Sommersi dagli abiti! L’insostenibilità del sistema moda

 Sommersi dagli abiti! L’insostenibilità del sistema moda

Sommersi dagli abiti. Il sistema della moda e più in generale del tessile è insostenibile. Articolo di Silvia Gambi, giornalista, fondatrice di Solo Moda Sostenibile.

Produrre di più per vendere di più: strategia che per anni ha fatto da traino alla crescita esponenziale dell’industria della moda. Però velocità e sostenibilità sono due parole che non stanno bene insieme. E’ proprio in questo binomio che si concentra il modello di business dell’industria del fashion: la necessità di stimolare continuamente il consumatore per far nascere bisogni sempre nuovi, da soddisfare con nuovi acquisti. Affinché questo ciclo si completi è necessario produrre tantissimi capi e rinnovare continuamente gli stili. Ogni anno nel mondo vengono prodotti circa 150 miliardi di capi di abbigliamento. E solo una percentuale tra il 70 e l’80 per cento viene venduta. Circa 40 miliardi di abiti, accessori, scarpe, vengono distrutti, senza mai essere stati indossati. Secondo l’Agenzia Europea per l’Ambiente sono circa 400 mila tonnellate i tessili inceneriti.

La sovrapproduzione è il risultato di un sistema che spinge al consumo con campagne di marketing sempre più aggressive. I trend si susseguono rapidamente, alimentando insicurezze e creando una dipendenza dallo shopping. L’enorme offerta genera sprechi immensi: la gestione degli invenduti resta una sfida cruciale per la moda, che parla di circolarità senza concretizzarla. Un peso ulteriore per un’industria già alle prese con l’impatto ambientale e sociale. Il fast fashion ha accelerato il ciclo produttivo, portando micro collezioni nei negozi ogni tre settimane e aggiornando l’offerta su base settimanale. Oggi, con l’ultra fast fashion, il ritmo è ancora più frenetico. I giganti cinesi Shein e Temu, grazie all’intelligenza artificiale e ai social, interpretano in tempo reale i gusti dei consumatori, lanciando nuovi capi ogni giorno.

La scelta si basa solo sul prezzo: la qualità del capo non è importante, perché deve rispondere a un bisogno momentaneo. Spendendo poco si può indossare poche volte e può essere gettato via, andando a ingrandire la massa di rifiuti tessili che sta invadendo il mondo.

Il British Fashion Council, provocatoriamente, ha affermato che i nostri abiti, le nostre scarpe e le nostre borse potrebbero vestire le prossime sei generazioni. Fino a qualche tempo fa gli abiti si compravano ad inizio stagione. Comprandone uno alla volta, l’acquisto si riduce a atto impulsivo, molte volte non guidato da una reale necessità.

Collezioni impetuose

La sovrapproduzione non riguarda solo il fast fashion. È vero che il continuo rinnovo delle collezioni è nato con le grandi catene di abbigliamento a basso costo, ma oggi questo modello viene adottato anche dai brand del lusso, anch’essi sommersi dagli invenduti.

In questo periodo, il problema è ancora più evidente. La crisi dei consumi ha ridotto gli acquisti, lasciando intere collezioni ferme prima ancora di arrivare nei negozi. Di conseguenza, la produzione nei distretti si è bloccata e nessuno sa con certezza quando riprenderà.

Per anni le legislazioni dei vari paesi si sono occupate poco di quello che stava accadendo all’interno dell’industria della moda. Il sistema è dominato da grandi conglomerati finanziari che sono presenti a livello internazionale e si pensava che il sistema fosse in grado di autoregolamentarsi. Ma così non è stato e dopo anni di inattività per prima la Commissione Europea ha iniziato a immaginare con decisione la transizione sostenibile del sistema. Ecco che ha preso forma la “Strategia europea per il tessile sostenibile e circolare”, che si focalizza su 16 interventi legislativi diversi in qualche raro caso già approvati oppure in corso di elaborazione.

Probabilmente, i legislatori non si aspettavano di doversi confrontare con un mondo così complesso. Tessile, abbigliamento, accessori, calzature, sono tutti settori che fanno parte di questa galassia. È difficile creare una normativa unica per un mondo produttivo così variegato e questo sta portando a ritardi notevoli nella tabella di marcia dell’attuazione della Strategia. Ma c’è di più: c’è una spinta al rallentamento dell’adozione delle normative sulla sostenibilità, che vengono ritenute troppo impegnative e costose. La verità è che il sistema parla di sostenibilità, ma non vuole cambiare davvero, perché la transizione è troppo difficile da attuare.

Filiere di produzione lunghe in paesi diversi, dalla fibra al capo finito, con il coinvolgimento di tanti lavoratori e lavoratrici. Difficili da tracciare, proprio lungo le filiere possono nascondersi storie di sfruttamento, che hanno alla base di necessità di produrre grandi numeri, velocemente e a prezzi ridotti. Dopo la pandemia da Covid, l’industria della moda si è trovata a fronteggiare tutte le sue contraddizioni. Le filiere produttive asiatiche hanno dovuto fare i conti con ordini cancellati e grosse riduzioni di commesse portando il malcontento tra i lavoratori della filiera, nella maggioranza dei casi sottopagati. Per esempio, in Bangladesh dallo scorso luglio si sono accese delle proteste violente contro un sistema da cui non si sentono tutelati.

Il mondo del lusso ha attivato una strategia di riavvicinamento della produzione, riportando la filiera in Italia, per essere certi di poter garantire un livello qualitativo della produzione alto e soprattutto per ridurre il rischio di danni di immagine.

Consumatori cambiati

Sembrava che la pandemia fosse un ricordo lontano, che tutto fosse destinato a riprendere alla velocità di prima, ma poi ci si è resi conto che i consumatori sono cambiati. Chiusi nelle loro case per settimane, hanno scoperto che i loro armadi sono pieni di tante, troppe cose. E poi l’inflazione, l’incertezza, le guerre, hanno reso tutti più poveri e incerti. Allo stesso tempo all’interno dei brand si è anche tolto il velo sull’enorme quantità di capi invenduti raccolti nei loro magazzini. La normativa europea contro la distruzione degli invenduti ha completato il quadro, che ha portato a una crisi senza precedenti nel mondo della moda. La produzione si è ridotta in maniera consistente e i distretti italiani stanno facendo i conti con un rallentamento pericoloso, che rischia di creare anche buchi nella filiera produttiva, con la perdita di alcune fasi centrali.

La sostenibilità è innanzitutto responsabilità verso l’ambiente. Garantire il rispetto dei diritti delle persone che lavorano all’interno della catena di produzione è un tema complicato da affrontare, ma è anche prioritario. Troppo spesso emergono storie di sfruttamento e di diritti violati, situazioni che potrebbero essere evitate lavorando sulla trasparenza e intervenendo con verifiche dirette. La Corporate Social Due Diligence Directive, dovrebbe servire a stabilire un meccanismo di controllo e di verifica sul rispetto dei diritti lungo la catena di fornitura da parte di chi immette i prodotti sul mercato… CONTINUA A LEGGERE L’ARTICOLO GRATIS SU L’ECOFUTURO MAGAZINE

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Redazione

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