Intelligenza Artificiale e Robotica Cognitiva: intervista a Arianna Pipitone
Pensare artificiale. Si va verso robot più umani. Nell’IA servono trasparenza, empatia e sostenibilità. A cura di Domenica Bruni, professoressa di Filosofia del Linguaggio presso l’Università di Messina, collabora con il Festival delle Filosofie di Palermo
Arianna Pipitone è una delle menti più promettenti nel campo dell’intelligenza artificiale e della robotica cognitiva. Con una laurea in Ingegneria Informatica e un dottorato presso l’Università di Palermo, ha focalizzato le sue ricerche sul miglioramento delle interazioni uomo-robot, creando un framework che consente ai robot di sviluppare un “dialogo interiore”. Questo approccio non solo aiuta le macchine a prendere decisioni più complesse, ma rafforza anche la fiducia degli esseri umani nei loro confronti. In questa intervista scopriremo come l’IA possa contribuire a modellare un futuro più inclusivo, intelligente e sostenibile.
Ha sviluppato un framework che permette ai robot di simulare un dialogo interiore, suscitando grande interesse per le sue implicazioni pratiche e filosofiche. In che modo questo aiuta i robot a prendere decisioni più autonome e a interagire con gli esseri umani?
«Il problema della trasparenza nell’IA è più rilevante che mai. Immaginiamo un gigantesco tavolo da biliardo con mille buche sparse. L’obiettivo è far arrivare le sfere (input) nelle buche giuste (output corretto). All’inizio, i tiri sono casuali senza un’idea di quali funzioneranno. Tiro dopo tiro, si adattano forza e angolazione, trasformando colpi caotici in traiettorie magistrali. Alla fine, conosciamo esattamente le combinazioni giuste, rendendo il gioco elegante e preciso. Le reti neurali fanno lo stesso, ma con miliardi di sfere e obiettivi. Il problema nasce quando perdiamo la tracciabilità di queste combinazioni “magiche” e non sappiamo più perché un determinato input genera un certo output—soprattutto quando gli input sono critici o sensibili.
Da qui nasce la necessità di rendere trasparenti le reti, divenute “scatole nere”. L’idea del discorso interno è nata per rendere il robot più comprensibile: attraverso questo meccanismo, i suoi stati interni diventano tracciabili così come le motivazioni alla base del suo comportamento. Il discorso interno si basa su un’analisi più profonda della conoscenza del robot e della sua percezione, permettendogli di raccogliere più informazioni sul contesto. Il robot si interroga sul mondo e valuta alternative. È in questo senso che parliamo di maggiore autonomia, anche se la decisione finale resta sempre un processo condiviso con l’essere umano.
Nell’ideare questo modello, mi sono ispirata ai meccanismi psicologici umani, adattando concetti della psicologia alle strutture dell’IA. Un processo complesso, che ha richiesto un attento studio delle complessità tecniche e filosofiche coinvolte».
Uno dei suoi lavori esplora come il dialogo interiore dei robot influenzi fiducia e antropomorfismo. Perché è cruciale che gli esseri umani si fidino delle macchine? Quali implicazioni ha in contesti pratici come sanità e assistenza agli anziani?
«Le intelligenze artificiali e i robot fanno ormai parte della nostra vita quotidiana. Tuttavia, molti temono ancora scenari fantascientifici in cui le macchine antropomorfe ci sostituiscono. La realtà è diversa: queste tecnologie possono essere estremamente utili, ma vanno usate con responsabilità. Fidarsi non significa accettarle ciecamente, ma instaurare un rapporto consapevole, basato sulla certezza che la macchina non agisce per nuocere o ingannare. Non esiste un’IA “cattiva”: impara semplicemente dai dati che riceve. Il discorso interno nasce nel tentativo di “svelare” l’artefatto alla persona, spiegandole cosa sta accadendo “dentro” al robot.
La trasparenza dovrebbe essere la lente per capire perché una rete o un robot produce certi risultati. Un robot trasparente favorisce una percezione di vicinanza e, per questo, diventa “il caro amico consigliere”, quello che permette di riflettere su qualcosa alla quale non avremmo pensato che può trasformare il robot in un prezioso alleato, capace di offrire nuove prospettive, come è emerso in contesti di cura, per esempio per i malati di Alzheimer. Questo risultato suggerisce che, in una società condivisa da esseri umani e robot pensanti, c’è spazio per inclusività e cura, senza lasciarsi trascinare da scenari catastrofici. Immaginiamo robot progettati per il bene comune, che conosciamo meglio e di cui possiamo fidarci».
