si desume spesso sui social media, diventa sempre più urgente costruire quadri conoscitivi accessibili ed efficaci che sollecitino la proattività e il protagonismo di tutti coloro che abitano e abilitano le città. Le comunità energetiche sono aggregazioni volontarie di cittadini, parrocchie, università, centri di ricerca, realtà del terzo settore, PA e PMI che decidono di sintonizzarsi sulla stessa lunghezza d’onda dell’ecologia integrale. In concreto, significa che tutti i soggetti pubblici e privati inscritti nel perimetro geografico della stessa cabina primaria, andando oltre l’istituto dell’autoconsumo individuale e nella possibilità di beneficiare dell’incentivo statale per vent’anni erogato dal GSE, decidono di cooperare nella produzione e nel consumo e nello scambio di energia pulita per il soddisfacimento dei propri fabbisogni.

Nella consapevolezza che oggi occorra intraprendere processi integrati plurali e interdisciplinari che permettano di saldare la sostenibilità sociale con quella ambientale ed economica nell’ambizione di mitigare le diverse e diffuse disuguaglianze territoriali, le comunità energetiche rappresentano il più potente strumento di “alfabetizzazione energetica”, incardinando l’energia tra i beni comuni di prossimità più strategici tale da innescare percorsi collettivi evoluti sia di coesione e partecipazione, sia di redistribuzione della ricchezza.

Va ricordato che, in assenza di un disaccoppiamento tra fonti fossili e rinnovabili, il costo elevato delle nostre bollette —aggravato dalla crescente povertà energetica— rimane strettamente legato alle fluttuazioni del prezzo del gas, che condizionano pesantemente il mercato dell’energia. Questo scenario sarebbe decisamente più sostenibile se il prezzo dell’energia riflettesse invece le performance, in costante miglioramento, delle rinnovabili.

Obiettivi europei.

In coerenza con gli obiettivi comunitari di riduzione del 55% delle emissioni climalteranti al 2030, anche Elettricità Futura, l’associazione confindustriale attiva nel segmento delle rinnovabili, già da alcuni anni ha rivelato “l’imperativo ecologico” della nuova potenza elettrica annua installabile di almeno 10-12 GW. Sebbene ci siano richieste per 150 GW oggi ancora bloccati dalla burocrazia, l’Italia, anche nel 2024, ne ha attivati soltanto 5,7 nonostante i progressi tecnologici e gli eventi estremi sempre più intensi e frequenti che imporrebbero pianificazioni energetiche ecosistemiche più coraggiose e ambiziose.

Investire sulle comunità energetiche, andando a solarizzare tutte le coperture esistenti (da quelle pubbliche come le scuole o le palestre fino a quelle private come i poli della logistica e i siti produttivi, senza trascurare i parcheggi e le tante aree urbane o produttive dismesse e le strutture ecclesiali), non solo sarebbe giusto, ma anche conveniente. In dettaglio, l’incentivo statale consta di una parte fissa legata alla taglia dell’impianto, di una parte variabile legata al prezzo zonale dell’energia e del corrispettivo di valorizzazione per l’energia autoconsumata definito da Arera.

L’incentivo, tuttavia, non dovrebbe mai rappresentare il fine principale di una comunità energetica —e duole evidenziarlo, perché anche su questa pratica virtuosa aleggia lo spettro della speculazione— ma piuttosto essere il mezzo attraverso cui si rinsaldano i legami fiduciari interpersonali, si promuove la cittadinanza attiva e si testimonia la giustizia intergenerazionale. Inoltre, va considerato che, nel medio-lungo periodo, le comunità energetiche potrebbero generare flussi di cassa o finanziari interessanti, ad esempio fornendo ai propri soci i cosiddetti servizi ancillari e, di conseguenza, redistribuendo risorse aggiuntive ai territori in cerca di riscatto e futuro.

Dal basso.

Anche il Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica, dopo il primo anno di sperimentazioni, si è accorto che le risorse del PNRR — 2,2 miliardi di euro, con contributi a fondo perduto fino al 40% — destinate alla nascita di comunità energetiche nelle aree interne e montane con meno di 5 mila abitanti rischiavano di restare inutilizzate, a causa della strutturale incapacità dei centri urbani più piccoli di gestire progettualità così complesse. Per questo motivo, il Ministero ha prorogato la scadenza per la trasmissione dei progetti a novembre 2025; purtroppo invece non è stato ancora confermato l’ampliamento della platea dei beneficiari, elevando la soglia della popolazione fino a 30 mila abitanti per i Comuni interessati, che il Ministro Pichetto Fratin aveva annunciato a Key Energy.

Sebbene oggi siano diverse le esperienze “macroscopiche” che operano o tentino di operare nel perimetro della cosiddetta “area di mercato” per massimizzare la dimensione economica, riducendo gli oneri amministrativi e perorando la causa delle economie di scala, sono e saranno ancora le esperienze “bottom up” quelle che faranno la differenza, quelle che terranno insieme prossimità, solidarietà e sostenibilità, nell’evidenza – come ricorda Papa Francesco – che «nessuno si salva e si salverà da solo, perché tutto è connesso e tutti siamo in relazione».

Le prime, mirabili progettualità portate avanti da Ecofuturo —come la CER nata intorno al Monastero di Cellole della Comunità religiosa di Bose o quella di Vizzolo Predabissi, realizzata dalla fornace Vizzolese con l’intento di offrire ai lavoratori fringe benefits green in ottica di welfare aziendale generativo— insieme a quelle già realizzate o in corso di realizzazione con il supporto tecnico di numerosi liberi professionisti indipendenti, testimoniano che un’altra Italia è possibile… Continua a leggere l’articolo gratis su LE’COFUTURO MAGAZINE – CLICCA QUI

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Redazione

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