Futuro “zeroemission”: geoingegneria rischiosa, rinnovabili sicure

In questi anni di rincorsa verso la sostenibilità perduta degli equilibri planetari, anche per un modello di antropizzazioni per molto tempo incontrollato, si incrementano nel mondo scientifico, ipotesi, proiezioni, prese di posizione, sul modello più giusto da adottare per arrivare alla progressiva decarbonizzazione delle attività antropiche.


Sullo scacchiere, come strumenti fondamentali da giocare in questa partita, ci sono le tecnologie sempre più ampie, performanti e scalabili, come quelle delle energie rinnovabili ed un mondo, come quello della efficienza energetica e dell’ecodesign, che sta integrando sempre più i materiali impiegati nelle costruzioni con le performance di risparmio energetico. Accanto a tutto ciò si va affiancando anche un ambito tecnologico, come quello della geoingegneria, sul quale è fondamentale fare un pò di chiarezza.

La geoingegneria è quella branca delle scienze applicate, che attiene all’applicazione delle conoscenze relative alle scienze geologiche all’ingegneria (geologia applicata), intesa come lo studio dell’influenza che alcuni fattori geologici possono avere su un’opera ingegneristica, proponendosi come punto di contatto ed integrazione tra diversi ambiti ingegneristici e geologici, come la geologia applicata, l’ingegneria geotecnica, l’ingegneria ambientale.

Obiettivi principali di questa disciplina, possono essere riferibili a:

  • Valorizzazione delle risorse naturali per sfruttarle con modalità ecocompatibili;
  • Aumento delle conoscenze di base sull’evoluzione geologica recente;
  • Elaborazione di modelli geologico-evolutivi anche di interesse applicativo e nella prospettiva della mitigazione dei rischi naturali;
  • Formulazione di valutazioni a carattere paleoclimatico e paleoambientale;

Per fare un pò di chiarezza su come modulare queste armi contro il cambiamento climatico, sembra non avere dubbi Sergio Castellari, primotecnologo dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV) di Bologna e comandato come Senior Scientist al Centro Euro-Mediterraneo sui Cambiamenti Climatici (CMCC), dove è responsabile dell’Unità di Ricerca “Relazioni Istituzionali e Politiche di Adattamento”.  Al riguardo questa interessante intervista de “La Repubblica”, al professor Castellari, secondo il quale, la via maestra è quella suggerita nell’ultimo rapporto dell’Ipcc  –  Intergovernmental Panel on Climate Change  –  che mostra quali sono le soluzioni per arrivare a zero emissioni entro il 2100 ed indica ancora nelle energie pulite la “strada sicura ed affidabile” da percorrere. Ecco a seguire la riproposizione dell’intervista rilasciata a “La Repubblica“.

La geoingegneria può essere utile a salvare il pianeta dall’effetto serra?

“Serve grande prudenza perché i potenziali rischi non si conoscono ancora in modo adeguato”.


Quali sono i rischi?
“La geoingegneria è quella che prevede l’emissione in atmosfera di particolato di aerosol per schermare la radiazione solare provocando un raffreddamento climatico. È come simulare una continua potente eruzione vulcanica, come quella avvenuta a  Tambora, un’isola dell’Indonesia, nel 1815. Quell’eruzione ha emesso grandi quantità di solfati che hanno schermato le radiazioni solari e provocato un temporaneo raffreddamento nel 1816 che fu definito “l’anno senza estate”. Quindi riproducendo queste eruzioni non sappiamo cosa può succedere”.

Qual è allora la strategia migliore contro il cambiamento climatico?
“È quella contenuta nell’ultimo rapporto dell’Ipcc che punta a ridurre l’emissione di gas serra”


Come?

“Con un uso maggiore delle energie rinnovabili per arrivare al 90% entro il 2100. E ancora riducendo la deforestazione e i sussidi per le attività legate ai gas serra e aumentando il patrimonio forestale”.

Sauro Secci

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