L’innovativo sistema di agricoltura e allevamento del popolo Toraja
L’agricoltura e l’allevamento possono cambiare lo status di un popolo. Il caso dell’innovazione agricola dei Toraja. Articolo di Erika Mattio, Archeologa e antropologa.
L’agricoltura può cambiare lo status di un popolo? Vi portiamo in un luogo lontano, forse per molti ancora inesplorato. Si tratta di Tana Toraja, un’area di 70 chilometri sulle vette dell’isola indonesiana di Sulawesi. Qui, un sistema antico di agricoltura e allevamento, riportato in auge da circa trent’anni, ha cambiato le sorti di una popolazione e può diventare un esempio per altre realtà. A due ore di volo da Bali, ci rechiamo nel capoluogo di Sulawesi, il frizzante porto di Makassar. Un tempo baluardo olandese per gli scambi della Compagnia delle Indie, oggi fra i maggiori hub asiatici tra il Borneo e l’Indonesia. Qui, a bordo di un bus condiviso, superiamo cantieri navali, vulcani attivi e colorate moschee per raggiungere, in circa 9 ore, le verdeggianti montagne dei Toraja e conoscere la loro cultura e il sistema innovativo di coltivare riso e allevare pesce.
Un popolo legato ai funerali e all’agricoltura
Palopo, il capoluogo di questa regione, appare come un miraggio fra le risaie e le pietre tombali colorate. Ovunque echeggia il mugghio dei bufali e l’eco di litanie lontane. I Toraja sono un gruppo davvero singolare. In primis, sono gli unici cristiani presenti a Sulawesi, che si distingue per essere una delle aree islamiche più conservatrici dell’intera Indonesia. Il Cristianesimo, arrivato durante il colonialismo olandese, si è intrecciato ad antichi riti animisti dando estrema rilevanza al culto della morte. Con le conquiste islamiche, i Toraja sono rimasti isolati dalle montagne portando avanti i loro affascianti rituali, rimanendo legati alla natura e inventando sistemi di sussistenza legati all’agricoltura e all’allevamento.
I Toraja hanno perfezionato un sistema agrario che li ha resi indipendenti e indispensabili per la sussistenza dell’intera isola di Sulawesi e ha fatto cambiare il loro status. Da popolo discriminato sono ora diventati esportatori indispensabili di riso e pesce di acqua dolce.
Come è stato possibile?
Seppur Sulawesi sia un’isola, il mare è poco pescoso a causa del cambiamento climatico che ha modificato le correnti e dell’inquinamento che soffoca le coste di rifiuti e riveste di una spessa pellicola di olio e catrame la superficie del mare. I Toraja, seppur confinati in un piccolo spazio montano da cui emergono le case con i caratteristici tetti a barca realizzati solo in questo angolo di mondo, hanno sfruttato i versanti esposti al Sole e la quantità di precipitazioni per adattare il loro metodo di coltivazione in un sistema vincente. I prodotti coltivati crescono solo qui, grazie alla relazione fra pioggia e purezza del terreno. Oltre a caffè, cacao e chiodi di garofano sono il riso, i pesci di acqua dolce e le anguille a determinare la ricchezza dei Toraja.
Il sistema prevede che in ogni risaia ci siano quattro stagni. In uno vi sono le anguille del riso, una particolare specie allevata esclusivamente in questa zona, che si riproduce in primavera. I piccoli di anguilla vengono travasati in uno stagno e riescono a nutrirsi in maniera autonoma grazie ai chicchi di riso da cui sono anche protetti. Lo stesso avviene per i pesci. Anch’essi trovano protezione e nutrimento negli stagni che vengono realizzati all’interno delle risaie. E la presenza costante dei contadini consente agli animali di essere monitorati e di non vivere in sovrannumero o in quantità ridotte. I bufali, inoltre, offrono il sistema motore per arare il terreno e concimare i terreni, creando un sistema green e proficuo.
Dallo status di impuri a quello di indispensabili
Per secoli i Toraja sono stati vittime di discriminazioni. I loro nomi, di origine cristiana, hanno reso impossibile lo spostamento e l’accettazione all’interno delle isole indonesiane. A partire dagli anni Novanta, però, i Toraja così legati al culto dei defunti – un’attività che risucchia completamente le disponibilità economiche delle famiglie – hanno dovuto inventare un metodo per poter mantenere la tradizione animista e garantire alle persone di vivere dignitosamente.
Paulus, guida e agricoltore, ha da sempre difeso il suo popolo. «Ogni bufalo che vive a Tana Toraja viene allevato ma non esportato perché inadatto a vivere nelle altre aree dell’isola. Il valore di un singolo animale è di oltre 5 mila euro. Le persone delle caste più basse, però, guadagnano mediamente 200 euro al mese e per le famiglie si richiede di sacrificare almeno 5 bufali per ogni defunto. Le famiglie più ricche possono arrivare a sacrificare fino a 40 bufali, incrementando i guadagni degli allevatori che vengono poi ridistribuiti in investimenti all’interno dei villaggi»… Continua a leggere gratis l’articolo su LECOFUTURO MAGAZINE
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