L’agricoltura è parte attiva nella lotta al cambiamento climatico
L’agricoltura è parte attiva nella lotta al cambiamento climatico. Articolo di Guido Bezzi, agronomo e resp. agronomia CIB – Consorzio Italiano Biogas.
La resilienza è una caratteristica applicabile alle persone, ai materiali e agli ambiti tecnico-economici e significa la capacità di adattamento e flessibilità anche a condizioni avverse. L’IPCC, panel intergovernativo di esperti sul cambiamento climatico, definisce la resilienza come la capacità di un sistema sociale o ecologico, di assorbire le alterazioni (stress o cambiamento) mantenendo la stessa struttura di base e gli stessi modi di funzionamento.
L’agricoltura è sicuramente un sistema economico, sociale ed ecologico che più di altri è esposto alle alterazioni del cambiamento climatico ed è uno dei sistemi che per natura può e deve essere resiliente. Se così non fosse, verrebbero meno alcune funzioni primarie fondamentali quali la produzione di alimenti e la cura del territorio e del paesaggio che da sempre avviene ovunque si coltivi.
Il Centro Mediterraneo sui Cambiamenti Climatici (CMCC), nel 2020 ha stimato gli impatti potenziali del cambiamento climatico in Italia al di sopra di un innalzamento medio delle temperature oltre ai 2 °C, valutando effetti negativi significativi e diretti su piante e animali e relative produzioni. L’innalzamento delle temperature, infatti, modifica continuamente gli equilibri fra i sistemi naturali (mare, atmosfera e terra) e, senza capacità di adattarsi e mitigare altrettanto velocemente, ovvero la resilienza, si verificano manifestazioni sempre più estreme.
Agricoltura protagonista.
Ma in questo scenario, l’agricoltura resiliente può essere parte attiva e risorsa fondamentale nella lotta al cambiamento climatico? La risposta è complessa ma, per una realtà come quella Italiana in cui il valore e la qualità dei prodotti agricoli e dei paesaggi è riconosciuta in tutto il mondo, è allo stesso tempo una sfida e uno stimolo a sviluppare i sistemi produttivi affinché salvaguardino sempre di più le risorse naturali, ottimizzino i fattori produttivi e riducano l’impatto ambientale. L’agricoltura resiliente è la capacità dei sistemi agricoli di assorbire shock e stress (come siccità, alluvioni, pandemie, crisi di mercato), mantenendo le proprie funzioni essenziali adattandosi e trasformandosi per migliorare nel tempo. Non si tratta solo di “resistere”, ma di “rispondere” in modo proattivo, imparando dalle avversità e rafforzando il sistema in ottica futura.
La chiave? È proprio nella funzione di gestione del territorio ed in particolar modo nella cura della fertilità del suolo, poiché è il motore principale di un sistema resiliente e proattivo.
Esiste un “nesso suolo-vita”, come definito dal Prof. Rattan Lal (ordinario di scienze del suolo alla Ohio State University, Membro IPCC e Premio Nobel per la Pace 2007), perché il suolo è l’unico sistema naturale in cui la materia organica morta, attraverso processi naturali, può resuscitare dando nuova vita. E questo «bisogno di mantenere e/o incrementare la fertilità» è fondamentale perché «le migliori varietà possono esprimere tutto il loro potenziale solo in un terreno dalle condizioni ottimali, visto che non possono estrarre l’acqua ed i nutrienti di cui hanno bisogno da un suolo che ne è privo».
Ecco perché, per costruire un sistema di agricoltura e resilienza, non si può prescindere dalla cura e rigenerazione del suolo come pilastro fondamentale applicando un approccio integrato che coniughi aspetti tecnici, ambientali, economici e sociali.
Per rendere il settore agricolo sempre più resiliente è necessario cambiare paradigma produttivo applicando un approccio integrato in cui la diversificazione colturale, la biodiversità, il riciclo delle risorse e l’applicazione di pratiche conservative siano volte a favorire lo stoccaggio della sostanza organica nei suoli e a ottimizzare l’utilizzo di risorse e fattori produttivi. In questo modo non solo si mantiene la potenzialità produttiva del sistema, ma è lo stesso suolo più fertile che rende il sistema maggiormente resiliente agli eventi climatici estremi grazie ad una migliore capacità di ritenzione idrica e maggiore stabilità della struttura.
