L’Italia è tra i paesi europei più colpiti dal riscaldamento climatico

 L’Italia è tra i paesi europei più colpiti dal riscaldamento climatico

La resilienza al clima dovrebbe passare attraverso salute e risorse. Ma non è così. Articolo di Sergio Ferraris, giornalista scientifico, caporedattore “L’Ecofuturo Magazine”.

Più 2,5°C. Questo è l’aumento della temperatura in Italia dovuto ai cambiamenti climatici, con un’aggravante. Dal 1980 a oggi, la temperatura media è cresciuta di circa 1,7 °C, con un ritmo di +0,4 °C per decennio, quattro volte superiore al trend globale nello stesso periodo. In sintesi, l’Italia è uno dei paesi europei più colpiti dal riscaldamento climatico ed è uno dei paesi che meno s’adatta al clima che cambia. Si potrebbe dire che è “allergico” alla resilienza climatica, con un bilancio da incubo. Negli ultimi cinque anni in Italia le ondate di calore hanno causato decine di migliaia di morti, con un trend in crescita legato al cambiamento climatico e un impatto particolarmente grave sulle persone anziane e nelle grandi città.

Solo nel 2022 si sono registrati oltre 18.758 decessi diretti da caldo estremo, mentre le stime più ampie indicano che ogni anno tra 19 mila e 28 mila vittime sono correlate al caldo estremo e al riscaldamento globale. Oggi, 30 giugno 2025, il Bel Paese è al centro di un’ondata di calore che attanaglia tutto il Sud Europa, con il Mar Mediterraneo che presenta un’anomalia termica 3 °C superiore alla media storica, alla fine di giugno 2025, segnando il valore più alto mai rilevato per questo periodo. Ma nel bacino centro-occidentale, Mar Ligure, Tirreno, Baleari, Golfo del Leone, coste di Spagna, Sicilia e Sardegna, le anomalie raggiungono anche oltre +6 °C rispetto alla norma.

Insomma, siamo al centro di uno dei punti di crisi climatica mondiale, ma abbiamo un Piano d’adattamento ai cambiamenti climatici (PNACC) che dopo oltre 18 mesi dalla sua, tardiva, approvazione, il 21 dicembre 2023, ancora non funziona causa la mancanza di una governance dedicata e prevista – l’Osservatorio nazionale per l’adattamento climatico – e l’assenza di disponibilità economica.

Oltre a ciò, delle 361 azioni individuate nel PNACC ben 274 sono soft, ossia si tratta d’interventi non strutturali, che riguardano principalmente la pianificazione, la formazione, la sensibilizzazione, la ricerca e l’aggiornamento normativo e non prevedono grandi opere fisiche, mentre le azioni più consistenti in quello che è un paese ad alto rischio idrogeologico – con il 94% degli 8 mila comuni italiani che è esposto a rischio di frane, alluvioni o erosione costiera – sono appena 87.

Altri PNACC.

Uno scenario molto diverso è quello disegnato dalla Spagna che è già al secondo PNACC; il primo è del 2006, e prevede 18 aree di lavoro, tra le quali salute, risorse idriche, patrimonio naturale, biodiversità, aree costiere e marine, foreste, lotta alla desertificazione, agricoltura, allevamento e sicurezza alimentare, che si articolano in 81 linee di azione specifiche, non azioni singole, che coprono sia sistemi naturali sia settori socioeconomici come trasporti, energia, turismo, servizi finanziari, pianificazione urbana e costruzioni e anche la salute. Un’attenzione alla salute (i piani contro le ondate di calore nel Paese iberico sono iniziati nel 2004) che non hanno evitato vittime in assoluto, ma marcano la differenza nel confronto con l’Italia.

Nel 2022, anno horribilis per le ondate di calore sono morte 11.797 persone in Spagna e 18.758 in Italia, dato assoluto già indicativo ma che s’aggrava se calcolato pro-capite. Nel 2022, in Italia si sono registrati 31,8 decessi ogni 100 mila abitanti, mentre in Spagna 24,5. Per non parlare della Francia; nel 2025 è stato varato il terzo PNACC per preparare il Paese a uno scenario di +4 °C al 2100 e nel 2022 ci sono stati 4.807 decessi, ossia 7,06 ogni 100 mila abitanti. Piccolo dettaglio: il finanziamento del PNACC francese solo per il 2025 è di 1,6 miliardi di euro.

