Quale Energia per la pace e la democrazia?
Energia: tra pace e democrazia. Un confronto obiettivo fra nucleare e rinnovabili sulle questioni sociali. Articolo di Michele Dotti, direttore “L’Ecofuturo Magazine”.
Viviamo un momento storico cruciale, un bivio che segna non solo la transizione energetica, ma soprattutto il passaggio da una società ancora arroccata su modelli centralizzati, piramidali – direi quasi feudali – verso nuove strutture diffuse, orizzontali, democratiche e pacifiche. È qui che le energie rinnovabili svolgono un ruolo davvero epocale. (Si tratta di un tema che abbiamo già trattato sulle pagine del nostro Magazine anche in un numero monografico sulla Pace, circa un anno fa, e che qui vorrei riprendere in breve).
Per secoli abbiamo edificato la nostra civiltà su “vertebre fossili” – grandi centrali, fonti concentrate, infrastrutture rigide. E, come sappiamo, questa sovrastruttura ha alimentato conflitti, competizioni, domini. Controllare il petrolio, il gas, le miniere di uranio ha significato potere, ricchezza, potenziale bellico. Il nucleare civile, per sua natura, non rompe questo schema: rimane un’energia centralizzata, controllata da una cerchia ristretta, che esige potere, risorse, competenze rare. E così, anche se viene presentato come “verde”, non abbatte i pilastri feudali del sistema energetico.
Al contrario, le rinnovabili – Sole, vento, idroelettrico, geotermia, maree – sono per loro stessa natura diffuse, locali, multiple. Possono essere installate ovunque, generano autonomia, permettono di creare comunità energetiche, nelle quali i cittadini diventano “prosumer”, produttori e consumatori al tempo stesso, in uno spirito di cooperazione, non di competizione.
In Italia, secondo Enel Grids, nel solo 2023 sono state attivate circa 360 mila nuove connessioni di impianti rinnovabili – incluse utenze prosumer – portando il totale a circa 1,5 milioni. Sono cittadini, famiglie, imprese che producono e consumano, tessendo una rete energetica dal basso.
Questo modello distribuito apre le porte a un diverso modo di vivere la democrazia. Chi genera energia non è più un semplice consumatore passivo, diventa parte attiva e responsabile del cambiamento. Non è più un suddito energetico, ma un cittadino libero. La comunità – locale, intelligente, solidale – diventa l’unità fondamentale della politica energetica. È un salto strutturale: dal vertice alla rete, dal monopolio alla pluralità, dalla dipendenza alla autonomia. Un salto che solo le rinnovabili possono permettere, che ci permette di erodere alla radice le principali cause dei conflitti nel mondo.
Civile o militare
L’energia nucleare convive inoltre con il rischio costante di una sovrapposizione tra usi civili e militari. Le infrastrutture nucleari, infatti, possono essere riconvertite o sfruttate per finalità belliche, come dimostrano numerosi casi verificatisi negli ultimi decenni.
La tecnologia dual-use è intrinseca: la stessa tecnologia che arricchisce l’uranio per un reattore può produrre materiali per armi nucleari. Paesi come Iran e Corea del Nord hanno utilizzato come copertura programmi civili per armarsi. Lo stesso Trattato di Non Proliferazione (NPT) contempla la cooperazione pacifica, ma riconosce anche i rischi intrinseci della diffusione tecnologica del nucleare. La storia, del resto, offre esempi chiari: l’uranio arricchito o il plutonio prodotto per impianti a fissione può diventare testata. Casi come l’India, la Corea del Nord e l’approccio ambiguo verso il nucleare israeliano nel Medio Oriente mostrano come nessun controllo internazionale basti a prevenire la militarizzazione.