È un percorso complesso che richiede tempo e continuo adattamento e sinergie. Agricoltura resiliente è un ritorno all’applicazione di concetti della tradizione agronomica classica con l’ausilio di tecnologie e approcci moderni. I punti fondamentali sono: conservazione del suolo, gestione delle rotazioni e aumento della biodiversità, utilizzo razionale e riciclo delle risorse naturali, creazione di cicli produttivi sinergici e chiusi, applicazione di innovazioni e tecnologie in grado di aumentare l’efficienza del sistema.
In tema di conservazione del suolo, oggi sono sempre più diffusi i sistemi di minima lavorazione (es. coltivatori combinati, strip-till, semina su sodo) ovvero una serie di soluzioni che permettono di lavorare il terreno riducendo al minimo, se non completamente, il rivoltamento e l’impatto delle lavorazioni tradizionali. Questo consente di mantenere la struttura naturale del terreno, conservare i nutrienti negli strati superficiali a disposizione delle colture, evitare la perdita di sostanza organica per ossidazione e ridurre sensibilmente i consumi di carburante.
Suoli fertili.
Al fine di favorire l’incremento della fertilità del suolo, vanno integrate anche la fertilizzazione organica, la gestione dei residui colturali e le rotazioni con inserimento di doppie colture e cover crops.
La fertilizzazione organica con effluenti, digestato o compost, infatti, consente il mantenimento e/o incremento della fertilità del suolo garantendo al sistema un ritorno costante di sostanza organica, così da mantenere il bilancio di carbonio del sistema positivo. Coltivando, infatti, è inevitabile che quote di carbonio del suolo vengano perse per ossidazione, motivo per cui, in un sistema resiliente, vanno reintegrate.
Le cover crops o colture di copertura, invece, oltre ad apportare sostanza organica, consentono la conservazione della struttura del suolo oltre ad avere una funzione di diversificazione delle specie e, talvolta, contrasto ad alcuni patogeni del suolo. Infine, anche la gestione corretta dei residui colturali rientra nel novero delle azioni virtuose con cui contribuire positivamente al bilancio del carbonio del suolo. La gestione della sostanza organica e l’inserimento della fertilizzazione organica, inoltre, è il fattore mediante il quale il sistema agronomico diventa più circolare favorendo il riciclo dei nutrienti e un maggiore equilibrio delle fertilizzazioni con conseguente ottimizzazione e riduzione delle perdite e/o riduzione degli eccessi.
I risultati ottenuti dal gruppo operativo Agrienercarbon (www.agrienercarbon.it) coordinato dal CIB – Consorzio Italiano Biogas, hanno dimostrato in campo come l’adozione di tecniche agronomiche conservative integrate possa contribuire positivamente all’incremento del carbonio nel suolo.
La gestione e la strutturazione delle rotazioni con l’inserimento di doppie colture e scelta delle varietà più idonee, inoltre, ha la funzione sia di mantenere coperto il terreno sia di aumentare la biodiversità, quindi, diminuire l’incidenza dei patogeni evitando la specializzazione che invece si avrebbe con la monocoltura. Oltre a questo, l’inserimento in rotazione di leguminose favorisce un’ottimizzazione dei bilanci azotati e la diversificazione colturale rende il sistema sempre meno esposto e più pronto a rispondere ad eventuali manifestazioni estreme del clima e/o fluttuazioni di mercato.
Inoltre, l’integrazione fra i diversi cicli produttivi dell’azienda o di più aziende in un comprensorio (coltivazione, allevamento, produzione di energia rinnovabile) consente l’ottimizzazione e la valorizzazione delle risorse e degli scarti in un sistema sempre più circolare dove, la possibilità di investire su tecniche e tecnologie avanzate consente anche un miglioramento e una maggiore consapevolezza nell’utilizzo dell’acqua.
Infine, è fondamentale una gestione innovativa che non può prescindere dall’adozione di sistemi di precisione ed agricoltura 4.0 che consentano una gestione efficiente basata sulla gestione dei dati e monitoraggio delle colture per ottimizzare le operazioni.
Approccio reale
Ma un approccio così articolato è applicabile nella realtà? In Italia non solo è applicabile ma già reale su molte aziende agricole che già fanno dell’integrazione dei sistemi produttivi il loro punto di forza. Si tratta del modello Farming for future (www.farmingforfuture.it) che descrive in dieci azioni come un sistema agricolo avanzato, resiliente e integrato con la produzione di energie rinnovabili possa contribuire alla competitività e alla riduzione dell’impatto dell’agricoltura italiana… Continua a leggere gratis l’articolo su L’ECOFUTURO MAGAZINE
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