Guerre e combustibili fossili: un legame mortale

 Guerre e combustibili fossili: un legame mortale

Tank, war and military conflict in city with buildings destroyed by army in explosion. Fight, fire and battle in urban town, violence and airplane on mission to bomb Ukraine at battlefield for oil.

Buona parte dei conflitti dal dopoguerra a oggi si sono combattuti per le fonti energetiche.

«Se il Kuwait coltivasse carote, non ce ne importerebbe nulla». (Lawrence Korb, assistente del segretario alla Difesa amministrazione Reagan, mentre gli Stati Uniti preparavano il massiccio attacco militare all’Iraq nel 1991).

“Petrolio mortale” di Cecilia Bergamasco, giornalista scientifica

Fin dall’inizio dell’era industriale, le risorse energetiche, in particolare i combustibili fossili (petrolio, gas naturale e carbone), sono state un motore fondamentale delle economie mondiali e causa di numerosi conflitti internazionali. Il petrolio, essendo cruciale per alimentare l’industria, i trasporti e le economie, ha spesso rappresentato un obiettivo strategico. Oggi, nonostante l’aumento delle energie rinnovabili, i combustibili fossili restano una risorsa geopolitica centrale. Secondo stime dell’International Energy Agency (IEA), nel 2021 circa l’80% del consumo energetico globale proveniva ancora dai combustibili fossili. Questo dato sottolinea quanto sia ancora forte la dipendenza mondiale da petrolio, gas e carbone. Le tensioni globali che ruotano attorno al loro controllo, dalla Seconda guerra mondiale fino ai conflitti in Medio Oriente e alle tensioni nel Mar Cinese Meridionale, sono la dimostrazione di quanto sia cruciale il tema. Un ciclo di violenza e competizione che ha causato milioni di morti, distruzione di infrastrutture e instabilità politica.

Combustibili fossili tra distruzione e instabilità

Nel XX secolo, il petrolio è diventato la risorsa più preziosa del Pianeta, alimentando il progresso tecnologico e industriale. Tuttavia, questa dipendenza ha creato una competizione feroce tra le nazioni, molte delle quali sono entrate in guerra pur di assicurarsi il controllo delle riserve energetiche.

La Seconda guerra mondiale è il primo esempio di guerra per l’energia del secolo scorso. Il Giappone invase il Sud-est asiatico per assicurarsi le risorse di petrolio necessarie al suo sforzo bellico, mentre la Germania nazista puntava ai campi petroliferi del Caucaso.

Paesi come l’Iraq, l’Arabia Saudita e l’Iran, ricchi di petrolio e gas naturale, sono stati al centro di tensioni geopolitiche e conflitti armati. La logica del dominio delle risorse fossili ha reso queste regioni particolarmente vulnerabili all’instabilità, poiché ha attirato l’attenzione di potenze straniere e ha alimentato scontri interni.

Le guerre per il petrolio hanno portato alla devastazione di intere nazioni. Una su tutte, quella del Golfo del 1990-1991, scatenata dall’invasione irachena del Kuwait, in parte per controllare le sue vaste riserve petrolifere. La coalizione internazionale, guidata dagli Stati Uniti, intervenne per respingere l’invasione. Oggi è un esempio lampante di come il controllo delle risorse petrolifere possa diventare il pretesto per conflitti di vasta scala. Il Kuwait, con il suo 10% delle riserve mondiali di petrolio, è stato l’obiettivo di Saddam Hussein, che mirava a rafforzare il potere economico del suo paese proprio grazie al petrolio.

Il costo di questa guerra in termini di morti è stimato tra 25 mila e 30 mila persone, in termini economici tra i 60 e 100 miliardi di dollari, gran parte coperto da paesi alleati come l’Arabia Saudita, il Giappone e la Germania, che finanziarono l’operazione a guida statunitense. Per il Kuwait si stimano perdite dirette al settore petrolifero tra 10 e 15 miliardi di dollari, a causa di sabotaggi e incendi appiccati dalle truppe irachene ai pozzi petroliferi. La guerra non solo ha portato morte e distruzione, ma ha anche evidenziato quanto le risorse fossili possano diventare un’arma di ricatto geopolitico.

La guerra in Iraq (2003-2011) è stata un altro tragico capitolo di questa storia. Sebbene giustificata ufficialmente con pretesti legati alla sicurezza globale e alle armi di distruzione di massa, il vero obiettivo era il controllo delle riserve energetiche irachene. Con oltre 140 miliardi di barili di petrolio stimati, l’Iraq è diventato un campo di battaglia per le potenze occidentali, ma il prezzo di questa guerra è stato altissimo. Tra 200 mila e 300 mila morti, con 185 mila civili iracheni morti sia a causa del conflitto sia delle sue conseguenze, tra cui violenze settarie, attentati terroristici e attacchi aerei. Un’intera generazione irachena devastata, e una destabilizzazione della regione che ancora oggi non è stata sanata.

Combattere per le fonti energetiche

Nonostante le guerre passate con la loro scia di morti e distruzione economica e sociale, il controllo delle risorse fossili continua anche ai giorni nostri ad essere una fonte di tensioni.

Nella guerra civile in Siria, iniziata nel 2011 e persistente anche ai giorni nostri, oltre alle questioni interne e geopolitiche ha giocato un ruolo cruciale il controllo delle vie di accesso energetico (come i gasdotti). Diverse potenze regionali, come la Russia e l’Iran, hanno interessi legati alle risorse energetiche della regione, e il conflitto ha in parte coinvolto queste dinamiche. Secondo la World Bank, il costo economico del conflitto siriano fino al 2020 è stato di circa 226 miliardi di dollari. Il dato comprende la perdita di capitale umano, distruzione delle infrastrutture e danni economici complessivi. Prima della guerra civile, la produzione di petrolio siriana ammontava a circa 400 mila barili al giorno. Oggi è crollata a meno di 30 mila a causa del conflitto.

Per non parlare delle perdite in termini di vite umane: oltre 500 mila morti dall’inizio del conflitto nel 2011 fino al 2020. Secondo il Syrian Observatory for Human Rights, 160 mila civili sono stati uccisi, a causa di bombardamenti, violenze settarie e operazioni militari contro le aree ribelli. A questo, si aggiunge anche la crisi dei rifugiati con oltre 13 milioni di siriani sfollati (più della metà della popolazione del paese), dei quali circa 6,6 milioni hanno cercato asilo all’estero. Oltre ai morti diretti, la guerra ha portato a un crollo delle condizioni sanitarie, con migliaia di persone che hanno perso la vita a causa della mancanza di cure mediche adeguate.

Il Mar Cinese Meridionale, un’area di oltre 3,5 milioni di chilometri quadrati, dove si stima siano presenti 11 miliardi di barili di petrolio e oltre 5 miliardi di metri cubi di gas naturale è un altro esempio. L’area è contesa tra Cina, Vietnam, Filippine e altre nazioni che cercano di accaparrarsi il controllo delle riserve strategiche. La logica che guida queste tensioni è la stessa che ha caratterizzato i conflitti passati. La volontà di controllare risorse limitate per ottenere potere economico e politico… Continua a leggere l’articolo gratis su L’ECOFUTURO MAGAZINE

Redazione

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