Oggi, in un contesto segnato dal progressivo inaridimento della fiducia geopolitica, emergono nuove fonti di inquietudine. Se l’Iran dovesse dotarsi dell’arma nucleare, anche Arabia Saudita e Turchia potrebbero decidere di seguirne l’esempio, innescando una pericolosa corsa agli armamenti. Nel frattempo, gli strumenti di controllo internazionale si indeboliscono. L’accordo con l’Iran è stato smantellato, i trattati storici si sgretolano, e l’opinione pubblica appare distratta da dazi, tensioni economiche e altre fonti di instabilità – preoccupazioni legittime, per carità – che rischiano di oscurare queste minacce ancor più gravi.
Eppure, le rinnovabili possono rompere questa dinamica. Non contengono uranio, non generano scorie ad alta radioattività, non spingono alla concentrazione del potere energetico. In questo contesto, le tensioni si spostano altrove – verso scelte politiche, infrastrutturali, regolatorie – ma non verso la guerra.
Energia e occupazione
C’è poi il tema dell’occupazione, che diventerà sempre più centrale e stringente con il diffondersi della robotizzazione e dell’IA. Da questo punto di vista, i numeri parlano molto chiaro. Secondo uno studio dell’Università di Cardiff, per ogni GWh di energia prodotta, le rinnovabili creano 4,7 posti a breve termine e 3,5 posti a lungo termine, mentre il nucleare 0,81 posti a breve termine e 0,54 posti a lungo termine. Questo significa che le rinnovabili creano 6-8 volte più occupazione per unità di energia prodotta in confronto al nucleare.
Anche in termini di impiego per investimento, secondo una ricerca del 2024, le rinnovabili creano 15 posti per milione di dollari investiti, contro gli 8 posti del nucleare. A livello globale – secondo il Report annuale di IRENA – nel 2023 abbiamo toccato 16,2 milioni di posti di lavoro nel settore rinnovabile, grazie a una crescita del 18 % rispetto al 2022, con 473 GW di nuova capacità generata. Solo in Italia – secondo i dati diffusi da Elettricità Futura – i lavoratori del fotovoltaico sono quasi raddoppiati, da 42mila a 76.400. Ipotizzando scenari più ambiziosi, verso il 2030 si potrebbero creare – secondo Greenpeace – oltre 163mila posti di lavoro, di cui l’86% nelle rinnovabili.
Secondo il Politecnico di Milano, realizzare gli impianti necessari entro il 2030 richiederebbe un investimento fra 43 e 68 miliardi di euro che potrebbe generare da 310mila a 410mila nuovi posti di lavoro, contribuendo al contempo a una consistente riduzione delle emissioni di CO₂. Pensare a un futuro totalmente rinnovabile non è utopia. In Italia, nel 2024 il 49% dell’elettricità è già stata prodotta da fonti rinnovabili, un record storico. Vent’anni fa tale percentuale era appena al 16,8%. È quindi quasi triplicata in soli due decenni.
Indipendenza energetica e geopolitica
Il dibattito tra rinnovabili e nucleare non riguarda solo la transizione ecologica, ma anche l’indipendenza energetica e gli equilibri geopolitici. Le fonti rinnovabili — come solare, eolico, idroelettrico, geotermia, maree — offrono la possibilità di produrre energia in modo diffuso, locale e decentralizzato. Questo riduce la dipendenza da grandi fornitori esteri e da filiere controllate da poche potenze mondiali, come accade per il gas o l’uranio.
Il nucleare, pur offrendo una produzione stabile e a basse emissioni, resta legato a tecnologie complesse, costose e centralizzate, spesso dipendenti da filiere internazionali per il combustibile e la gestione dei rifiuti radioattivi. Inoltre, solo un numero ristretto di paesi ha pieno accesso al ciclo del nucleare, rafforzando le asimmetrie geopolitiche.
Le rinnovabili, al contrario, favoriscono un modello più democratico e resiliente. Ogni Paese, persino ogni comunità, può investire in impianti propri, creando lavoro locale e riducendo la vulnerabilità a crisi esterne… CONTINUA A LEGGERE GRATIS L’ARTICOLO SU L’ECOFUTURO MAGAZINE
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