Il Ruolo dell’Informazione: intervista a Peter Gomez

 Il Ruolo dell’Informazione: intervista a Peter Gomez

Intervista esclusiva a Peter Gomez a cura di Michele Dotti.

Cancellare l’ipocrisia. L’informazione ha il dovere della verità, specialmente rispetto al potere e ai potenti

Peter Gomez, giornalista, scrittore e conduttore televisivo, è una delle figure più rilevanti nel panorama dell’informazione italiana. Cofondatore de “il Fatto Quotidiano”, dirige dal settembre 2009 la versione online del giornale e, dal 2017, il mensile “FQ MilleniuM”. Nel corso della sua carriera, ha collaborato con diverse testate giornalistiche e ha lavorato come inviato e conduttore per programmi su Rai3 e LA7. Specializzato nel giornalismo d’inchiesta, si è occupato di alcuni dei più significativi casi di corruzione politica, giudiziaria e di mafia, distinguendosi per un approccio critico verso i poteri forti e le ingiustizie sociali. Autore di numerosi saggi e libri d’inchiesta, il suo lavoro gli è valso prestigiosi premi giornalistici. In questa intervista, gli abbiamo chiesto una riflessione sul ruolo dell’informazione.

Come definiresti il ruolo dell’informazione nella società contemporanea?

«Il ruolo dell’informazione è quello di cercare sempre di dire la verità. L’obiettività forse è impossibile per un giornalista, ma l’imparzialità certamente è possibile. Bisogna tendere all’imparzialità, non farsi coinvolgere in prima persona nelle dispute ma raccontare le cose per quello che sono. Diceva tanti anni fa un uomo, non un bolscevico, ma un liberale come Luigi Einaudi: “conoscere per deliberare”. Ecco noi dobbiamo cercare di dare in mano ai cittadini gli strumenti di conoscenza in modo che possano poi decidere essendo informati».

In che modo l’informazione può contribuire alla costruzione della pace fra i popoli e con il Pianeta?

«Esattamente come dicevamo prima. Raccontare la verità, raccontare quello che sta all’origine dei conflitti, le cause, non le giustificazioni, perché si è arrivati a quel punto? Raccontare senza infingimenti che chi ora dice di combattere una guerra giusta – in ogni caso entrambi i fronti dicono sempre di combattere una guerra giusta – in passato sicuramente ne ha combattute di sbagliate, raccontare che la legalità internazionale è saltata ormai venticinque anni fa, perché bombardammo, per esempio, Belgrado con D’Alema. Poi osserviamo quello che è accaduto in Iraq con la seconda guerra, quello che è accaduto in Libia. Tutto questo dimostra come dietro le guerre che sempre si ammantano di parole d’ordine straordinarie, vi siano poi in realtà tante ipocrisie. Il mestiere del giornalista è cancellare l’ipocrisia. Credo che questo possa aiutare i popoli a votare in modo più consapevole».

Che cosa significa per te, in concreto, la libertà di stampa? E da che cosa e minacciata oggi?

«La libertà di stampa oggi è minacciata per prima cosa da quei giornalisti che fanno di tutto per non essere liberi. Inoltre, esiste una condizione oggettiva legata al fatto che l’informazione è sempre meno redditizia per gli editori capitalisti, spesso imprenditori con interessi primari in altri settori, come l’edilizia, la sanità privata o l’industria automobilistica. Di conseguenza, chi possiede i giornali è costretto a cercare rapporti privilegiati con la politica, per ottenere favori e prebende».

«E in questo momento, gli editori che ripianano i buchi di società editoriali, che sono in passivo, sono particolarmente forti e il direttore potrà difficilmente dire di no di fronte a notizie che contrastano il pensiero o gli interessi dell’editore, perché il suo stesso stipendio è a rischio. I giornalisti italiani poi hanno un problema: sono italiani e questo si deve aggiungere. Ma non basta, stiamo sempre più spesso barattando la nostra libertà con la sicurezza. Tutto quello che accade nel mondo dei social in nome della sicurezza, anche la sicurezza giusta, dei nostri figli, va in qualche modo a intaccare la libertà di parola».

«Ricordo che in Italia la stampa, ma vale per tutti, non può essere sottoposta a censura. Può intervenire dopo un’autorità terza, un magistrato, nel momento in cui invece la politica o gli stessi proprietari dei social si arrogano il diritto di decidere che cosa può essere pubblicato e cosa no, ecco che la libertà di stampa è in pericolo».

Quali strategie potrebbero adottare i media per contrastare la disinformazione sulle tematiche ambientali?

«Il mestiere dei media non è di contrastare la disinformazione ma di raccontare le cose come stanno e se si raccontano con autorevolezza, la disinformazione apparirà per quello che è: un cumulo di balle».

«Il problema, come dicevamo prima, è che i media spesso non hanno alcun interesse a raccontare la verità, soprattutto quando diventa oggetto di campagne politiche. L’ambiente, l’ecologia francamente non sono di destra né di sinistra; invece ci si divide in maniera surreale su questo tema. Ecco, fare bene il proprio lavoro basta per contrastare la disinformazione, il vero ostacolo è che solo alcuni lo fanno, mentre molti altri no».

La tecnologia e i social media come stanno cambiando il modo in cui l’informazione viene prodotta e consumata?

«Tecnologia e social media stanno cambiando il mondo dell’informazione perché le persone hanno la possibilità di far sentire la loro voce sempre più fortemente; fornire notizie diverse, ma certe volte anche balle sesquipedali. Il problema vero che in questo momento mi preoccupa riguarda la libertà di stampa, o meglio, la libertà di essere informati. Su Instagram da qualche tempo è in vigore una policy per cui se non si spunta all’interno delle preferenze la casella: “Voglio accettare contenuti politici e sociali”, saranno visibili i contenuti politici sociali solo delle persone che segui, e non più random. Questo è un altro grave attentato, secondo me, alla libertà di informazione»… Continua a leggere gratis l’intervista su L’ECOFUTURO MAGAZINE

Redazione

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