I suoi studi mirano a creare robot funzionali, ma anche più attenti alle esigenze umane tramite approcci cognitivi avanzati. Crede che la robotica cognitiva ci stia avvicinando a macchine “empatiche”? Quali sono i principali limiti nella progettazione di robot capaci di rispondere a emozioni e contesti complessi?
«L’unione tra emozioni e IA non è una novità. Negli ultimi trent’anni, la ricerca ha esplorato le connessioni tra affettività e tecnologia, mostrando come un dispositivo capace di provare empatia possa arricchire l’interazione e creare una relazione più profonda con l’utente. In questo modo, la macchina non solo dimostrerebbe comportamenti intelligenti, ma si allineerebbe meglio alle esigenze individuali, offrendo risposte più adeguate ed emotivamente sintonizzate. Oggi, solitudine e malessere sono sempre più diffusi, e spesso la tecnologia sembra amplificarli. Ma se dotassimo questi dispositivi di intelligenza emotiva, potrebbero trasformarsi da strumenti passivi di proposta di contenuti a veri e propri supporti attivi. Un dispositivo facile da trovare nei momenti di solitudine, potrebbe diventare un primo aiuto, privo di giudizio e vergogna.
Il punto chiave è la fiducia e la connessione tra pensiero ed empatia: non si può davvero empatizzare senza accedere ai dialoghi interiori dell’altro. La ricerca ha già fatto passi avanti nel riconoscimento delle emozioni umane attraverso dati biometrici (espressioni facciali, tono di voce, tempi d’uso, ecc.). Ora, il nostro prossimo obiettivo è instaurare relazioni empatiche dotando anche i robot di una loro forma di emozione, accessibile e comprensibile per le persone. Una nuova frontiera della tecnologia, per un futuro sempre più orientato al benessere umano, insieme ai robot».
La robotica cognitiva solleva spesso domande filosofiche su autocoscienza e autonomia. Nei suoi studi, ha mai immaginato che i robot possano evolvere verso una forma di coscienza artificiale, o ritiene che l’obiettivo debba restare la creazione di macchine utili e prevedibili? Qual è il giusto equilibrio etico da mantenere in questo percorso?
«È dimostrato che il dialogo interiore è strettamente legato alla coscienza. Il concetto è intuitivo: quando parliamo con noi stessi, diventiamo consapevoli di ciò su cui riflettiamo. Se pianifico la mia giornata e ripenso ai miei impegni, ne prendo coscienza. Lo stesso accade osservando una fotografia: nel momento in cui ne analizzo mentalmente il contenuto, ne faccio esperienza consapevole. Ora, se un robot elabora le sue percezioni in modo simile, attivando un dialogo interno come facciamo noi con i nostri pensieri, perché escludere del tutto che stia vivendo una qualche forma di esperienza? Il solo fatto di poterci porre questa domanda apre scenari interessanti sulla possibilità di una primitiva forma di “coscienza artificiale”».
Lei è un esempio importante di leadership femminile nell’IA, ma molto resta da fare per promuovere la parità di genere in questo settore. Ritiene che lo sviluppo dell’IA debba considerare una prospettiva di genere per evitare di perpetuare stereotipi o pregiudizi?
«Inutile negarlo, i dati su cui sono addestrate le intelligenze artificiali sono prevalentemente maschili. Tuttavia, noi donne dovremmo fare un esame di coscienza e assumerci una parte di responsabilità. La Commission on the Status of Women (CSW) delle Nazioni Unite, ha posto una forte enfasi sulla parità di genere, giocando un ruolo cruciale nelle politiche sui diritti delle donne. Purtroppo, da uno degli ultimi rapporti, è emerso uno scenario poco promettente: le donne hanno meno probabilità rispetto agli uomini di possedere uno smartphone e sono notevolmente meno propense ad accedere alla rete, con una discrepanza significativa di più di 200 milioni di uomini attivi online rispetto alle donne.
La rete è la principale fonte di dati su cui vengono addestrate le IA. Se noi donne non siamo affascinate dalle tecnologie, non ne abbiamo voglia o passione, non alimentiamo i dati e non abbiamo molto da recriminare sugli stereotipi di genere che emergono. Esiste un data gender gap che va colmato con il nostro coinvolgimento in prima linea. Non vuol dire eludere la propria passione, ma semplicemente ampliarla… CONTINUA A LEGGERE GRATIS L’INTERVISTA SU L’ECOFUTURO MAGAZINE



