Ascoltare la buona scienza per combattere il negazionismo

 Ascoltare la buona scienza per combattere il negazionismo

Rilanciamo un’importante analisi della sociologa Carla Collicelli uscito per l’Avvenire il 5 luglio.

Sono appena usciti i dati Copernicus sull’ondata di calore dei giorni tra il 28 giugno ed il 3 luglio scorsi: il 28 giugno i valori LST (Land Surface Temperature) hanno superato i 50 gradi centigradi nella Penisola Iberica, e dal 30 giugno il caldo intenso si è propagato alla Francia centrale con temperature tra 48 e 49 gradi, e poi al Belgio, ai Paesi Bassi e alla Germania con punte intorno ai 45 gradi. Il 3 luglio i valori più elevati si sono avuti in Europa orientale, al di sopra dei 50 gradi. Sempre secondo Copernicus, i picchi raggiunti nel 2024 avevano già destato grande allarme, e l’impatto della crisi climatica sulla vita e sulla salute di tutte le specie viventi è ormai chiaro, e la specie umana non fa eccezione.

Ad esempio il 15 giugno scorso l’Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms) ha rilasciato dati secondo i quali inquinamento, radiazioni ultraviolette, picchi di calore, rumori eccessivi, edilizia inadeguata, agricoltura inquinante e comportamenti impropri provocano ogni anno almeno 13 milioni di morti. In 23 Paesi più del 10% delle morti sono ascrivibili all’inquinamento di acqua e aria. In Europa il 20% delle morti potrebbe essere evitato intervenendo sull’ambiente e in Italia, sempre secondo Oms, il 14% delle patologie e circa 90mila morti sono attribuibili a cause ambientali. Secondo il Rapporto sullo stato del clima del 2024 quasi la metà dell’umanità (3,6 miliardi di persone) vive in aree altamente suscettibili al cambiamento climatico.

Eppure la consapevolezza dei rischi è ancora molto debole e continuano a riscuotere un certo successo correnti di pensiero che tendono a ridimensionare la gravità del problema, a negare la responsabilità umana e a non condividere le scelte da compiere in termini di energia, inquinamento e stili di vita. Ritiene che gli effetti siano da ascrivere alla responsabilità umana solo il 40% della popolazione mondiale, secondo uno studio condotto su 77 Paesi.

E secondo la recente indagine Ipsos, presentata in occasione della Giornata della Terra del 22 aprile scorso, le preoccupazioni per il clima sono aumentate negli ultimi 3 anni in 18 dei 27 Paesi analizzati, ma è calato il senso di responsabilità individuale, soprattutto nei Paesi più avanzati. Ugualmente in crescita risulta l’opinione secondo cui i sacrifici richiesti per finanziare la lotta alla crisi climatica siano eccessivi e addirittura il 29% ritiene che non ci sia consenso a livello scientifico sugli effetti della crisi climatica.

Come possiamo spiegare lo scarto che emerge tra le evidenze scientifiche sull’effetto del clima sulla nostra vita e la debole risposta in termini di responsabilità individuale e collettiva rispetto alle azioni da compiere? Almeno 3 importanti fattori sono in gioco e vanno considerati attentamente.

Il primo riguarda l’insicurezza causata a livello globale dalle guerre e dai problemi economici.

È evidente che la crisi che attanaglia il pianeta da diversi anni dal punto di vista degli equilibri politici, della conflittualità bellica, dell’impoverimento specie dei ceti medi e delle disuguaglianze socioeconomiche crescenti, rende l’intera umanità fragile e impaurita, pronta a gettarsi nelle braccia di un’offerta politica securitaria e difensiva, che ottunde la capacità di guardare in avanti e di impegnarsi per il benessere e la salute in termini preventivi e di lotta ai fattori di rischio.

Il secondo fattore è ascrivibile alla debolezza della cultura scientifica.

Mentre la scienza progredisce, sviluppando approcci sempre più avanzati e soluzioni sempre più mirate in moltissimi campi della vita umana, la società non riesce a coglierne a pieno l’importanza e il valore. E il riferimento non va qui tanto alle competenze tecniche, su cui pure la scuola e l’università si stanno impegnando, quanto alla cultura, alla fiducia nella scienza e alla comprensione dei meccanismi che guidano la ricerca.

Secondo i dati di un recente studio del Centro di ricerca su consumi e salute dell’Università Cattolica di Cremona, solo 3 italiani su 10 hanno molta fiducia nella scienza, 5 su 10 non credono nella buona fede degli scienziati e 3 su 10 pensano che i ricercatori si proteggano a vicenda. E gli scettici e sfiduciati risultano più numerosi nelle fasce sociali a basso reddito, tra coloro che si orientano a destra in politica e tra quelli che non si fidano della medicina.

Un terzo fattore da non dimenticare è quello degli interessi egoistici di chi antepone i vantaggi di parte a quelli collettivi.

Rientrano in questa casistica le forme di chiusura nazionalistica e disinteresse per i territori più poveri, la priorità data al proprio benessere a danno degli altri, ma anche i tagli alla ricerca scientifica ed alla cooperazione tra università a livello globale ed il controllo politico della scienza. Meccanismi che sfociano spesso nella disinformazione, come è successo recentemente con l’attribuzione ai vaccini, specie a quello anti-Covid, di fantasiose iatrogenesi, ed in alcuni casi in vere e proprie frodi scientifiche. Come documentato negli studi sull’integrità della ricerca, “cattivi scienziati”, spinti da interessi di vario tipo, mettono in circolazione false interpretazioni e falsi rimedi ai mali dell’umanità.

Per fortuna la comunità scientifica nel suo complesso è molto bene attrezzata per smascherarli, ma non va sottovalutata la permeabilità di una parte della società, che è alla ricerca di rassicurazione e di facili pseudosoluzioni ai propri disagi. Da tutto ciò discende la necessità di insistere sull’importanza della promozione di una cultura scientifica diffusa che sviluppi a tutti i livelli le competenze necessarie. È quanto stanno reclamando a viva voce gruppi di scienziati particolarmente preoccupati per l’ondata antiscientifica e la disattenzione per i rischi ambientali e di salute, come l’Accademia delle Scienze degli Stati Uniti o il gruppo dei 25 scienziati climatologi italiani che hanno sollecitato un impegno maggiore del Governo per la lotta climatica.

E non si può dimenticare in questo ambito il ruolo dei recenti sviluppi dell’intelligenza artificiale, che rischiano di essere un’arma a doppio taglio, nel senso che da un lato producono ottime applicazioni a vantaggio di tutti, ma al tempo stesso aumentano i rischi di incomprensione, sfiducia nella scienza e strumentalizzazione. E risultano preziose, per quanto riguarda la pervasività dell’intelligenza artificiale, le recenti parole di Papa Leone XIV, che riconoscendo il “potenziale creativo” dei nuovi strumenti, richiamano il valore delle relazioni umane e degli spazi di autonomia e discernimento rispetto al portato degli algoritmi utilizzati dalle macchine cosiddette intelligenti

Leggi anche Mediterraneo sempre più caldo e fenomeni meteo estremi – Bufale: Ecco Perché le Fake News Conquistano il Web

Redazione

Related post