Come si costruisce un futuro sostenibile: intervista a Tessa Gelisio

 Come si costruisce un futuro sostenibile: intervista a Tessa Gelisio

Ecologia, stile e coerenza ecco come si costruisce un futuro sostenibile. Intervista a Tessa Gelisio a cura di Sergio Ferraris, giornalista scientifico e caporedattore “L’Ecofuturo Magazine”.

Giornalista, conduttrice televisiva e ambientalista, Tessa Gelisio è da anni una delle voci più autorevoli nel panorama della divulgazione ambientale in Italia. Con il suo impegno è riuscita a rendere accessibili temi complessi come il cambiamento climatico, il consumo consapevole e le energie rinnovabili. In questa intervista ci accompagna in una riflessione a tutto campo: dalla crisi climatica al greenwashing, dal ruolo della moda alla consapevolezza delle giovani generazioni, fino al rapporto tra tecnologia e natura.

Quali sono secondo lei le priorità assolute per contrastare la crisi climatica?

«Innanzitutto, è fondamentale ridurre quanto più possibile la dipendenza dalle fonti fossili, a partire dalla produzione di energia elettrica: puntare a una transizione verso un sistema interamente basato su fonti rinnovabili è una condizione imprescindibile. Sul fronte dell’energia termica, sebbene l’impiego di combustibili fossili sia più difficile da eliminare completamente, esistono oggi tecnologie in grado di ridurre enormemente il loro utilizzo, specialmente in ambito domestico. Le nuove pompe di calore ad alta temperatura, per esempio, permettono di utilizzare i termosifoni esistenti senza doverli sostituire, abbattendo una delle barriere principali alla loro diffusione. Questo rappresenta un passo importante verso la neutralità carbonica».

«Un’altra priorità, spesso sottovalutata, è il risparmio energetico. L’energia più pulita è quella che non viene consumata. Purtroppo, le proiezioni indicano un costante aumento dei consumi energetici a livello globale, in controtendenza rispetto a ciò che sarebbe auspicabile. In questo contesto, l’efficienza energetica diventa cruciale. È necessario ripensare i nostri stili di vita, le abitudini quotidiane, investire in edilizia sostenibile e trasporti pubblici elettrificati. Infine, ma non meno importante, va fermata la distruzione degli ecosistemi naturali. La deforestazione delle foreste primarie, in particolare quelle tropicali, oltre a compromettere la biodiversità e il ciclo dell’acqua, rappresenta una delle principali fonti di emissioni climalteranti a livello mondiale. La conservazione degli ambienti naturali deve essere trattata come una vera e propria emergenza globale».

Parliamo di greenwashing. Come riconoscere le azioni davvero sostenibili da quelli che sono solo di facciata?

«Riconoscere il greenwashing non è sempre facile, perché richiede una certa attenzione e competenza. Il primo segnale da cogliere è quando la comunicazione ambientale si limita a elementi superficiali come il colore verde nel packaging o nel logo, oppure l’uso di parole chiave come “eco”, “green”, “naturale” senza alcun riscontro reale nei fatti. In questi casi, è lecito dubitare. Un’azienda veramente sostenibile fornisce informazioni precise, dettagliate e verificabili sulle proprie pratiche: dai metodi produttivi all’origine delle materie prime, fino alla gestione del fine vita del prodotto. Le certificazioni ambientali svolgono un ruolo sempre più cruciale».

«Oggi esistono standard internazionali, come Ecolabel o FSC, che garantiscono un controllo serio e indipendente. Inoltre, le nuove normative europee stanno vietando l’utilizzo di affermazioni ambientali generiche e non dimostrabili. Un altro aspetto da tenere in considerazione è la trasparenza nel dichiarare le criticità: un marchio davvero impegnato nella sostenibilità non ha paura di ammettere dove può ancora migliorare. Infine, attenzione ai prodotti che vantano qualità già intrinseche come fossero conquiste ambientali. Dire che un contenitore è “in carta riciclabile” non è di per sé un merito, se tutte le carte lo sono. È importante distinguere tra reale impegno ambientale e semplice marketing».

In questo numero de “L’Ecofuturo magazine” abbiamo il focus sulla fast fashion. Come si fa a sensibilizzare i consumatori sui costi ambientali della moda low cost?

