La miniera nascosta nei cassetti: quando riparare conviene
La miniera nascosta nei cassetti. Il nuovo diritto alla riparazione prova a scardinare un sistema che ha reso la rottura più conveniente del riparare. Articolo di Rudi Bressa per l’Ecofuturo Magazine.
In una caserma dei vigili del fuoco, a Livermore, California, c’è una lampadina accesa da più di cent’anni. Non è una leggenda urbana: è un simbolo di ciò che la tecnologia può fare quando la durata non rappresenta il profitto. Nel 1924, però, il cartello tra colossi come Philips, Osram e General Electric, fissò la vita utile delle lampadine a circa mille ore. Non era un limite tecnico, ma commerciale. È questo il paradigma dell’obsolescenza programmata che spesso viene preso ad esempio: produrre beni che smettono di funzionare molto prima del necessario per continuare a vendere.
Se una lampadina può durare un secolo, perché i nostri smartphone sembrano progettati per arrendersi dopo pochi anni? La risposta non è tecnologica, è culturale ed economica. E oggi, nell’epoca dei consumi compulsivi, questo modello sta mostrando tutte le sue crepe.
Viviamo immersi in offerte a tempo, sconti permanenti, piattaforme che consegnano oggetti elettronici a pochi euro. Il “Black Friday” sembra diventato la festa dell’obsolescenza: acquistiamo ciò che spesso non ci serve, spinti dalla promessa del “più nuovo” e del “più economico”. Ma ciò che è economico al banco è costoso per il pianeta. Ogni anno il mondo produce oltre 62 milioni di tonnellate di e-waste. L’Europa è tra i principali generatori pro capite, e l’Italia fatica a raccoglierne anche solo la metà. Ogni dispositivo sostituito prematuramente, magari con piccoli difetti d’uso che potrebbero essere invece riparati, è un concentrato di energia, emissioni, estrazioni e rifiuti potenzialmente pericolosi se non adeguatamente trattati.
È qui che entra in gioco il concetto di diritto alla riparazione: una risposta al consumismo accelerato, ma anche una questione strategica per l’Europa, perché nei nostri rifiuti elettronici si nasconde qualcosa di ben più prezioso.
Il nuovo petrolio: i RAEE
Le materie prime critiche sono ormai considerate “il nuovo petrolio”, ovvero risorse strategiche per l’industria europea. Metalli come rame, alluminio, palladio e molte terre rare si trovano in smartphone, laptop, server, elettrodomestici, caricabatterie per veicoli elettrici, pannelli fotovoltaici. Ogni anno, nei RAEE prodotti in Europa, si nascondono circa 1 milione di tonnellate di materiali preziosi. È una vera miniera urbana, ancora largamente sprecata.
È nel nuovo rapporto FutuRaM, pubblicato in occasione dell’International E-Waste Day, che si dimostra quanto sia strategico questo potenziale. Oggi l’Europa dipende per oltre il 90 per cento dalle importazioni di materie prime critiche, ma ne ricicla appena l’1 per cento. Eppure, entro il 2050, il volume dei RAEE potrà salire fino a 19 milioni di tonnellate. E anche nello scenario più virtuoso, i materiali critici aumenteranno fino a 1,9 milioni di tonnellate presenti ogni anno nei prodotti scartati. Solo con politiche di raccolta efficaci, progettazione intelligente e sistemi avanzati di riciclo, l’Europa potrebbe recuperare entro il 2050 fino a 1,5 milioni di tonnellate l’anno di materiali. Una quantità enorme, in grado di ridurre la dipendenza geopolitica e di sostenere la transizione energetica.
La Commissaria europea per un’economia circolare competitiva, Jessica Roswall, in occasione della pubblicazione del rapporto è stata piuttosto chiara: senza un cambio di mentalità rischiamo di sprecare la risorsa più strategica del nostro secolo. Il riciclo, e ancora prima la riparazione, devono essere considerate una politica industriale oltre che ambientale.
La svolta europea
Nel 2024, l’Unione europea ha compiuto un passo storico con l’approvazione della nuova direttiva sul diritto alla riparazione che segna un cambiamento significativo nella gestione dei rifiuti elettronici e nella sostenibilità dei consumi. Questo provvedimento riconosce ufficialmente il diritto dei consumatori di ottenere riparazioni semplici, rapide e, soprattutto, accessibili. I produttori saranno obbligati a garantire la riparabilità dei loro prodotti, come smartphone, lavatrici, aspirapolvere, anche oltre la scadenza della garanzia legale, con tempi di riparazione adeguati e costi “ragionevoli”.
Il processo che ha portato all’approvazione di questa direttiva è stato lungo e, in alcuni momenti, ostacolato dalla forte resistenza da parte di alcuni settori industriali. La coalizione Right to Repair Europe, insieme ad altre associazioni di consumatori e gruppi ambientalisti, ha lottato per ottenere una normativa che permettesse una riparazione accessibile e trasparente. Il movimento ha trovato terreno fertile grazie alla crescente consapevolezza riguardo agli impatti ambientali dei rifiuti elettronici e alla problematica dell’obsolescenza programmata, che ha portato alla progettazione di dispositivi difficili o impossibili da riparare.
