Dalle leggi suntuarie al fast fashion: desideri, identità e liberazione

 Dalle leggi suntuarie al fast fashion: desideri, identità e liberazione

Dalle leggi suntuarie al fast fashion: una storia di desideri repressi, identità e liberazione. Editoriale di Michele Dotti per il nuovo numero de L’Ecofuturo Magazine

Ci vestiamo ogni giorno, spesso senza porci troppe domande. Eppure, dietro ogni capo che scegliamo di indossare si cela una storia di potere, divieti e desideri repressi. La fast fashion rappresenta il culmine di questa storia: una promessa di libertà che, in realtà, ci tiene prigionieri di meccanismi profondi.

Per secoli, la moda non è stata solo estetica, ma un sistema di controllo sociale. Le leggi suntuarie, in vigore fino al XVIII secolo, imponevano rigide restrizioni sull’abbigliamento per distinguere le classi sociali e limitare l’accesso ai beni di lusso da parte dei ceti popolari. Non era solo una questione economica: dietro di esse c’era l’idea che ogni classe dovesse restare al proprio posto e che l’ostentazione di ricchezza da parte dei meno abbienti minacciasse l’ordine sociale.

Ma l’essere umano, si sa, è spinto dal desiderio e più qualcosa gli viene negato, più lo desidera. Quelle restrizioni hanno alimentato – per molti secoli – un profondo bisogno di emancipazione attraverso il vestire. Quando l’industrializzazione ha reso possibile la produzione su larga scala, la diga è crollata: la moda è diventata finalmente “democratica”.

La fast fashion è l’estremizzazione di questo processo. Oggi possiamo acquistare capi che riproducono le tendenze delle passerelle a prezzi irrisori, cambiando look ogni settimana. Sembra una conquista, ma a quale prezzo?

Se da un lato ha abbattuto le barriere economiche, dall’altro ci ha incatenati al consumo compulsivo. I prezzi bassi si basano su condizioni di lavoro inaccettabili e un impatto ambientale devastante. Le acque dei fiumi in Asia si tingono dei colori delle tendenze stagionali, impregnate di sostanze tossiche. Le microplastiche dei tessuti sintetici avvelenano gli oceani. E noi partecipiamo a tutto questo ogni volta che compriamo una maglietta a pochi euro, illudendoci di essere liberi.

Ma il desiderio di vestirci come vogliamo, dopo secoli di divieti, ci ha resi dipendenti dalla novità, dall’omologazione e dall’insicurezza che ci spinge a riempire gli armadi senza sentirci mai soddisfatti. La soluzione non è solo “comprare meno”. Certo, la consapevolezza è fondamentale: prediligere materiali sostenibili, supportare brand etici, riciclare e riparare. In questo numero presentiamo molte concrete scelte possibili. Ma tutto questo non basta, se non affrontiamo il nodo più profondo: il nostro rapporto emotivo con i vestiti e con l’immagine di noi stessi.

Dobbiamo liberarci non solo dalla fast fashion, ma anche dal desiderio represso che la alimenta. Questo significa riscoprire un rapporto autentico con il nostro modo di vestire, che non sia guidato dalla compulsione dell’acquisto, ma dall’espressione genuina di sé… Continua a leggere gratis su L’ECOFUTURO MAGAZINE

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Foto articolo di the blowup

Redazione

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