«È una sfida enorme. La fast fashion è uno dei settori più impattanti sul piano ambientale, eppure fatica ancora a entrare nella percezione collettiva come un problema. Secondo le stime, l’industria della moda è responsabile di circa il 10% delle emissioni globali di CO2 – più di tutto il traffico aereo e marittimo messi insieme – e contribuisce per circa il 20% all’inquinamento idrico mondiale. Produciamo e consumiamo abiti a un ritmo insostenibile, con milioni di tonnellate di indumenti che finiscono ogni anno nelle discariche. Sensibilizzare significa raccontare questi numeri, ma anche mostrare le alternative. Occorre ricordare che molti capi sono composti da fibre sintetiche, fonte primaria di microplastiche che finiscono nei mari e nell’aria, danneggiando ecosistemi e salute umana».

«Serve anche un approccio culturale: spiegare che vestirsi bene non vuol dire necessariamente cambiare outfit ogni settimana. Purtroppo, però, l’identificazione sociale attraverso il consumo è un meccanismo potente, difficile da scardinare. Bisogna lavorare sull’educazione, a partire dalle scuole e valorizzare esperienze virtuose: brand etici, second hand, riparazione e upcycling. C’è bisogno di una rivoluzione nel nostro rapporto con i vestiti, che non può prescindere da una consapevolezza più profonda del loro impatto».

È possibile coniugare la creatività, lo stile e la sostenibilità nella moda?

«Sì, ed è forse proprio nel mondo della moda che questa sinergia può dare i risultati migliori. Creatività e sostenibilità non sono in contrasto, anzi: i brand che riescono a coniugarle emergono per autenticità e valore. La qualità, per esempio, è una forma concreta di sostenibilità: un capo ben fatto, con materiali durevoli, dura più a lungo, mantiene il proprio aspetto, riduce il bisogno di sostituzione continua. E questo è esattamente il contrario della fast fashion. Un tempo esisteva una cultura del “comprare per far durare”: le lenzuola della nonna, gli abiti su misura, i maglioni di qualità. Oggi si tende ad acquistare velocemente, per tendenza o per prezzo, perdendo di vista il valore reale».

«Ma questa cultura può essere recuperata. I negozi dell’usato, offrono capi vintage o sartoriali spesso di qualità eccellente, a prezzi accessibili. Alcuni sembrano nuovi, ma hanno alle spalle decenni di vita: sono testimonianza di uno stile che non ha bisogno di cambiare ogni settimana. Inoltre, la sostenibilità può essere anche sinonimo di originalità: recuperare, ricreare, personalizzare significa sfuggire alle logiche della produzione seriale. La moda può e deve diventare un’espressione di consapevolezza e identità, non solo un riflesso delle tendenze imposte dal mercato».

Parliamo di giovani. Quale rapporto hanno con il vestire le nuove generazioni?

«I giovani sono molto sensibili ai temi ambientali, mostrano interesse e partecipazione nelle battaglie per il clima, ma nel rapporto con la moda spesso faticano a mantenere la coerenza. I social giocano un ruolo enorme: promuovono modelli estetici sempre nuovi, alimentano un bisogno costante di cambiamento e omologazione. L’apparenza diventa prioritaria e questo rende difficile rinunciare alla novità, anche quando si è consapevoli dell’impatto ambientale. Molti ragazzi sono disposti a scelte importanti, come diventare vegani per ridurre l’impronta ecologica, ma fanno fatica a dire no all’ultima maglietta di tendenza. Non è questione di incoerenza, ma di una pressione culturale fortissima, che rende difficile scegliere in controtendenza. La sfida è fornire modelli alternativi, più autentici, in cui il valore non stia solo nell’apparenza ma anche nella storia e nel significato di ciò che si indossa».

Energie rinnovabili. Stanno crescendo, nonostante Trump. Secondo lei come si svilupperanno?

«Le rinnovabili sono oggi più che mai una realtà in crescita. Il fotovoltaico, in particolare, è diventato l’energia più economica e accessibile anche per le famiglie. I costi di installazione si sono drasticamente ridotti rispetto a dieci o vent’anni fa, e questo ne favorisce una diffusione capillare. Mi aspetto che nei prossimi anni l’autoproduzione energetica domestica diventi la norma. L’eolico resta una risorsa fondamentale, anche se in Italia trova resistenze, spesso immotivate. Esistono pregiudizi legati all’impatto paesaggistico, che non si applicano ad altre infrastrutture industriali molto più invasive… CONTINUA A LEGGERE GRATIS L’INTERVISTA SU L’ECOFUTURO MAGAZINE

Redazione

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