Significativo il fatto che il terzo PNACC francese ha preso il toro per le corna assumendo come scenario di base un aumento della temperatura di +4 °C entro il 2100, mentre i precedenti piani si basavano su proiezioni di +2 °C a fine secolo. Da non sottovalutare che è stato sviluppato con una consultazione pubblica ampia fatta di 6 mila contributi, coinvolgendo enti locali, ministeri, operatori, associazioni e cittadini, mentre quello italiano prevede una non ben definita comunicazione e formazione.

Inoltre, la Francia sembra aver imparato, parecchio dalla canicola estrema dell’estate 2003 nella quale la principale imputata della strage, 14.802 morti, fu la sanità che secondo un report del Ministero della Santità d’oltralpe era assolutamente impreparata.

A dimostrazione di ciò c’è l’analisi di Pascal Acot nel volume “Catastrofi climatiche e disastri sociali” (Donzelli 2007) nella quale l’autore mette a confronto la mortalità dovuta alla canicola 2003 nella zona di confine tra Francia e Belgio. Ebbene, a parità di condizioni meteo, in Belgio è stata del 30% in meno rispetto alla Francia. La differenza? Il sistema sanitario belga era preparato, quello francese no. Il punto cruciale, quindi, è il sistema sanitario, ma non solo. La resilienza al cambiamento climatico è anche e soprattutto una questione di classe sociale. Sempre Pascal Acot nello stesso volume mette in evidenza il fatto che durante la canicola del 2003 tra il centro di Parigi e la periferia, a parità di temperature ma non di reddito, il tasso di mortalità tra le due zone è stato del 20% più alto nelle zone periferiche della capitale francese.

Questione di classe.

L’adattamento ai cambiamenti climatici, infatti, è e sarà sempre di più una questione di classe sociale. A dimostrazione di ciò c’è l’esperienza in corso di Miami dove per difendere il valore delle proprietà immobiliari da alcuni anni si usa nuovo sistema di pompaggio che protegge i quartieri anche da quelli che gli abitanti chiamano Sunny Day Flooding (ossia alluvioni legate alle alte maree che accadono anche in assenza di pioggia, anche in giornate di Sole), un sistema in grado di elevarsi autonomamente per affrontare maree eccezionali e aumenti del livello del mare strutturali. Il primo lotto di 60 pompe è costato 300 milioni di dollari, mentre si stima che si arrivi a 3,8 miliardi di dollari entro il 2060; il sistema odierno costa 400 mila dollari per ogni giorno d’esercizio. Ed è un sistema che non è in grado di difendere tutta la città.

Inutile dire che le città costiere di altre nazioni meno ricche non sono in grado di attivare difese anche lontanamente simili, come nel caso del Pakistan che nel 2022 ha subìto una delle peggiori catastrofi umanitarie della sua storia recente, con 1.739 morti e 33 milioni di persone colpite, 8 milioni di sfollati e danni per 40 miliardi di dollari. Un decimo del Paese sommerso. Ricchezza, potere, accesso alle risorse, istruzione, salute, etnia e genere sono tutti fattori che determinano la capacità di adattarsi al meglio e proteggersi dagli impatti climatici. E se a ciò aggiungiamo il fatto che le comunità più povere o marginalizzate spesso hanno scarso potere politico e vengono escluse dalle politiche di adattamento, ecco che abbiamo un quadro più chiaro.

Secondo la Banca Mondiale, 4,5 miliardi di persone sono a rischio per i cambiamenti climatici e di questi 2,3 miliardi sono poveri – reddito 6,85 $/giorno – e 400 milioni sono estremamente poveri – reddito 2,15 $/giorno… CONTINUA A LEGGERE GRATIS L’ARTICOLO SU L’ECOFUTURO MAGAZINE

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Redazione

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