Il Sud riparte dalla transizione energetica
Il Sud riparte dalla transizione energetica. Articolo di Giancarlo Busti.
La transizione energetica è la più grande politica industriale del nostro tempo, non solo una risposta alla crisi climatica. Per il Mezzogiorno è l’occasione di trasformare un patrimonio naturale e infrastrutturale rimasto per decenni inutilizzato in un modello di sviluppo che tenga insieme competitività e sostenibilità.
Il Sud è stato per troppo tempo il terminale delle politiche di sviluppo, mai il punto di partenza. C’è sole e vento per produrre, e c’è il porto per esportare. Per la prima volta i finanziamenti pubblici collegano i due poli invece di trattarli come due beghe separate.
Il piano pugliese “Puglia Moltiplica” è un esempio concreto, ed è il momento di parlarne più chiaramente. 360 milioni di finanziamento pubblico che dovrebbero tirarne fuori quasi 3 miliardi: non è un bando qualsiasi.
Il cuore è il JTF per Taranto, che mette soldi su rinnovabili ed economia circolare. Intorno ci sono garanzie per chi non ha garanzie, e il minibond per chi ha già un progetto da scalare. E, cosa che spesso si dimentica di dire, questi strumenti non sostituiscono il credito d’imposta della ZES Unica Mezzogiorno o la Nuova Sabatini: si sommano. Un’impresa può usare un minibond per finanziare la quota di investimento che il credito d’imposta non copre. È leva su leva.
E se si parla di Taranto, i conti cambiano perché la Legge 181/89, gestita da Invitalia, copre fino al 75% delle spese ammissibili combinando contributo a fondo perduto e mutuo agevolato, non uno sconto simbolico, una copertura che cambia il conto economico di un investimento. È pensata per progetti seri, con soglie minime di investimento, non per micro-iniziative: chi delocalizza qui non lo fa per un incentivo di facciata, ma perché l’equazione costi-benefici torna davvero.
La transizione non è un costo da ammortizzare ma un investimento che rende le imprese più competitive sui mercati internazionali. Una fabbrica che taglia i consumi, mette pannelli sul tetto e digitalizza la linea produttiva non diventa resiliente per bontà d’animo, ma perché il bilancio lo regge meglio.
Il vero problema però è un altro. Servono infrastrutture che colleghino produzione, energia e commercio lavorando in sinergia. È il vantaggio competitivo che il Sud ha sempre avuto e quasi mai sfruttato.
A Taranto il porto è già aperto su tre direttrici, Balcani, Nord Africa, Medio Oriente, e le filiere dell’energia pulita troverebbero uno snodo pronto, non un disegno da costruire. L’area industriale accanto ha il vantaggio concreto di ospitare nello stesso perimetro produzione, rinnovabili ed economia circolare. A pochi chilometri, l’aeroporto di Grottaglie gestisce cargo aerospaziale da tempo: integrarlo con porto e ferrovia non significherebbe disegnare una nuova piattaforma logistica, ma far funzionare insieme pezzi che già esistono e che da soli non bastano.
C’è però una variabile che i bandi non misurano: la manodopera. Decenni di siderurgia, cantieristica e aerospazio hanno lasciato sul territorio tecnici e maestranze specializzate che altrove si costruiscono da zero, con anni di formazione. Per un’impresa che valuta dove investire è importante avere subito a disposizione personale qualificato già disponibile, senza i tempi e i costi di un inserimento da capo.
Il Piano Mattei dice la stessa cosa in chiave internazionale. Se l’Italia vuole costruire un partenariato con i Paesi africani fondato su energia e infrastrutture, il Mezzogiorno non può restare un’area di passaggio: deve diventare la piattaforma mediterranea di quella transizione. Interconnessioni energetiche con il Nord Africa, idrogeno verde, porti e reti logistiche sono gli strumenti concreti per farne una cerniera tra Europa e Africa.
Attrarre investimenti, con tutti questi strumenti, è quasi la parte facile. Il difficile è costruire un modello dove competitività e sostenibilità non siano obiettivi alternativi. Non si tratta solo di emissioni. Si tratta di rigenerare pezzi di città e di mettere a lavorare gente che sa già fare le cose.
Le risorse ci sono. Mancano governance, semplificazione amministrativa e collaborazione reale tra istituzioni, università e imprese, gli stessi ingredienti che mancano da sempre, e che restano la vera variabile da cui dipende tutto il resto.
Sole, vento, porti, competenze, soldi pubblici: l’elenco di quello che serve al Sud per un reale rilancio in chiave di transizione energetica è completo. Il problema è che finora è rimasto un elenco.
Giancarlo Busti – contatti: giancarlobusti@hotmail.com
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immagine articolo: veduta di Taranto


