Transizione energetica: non scegliere ci fa arretrare
L’immobilismo sulla transizione energetica sta condannando l’Italia all’arretramento. Articolo a cura di Sergio Ferraris, giornalista scientifico e caporedattore “L’Ecofuturo Magazine”.
In Italia, su energia e clima, si è scelto di non scegliere. È una forma di immobilismo che non produce neutralità, ma declino. La migliore fotografia della situazione è l’indice ISPRED di ENEA, arrivato a un nuovo minimo storico. È il segnale concreto di una transizione energetica che nel nostro Paese viene evocata, poco, nei discorsi pubblici ed è assente nel concreto. Mentre rinnovabili, efficienza energetica e mobilità sostenibile accelerano a livello internazionale, il sistema italiano resta impantanato in una miscela fatta di rinvii, piccoli passi, retromarce e autoassoluzioni.
Non siamo davanti a un inciampo temporaneo, ma a una difficoltà strutturale, nel trasformare gli obiettivi in politiche e le politiche in risultati. Per centrare i target 2030 servirebbe ridurre le emissioni del 6% all’anno per i prossimi anni. La decarbonizzazione italiana è fuori traiettoria. I consumi primari restano invariati, le rinnovabili sono ancora sotto il 25% atteso dal PNIEC, il petrolio supera le attese del 20%, il gas cresce del 2% e nei trasporti la copertura a basse emissioni resta ferma al 10%, contro un obiettivo del 15%.
E poi i prezzi. L’elettricità italiana resta stabilmente a 116 €/MWh, contro i 90 €/MWh della Germania e i 65 €/MWh della Spagna. La transizione energetica è diventata una parola utile per coprire l’assenza di scelte. Una formula da usare nei documenti ufficiali, nei convegni e nelle dichiarazioni pubbliche. Ma senza una governance capace di trasformarla in cantieri, investimenti, reti, tecnologie e filiere produttive, resta una promessa profondamente falsa.
Trasporto irrisolto
La parte più critica riguarda i trasporti. È qui che si decide una quota rilevante della transizione energetica. Ed è qui che l’Italia mostra una delle sue principali vulnerabilità. Le emissioni calano troppo poco. La quota a basse emissioni del settore resta al 10%, mentre l’obiettivo è il 15%. Il sistema appare ancora costruito per difendere il vecchio ordine energetico: carburanti fossili, motori termici, rendite consolidate e filiere lente nella conversione.
Il punto politico è chiaro: la transizione energetica italiana non ha una guida. Dai dati emerge un Paese che rincorre i target invece di governarli, osserva i trend invece di orientarli, corregge i sintomi senza intervenire sulle cause. Quando la strategia industriale si riduce a commentare il mercato o ad adottare misure tampone per mancanza di coraggio come il Decreto bollette, significa che la politica ha rinunciato a una parte del proprio ruolo.
Oppure non comprende fino in fondo la portata della trasformazione in corso, visto che la transizione energetica non è solo un tema ambientale, ma è soprattutto una serie di politiche industriali, fiscali, infrastrutturali, sociali e geopolitiche. E richiede capacità di programmazione, coerenza normativa, stabilità delle regole e una visione di lungo periodo. Il problema, infatti, non è solo climatico. È economico e industriale.
Un Paese che arriva in ritardo sulle tecnologie di decarbonizzazione non perde solo sul fronte delle emissioni, ma perde competenze, mercati, catene del valore e soprattutto capacità di futuro.
L’Italia potrebbe ancora recuperare, ma non con la politica dell’attesa. Serve rompere l’inerzia. E serve farlo ora. Perché la transizione energetica è un trend mondiale sul quale investe persino uno stato profondamente fossile come il Texas. E quando un Paese, come l’Italia, non governa una trasformazione di questa portata, non resta fermo. Arretra e viene scavalcato.
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