Le misure volute dalla nuova direttiva sono molto attese, poiché introducono requisiti minimi di riparabilità e un sistema di etichettatura che permetterà ai consumatori di scegliere dispositivi più durevoli e riparabili.
Entro il 2025, tutti i dispositivi come smartphone e tablet dovranno essere accompagnati da una nuova etichetta energetica che valuterà anche la riparabilità e la durabilità del prodotto, non solo l’efficienza energetica. Questi sviluppi promettono di guidare i consumatori verso scelte più sostenibili, orientate verso dispositivi che possano essere riparati e utilizzati più a lungo, riducendo così i rifiuti elettronici.
Le nuove regole europee introducono requisiti importanti:
- i produttori saranno obbligati a rendere disponibili pezzi di ricambio e informazioni sulla riparazione per almeno sette anni dopo che un prodotto è stato ritirato dal mercato;
- gli aggiornamenti software dovranno essere disponibili per almeno cinque anni;
- per quanto riguarda la durabilità, i dispositivi come gli smartphone dovranno sopportare almeno 45 cadute accidentali senza perdere funzionalità, e le batterie dovranno mantenere almeno l’80 per cento della loro capacità originale dopo 800 cicli di ricarica.
Tuttavia, uno dei limiti di questo sistema è che l’etichetta non includerà i costi dei pezzi di ricambio, un aspetto cruciale che potrebbe incidere sulla trasparenza per il consumatore.
Barriere e limiti
Nonostante i progressi, le nuove norme non sono prive di limiti. Un tema particolarmente critico riguarda il costo dei pezzi di ricambio. Sebbene i produttori siano obbligati a fornire prezzi indicativi, non sono tenuti a rispettare i prezzi dichiarati, un’opportunità mancata per garantire maggiore trasparenza e giustizia nei costi. La coalizione Right to Repair Europe ha già avviato una battaglia per ottenere una maggiore trasparenza sui prezzi e per affinare ulteriormente i punteggi di riparabilità, soprattutto per dispositivi come i laptop.
Altro aspetto problematico è l’uso della pratica del “part pairing” (associazione dei pezzi al dispositivo), che limita la possibilità di effettuare riparazioni indipendenti, legando i componenti a un dispositivo specifico. Pensate solo al telefono che avete in mano: fino a un decennio fa, si poteva aprire la scocca, togliere la batteria, sostituire – per chi aveva una buona manualità – lo schermo rotto o addirittura la scheda principale. Oggi, se si tenta di aprire la maggior parte degli smartphone questi risulteranno irreparabili. Sebbene la normativa proibisca alcune forme di “locking” dei componenti, non è stato adottato un divieto totale di questa pratica. Inoltre, se un componente chiave viene sostituito, sarà necessario che il riparatore professionista notifichi il produttore e ottenga l’autorizzazione per procedere, limitando ulteriormente l’accesso alle riparazioni autonome.
Inoltre, non tutte le parti dei dispositivi saranno accessibili ai consumatori o ai gruppi di riparazione comunitari come i Repair Café (nati nei Paesi Bassi nel 2009, su iniziativa dell’ambientalista Martine Postma). Per esempio, solo cinque delle quindici categorie di pezzi di ricambio saranno disponibili per i consumatori, escludendo componenti cruciali come assemblaggi di fotocamere e connettori audio esterni.
Cosa aspettarci
Nonostante questi ostacoli, le nuove regole rappresentano un passo avanti significativo e, grazie agli sforzi della coalizione Right to Repair Europe e dei suoi alleati, queste normative sono finalmente entrate in vigore. Il monitoraggio continuo dell’implementazione delle leggi sarà fondamentale per assicurarsi che vengano rispettate e che gli impatti reali sul mercato siano positivi. Le etichette di riparabilità dovranno essere visibili su tutti i modelli già presenti sul mercato, anche quelli immessi prima del 20 giugno 2025, e i produttori dovranno pubblicare prezzi indicativi per i pezzi di ricambio online, come richiesto dalla normativa.
Questi cambiamenti fanno parte del Regolamento Ecodesign (UE) 2023/1670 che si applica a cellulari, telefoni cordless e tablet, mentre la Commissione Europea ha emesso un Regolamento che stabilisce i requisiti anche per l’etichettatura energetica. Tuttavia, c’è ancora molto lavoro da fare per garantire che queste regole non solo vengano rispettate, ma che evolvano in misure ancora più favorevoli alla circolarità delle risorse e all’accesso alle riparazioni.
Riparare è democrazia
La riparazione non è nostalgia del passato. È uno dei pilastri di un’economia circolare autentica, capace di ridurre i rifiuti, abbassare l’impatto ambientale e valorizzare una filiera di competenze locali. È anche uno strumento per dare nuova vita alle materie prime critiche che già possediamo, invece di estrarle ex novo o dipendere da mercati instabili… CONTINUA A LEGGERE GRATIS L’ARTICOLO SU L’ECOFUTURO MAGAZINE – CLICCA QUI
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Foto di Blaz Erzetic


