“America First” e Clima: le ossessioni di Trump

 “America First” e Clima: le ossessioni di Trump

“America First” e Clima: le ossessioni di Trump. Gli USA contro tutti. Un approfondimento di Roberto Venafro.

Ho fatto un sogno.

Mi trovavo nel pieno dell’era post-fossile nella quale l’energia disponibile era tutta, come si dice, “carbon free”, cioè caratterizzata dall’assenza di emissioni climalteranti e inquinanti. La mia città e, in particolare, il mio quartiere, adeguatamente riqualificato dal punto di vista urbanistico e con accessibilità prevalentemente pedonale, traeva il suo fabbisogno energetico dalle fonti rinnovabili. Gli spostamenti di lungo raggio avvenivano con autobus a idrogeno o con la metropolitana, ma anche con auto elettriche o ibride con evidenti vantaggi dal punto di vista della qualità dell’aria cittadina.

Il quartiere era, inoltre, interconnesso con altri quartieri della città attraverso infrastrutture che consentivano di creare una rete efficiente di distribuzione che metteva al sicuro i diversi quadranti urbani da eventuali rischi di assenza di energia. Una sorta di grande Comunità civica in cui l’elemento distintivo era la solidarietà fra le persone, e la mancanza di separazione fra le classi sociali. Si respirava un clima unitario e non divisivo. Si percepiva che era avvenuta una trasformazione innescata dal lento e faticoso percorso della transizione ecologica, al termine del quale le persone avevano riconquistato il rapporto virtuoso con la Natura, generando la rinascita di uno stile di vita improntato sullo scambio di relazioni, sull’uso razionale delle risorse della Terra e non sulla speculazione e sullo sfruttamento di beni a vantaggio di pochi privilegiati.

Il sogno si è interrotto e il risveglio mi ha proiettato nella dimensione reale nella quale ancora resistevano, piacevolmente, le belle sensazioni oniriche suscitate dal mondo nuovo in cui, per qualche frazione di tempo, il mio inconscio mi aveva consentito di vivere. Ma tali percezioni sono progressivamente svanite man mano che i media nella mattina del 21 gennaio 2025 ribattevano la notizia del giuramento di Donald Trump come 47° presidente degli Stati Uniti d’America e rilanciavano il suo discorso. Le parole di Trump risuonavano nell’aria producendo onde d’urto che confliggevano con il pensiero ideale di rigenerare una società unita, solidale, senza discriminazioni e in sintonia con l’ambiente.

E’ chiaro che il tema di fondo, nell’immaginaria visione trumpiana, è quello di creare una discontinuità con la precedente presidenza Biden durante la quale sembra siano state fatte scelte dissennate, acuite anche da un “estremismo climatico” e da un’eccessiva regolamentazione, che hanno messo a rischio la leadership americana nella sfera geopolitica, deprimendo, nello stesso tempo, il tessuto industriale interno innescando un rallentamento delle produzioni e una riduzione delle esportazioni con una ripercussione negativa sul PIL (prodotto interno lordo) e con un aumento dell’inflazione che ha minato i salari dei lavoratori.

Il futuro disegnato da Trump attraverso la sua predica, e anticipato da poco più di una quarantina di atti esecutivi, già pronti e firmati dopo la sua cerimonia d’insediamento, ha al centro una rivoluzione: quella di annullare tutte le azioni e rescindere tutti gli ordini adottati e considerati dannosi per gli Stati Uniti. Tra questi rientrano anche le scelte che Biden e il suo gabinetto hanno compiuto, a livello internazionale, nell’ambito della lotta al cambiamento climatico sostenendo e valorizzando il multilateralismo come metodo efficace per affrontare una crisi globale come quella che sta devastando il Pianeta con fenomeni meteoclimatici intensi e frequenti.

Quindi, come già accaduto nel 2017, e con lo scopo di mettere gli interessi dell’America e del popolo americano al primo posto nei contesti internazionali, il nuovo presidente ha disposto l’immediato ritiro degli USA dall’Accordo di Parigi, predisposto nel 2015 in seno alla Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici, estendendo tale decisione a ogni altro trattato, patto o simile impegno assunto sempre nell’ambito della citata Convenzione.

Questa volta, però, con l’intenzione di recuperare efficienza nella gestione delle risorse economiche, è andato oltre e ha intimato alle sue strutture preposte, rispettivamente, alla politica economica e alla sicurezza nazionale, di intraprendere azioni al fine di revocare o annullare le iniziative implementate per portare avanti il “Piano internazionale di finanza climatica” destinato ad aiutare i Paesi in via di sviluppo a proteggersi dagli eventi estremi causati dalle alterazioni del clima. Ma clima ed energia sono intimamente legati e allora Trump ha firmato anche una disposizione esecutiva che dichiara l’emergenza energetica nazionale determinata da scelte che hanno trascurato e non supportato significativamente la produzione domestica di energia e la ricerca di minerali critici, indebolendo il Paese nei mercati globali, rendendolo vulnerabile ed esponendolo alla concorrenza di altre Nazioni più intraprendenti.

Per recuperare il terreno perso ha ordinato di puntare su risorse energetiche interne riabilitando le attività di esplorazione, produzione, e trasporto del gas naturale, compreso il gas naturale liquido, come pure la raffinazione del petrolio e l’utilizzazione del carbone, dei biocarburanti e del calore geotermico. Ha, inoltre, dichiarato la “liberalizzazione” del mercato dell’auto con la prospettiva di risollevare l’industria automobilistica rivalutando le vetture alimentate con combustibili fossili, rimuovendo contestualmente le politiche a favore dei veicoli elettrici: nei prossimi anni, secondo le aspettative di Trump, la filiera dell’auto avrà un incremento mai visto fino ad ora e guiderà la rinascita dell’economia e delle industrie manifatturiere nazionali.

I tempestivi atti esecutivi non hanno risparmiato neanche l’energia eolica. Infatti, è stato ordinato il congelamento dello sviluppo dell’energia eolica offshore, ritirando le disposizioni emesse a favore della locazione delle aree situate all’interno della piattaforma continentale offshore adducendo motivi di carattere ambientale, di salvaguardia dei contesti marini e di tutela delle attività di navigazione, nonché di protezione della pesca.

Una visione che non stupisce, anzi conferma quanto aveva annunciato durante la sua campagna elettorale. Con queste azioni, Trump non abbandona l’idea di attuare interventi di mitigazione e di adattamento ai cambiamenti climatici, confermando l’intenzione dell’America di continuare a ridurre le emissioni climalteranti, ma vuole farlo a modo suo e nell’interesse dell’economia americana, senza essere imbrigliato in accordi e regolamenti internazionali che pongono vincoli e scadenze non in linea con i tempi e le aspettative di crescita degli USA.

Sicuramente le iniziative politiche che sono state avviate vanno nella direzione opposta rispetto a quelle messe in campo da Biden con l’Inflaction Reduction Act e ricollocano anche i relativi flussi finanziari che saranno indirizzati a favore sia di una strategia protezionistica nel campo dell’energia, sia a supportare le attività di esportazione. Il piano concepito con lo slogan “America first” dovrebbe aprire a una nuova età dell’oro: ma solo per gli Stati Uniti. Il disegno politico è chiaro. Il programma individuato, oltre a potenziare il ruolo dell’America nei mercati internazionali e a ridurre l’importazione di beni e servizi con l’imposizione di dazi, ha come finalità quella di deprimere l’industria “green” cinese.

La Cina in questi anni ha compiuto ingenti investimenti nel settore dell’auto elettrica, affermandosi leader nella produzione delle batterie, ma è anche il primo Paese esportatore della tecnologia fotovoltaica e ora anche dei componenti necessari per la costruzione degli impianti eolici. Se i riflessi dell’inversione ad “U” compiuta da Trump si propagheranno in altri continenti come, per esempio, in Europa, la transizione ecologica subirà significativi rallentamenti.

Lo scopo auspicato da Trump è proprio questo: creare, tra le altre cose, l’effetto della riduzione della domanda di tecnologie innovative e a basso contenuto di carbonio con l’aspettativa di mettere in crisi l’industria cinese. Non a caso il premier Xi Jimping in questi giorni ha dichiarato che la Cina proseguirà con determinazione nel percorso di neutralità climatica e ha invitato anche Trump ad assumere un atteggiamento responsabile esortandolo a rimanere nei tavoli negoziali per non pregiudicare gli obiettivi “salva clima” adottati fino d ora.

Molti osservatori sostengono che le azioni sul clima e sull’ambiente subiranno inevitabilmente una stasi; tuttavia, lo slancio accumulato negli ultimi quattro anni non sarà facile da arrestare. Gli Stati repubblicani e democratici stanno raccogliendo i benefici prodotti dagli investimenti compiuti nell’energia pulita e nel settore manifatturiero. I leader statali e cittadini stanno portando avanti la lotta al clima a livello locale. E alcune politiche climatiche stanno riscontrando un sostegno bipartisan.

Dall’analisi compiuta dal “World Research Institute”, Trump potrebbe contrastare l’azione federale sul clima, ma resteranno vive le opportunità di sviluppo portate avanti dalle Comunità locali. L’alleanza “Climate Mayors” (Sindaci per il clima), nata come rete di 30 sindaci nel 2017, è ora una rete bipartisan di quasi 350 sindaci che guidano l’azione per la protezione del clima. Queste città continuano a investire nei trasporti pubblici, nelle infrastrutture verdi e nelle iniziative locali di riduzione delle emissioni, che continueranno a mitigare gli impatti dei cambiamenti climatici e a costruire ambienti urbani più vivibili con o senza un’azione federale sul clima.

Non arretrare difronte alle difficoltà che si presentano durante la costruzione di una “civiltà ecologica” è la speranza affidata alla popolazione che, come al solito, dovrà arginare l’onda anomala di una politica poco lungimirante

“Un mutamento reversibile” è il titolo del libro di Roberto Venafro, ingegnere civile e studioso dei processi evolutivi dell’urbanistica e sostenibilità, che affronta la crisi climatica dal punto di vista dei vertici internazionali che, dalla fine degli anni Settanta del XX secolo, hanno riunito scienziati, esperti meteorologi, politici e organizzazioni della società civile intorno al tema della variabilità del sistema climatico.

Redazione

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