L’alcol non è democratico. Il piacere, forse, può ancora diventarlo
L’alcol non è democratico. Il piacere, forse, può ancora diventarlo. Articolo di Riccardo Astolfi dalla newsletter No/Lo Bolo.
C’è un equivoco molto italiano che torna sempre quando si parla di alcol: l’idea che sia una questione di misura. Bere sì, ma “con moderazione”. Detto spesso con lo stesso tono con cui si dice “basta volerlo davvero”, che è una frase magica buona per i podcast motivazionali e pessima per la realtà.
Come se fosse un problema di carattere.
Come se il corpo fosse un foglio Excel.
Come se il contesto fosse arredamento.
Il post che ho letto su American Inequality fa una cosa meno rassicurante: sposta il discorso da chi esagera a chi paga il conto. E mostra che l’alcol non colpisce tutte allo stesso modo. A parità di consumo, i danni si distribuiscono in modo diseguale. Dipendono da dove vivi, che lavoro fai, quanta stabilità hai, quanta cura puoi permetterti. Negli Stati Uniti questa cosa è macroscopica. In Italia è più educata, più silenziosa, ma non per questo meno presente.
Alcol – Partiamo dai numeri, così evitiamo il “secondo me”.
In Italia il 67,3% delle persone di 11 anni e più ha consumato almeno una bevanda alcolica nell’ultimo anno. Il consumo quotidiano è in lieve calo, mentre cresce quello occasionale e fuori pasto (ISTAT, Relazione al Parlamento su alcol e problemi alcolcorrelati, dati 2023).
Tradotto: meno bicchiere “di tradizione”, più alcol come evento, come socialità intermittente, come interruttore rapido. Più aperitivi, meno abitudine. Più stories, meno rituale.
Poi c’è la parte che di solito rovina l’atmosfera.
Oltre 8,6 milioni di persone presentano modalità di consumo considerate a rischio, e l’alcol è associato a decine di migliaia di accessi al pronto soccorso ogni anno, spesso per abuso episodico (ISS – Osservatorio Nazionale Alcol, sistema PASSI). Qui di solito qualcuno dice: “eh ma il problema sono gli eccessi”. Certo. Come se l’eccesso fosse una scelta estetica e non una dinamica sociale.
Il passaggio interessante — quello che rende questa storia politica e non solo sanitaria — arriva quando guardiamo chi beve come e con quali conseguenze.
I dati ISTAT sugli stili di vita mostrano che il consumo a rischio è più elevato nel Nord, soprattutto nel Nord-Est (circa 19%), rispetto al Centro e al Mezzogiorno (ISTAT, Stili di vita e condizioni di salute, 2024). Fin qui tutto sommato noto.
La parte meno raccontata arriva quando si scompone il rischio. Tra le persone adulte, le ubriacature episodiche risultano più frequenti tra chi ha un titolo di studio più alto, mentre il consumo abituale eccedentario è più diffuso tra chi ha titoli di studio più bassi (ISTAT). Due modelli diversi, due Italie che si guardano storto: da una parte lo sballo “occasionale”, raccontato come esperienza; dall’altra la quantità quotidiana, che non fa storytelling ma fa danni. Una è cool, l’altra è muta.
Ed è qui che entra la disuguaglianza vera. OMS e ISS lo dicono senza giri di parole: le persone con status socioeconomico più basso subiscono danni maggiori a parità di consumo, perché hanno meno accesso alla prevenzione, alla diagnosi precoce, alla cura, e più esposizione a stress cronico e lavori usuranti (OMS/ISS, Alcohol and Inequality reports). Non è che “bevono peggio”. È che il contesto amplifica l’impatto. Il bicchiere è lo stesso. Il terreno no.
In Italia questa cosa la mascheriamo benissimo. Dieta mediterranea, vino buono, cultura. Tutto vero (?). Ma la tradizione non è un dispositivo di sicurezza, e il terroir non neutralizza l’etanolo. Se l’alcol fosse solo cultura, non produrrebbe differenze così nette negli esiti di salute. Evidentemente è anche qualcos’altro. Spoiler: chimica.
È qui che il discorso No/Lo smette di essere una faccenda da “chi non beve” e diventa interessante. Non come soluzione miracolosa — non lo è — ma come tecnologia sociale. Un modo per tenere in piedi il rito senza chiedere a certi corpi di fare sempre da ammortizzatori. Un modo per redistribuire il piacere, invece di redistribuire il danno.
Nel mio libro, il manifesto del bere senza alcol, provo a dirlo così: togliere l’alcol non significa togliere la festa. Significa togliere una scorciatoia chimica e rimettere al centro il gusto, la compagnia, il tempo condiviso. È più faticoso, sì. Ma è anche più onesto. Perché la “tenuta” all’alcol non è una virtù morale: è una combinazione di biologia, contesto e privilegio. E chiamarla forza di volontà è solo un modo elegante per non parlarne.
E se davvero vogliamo parlare di prevenzione — quella che funziona davvero — allora bisogna dirlo fino in fondo: le politiche efficaci non sono quelle che colpevolizzano chi beve, ma quelle che regolano prezzo, disponibilità e marketing dell’alcol (OMS). Tutto il resto è educazione civica con il bicchiere in mano.
L’alcol non è democratico.
Il piacere, forse, può ancora diventarlo.
La quarta puntata di Ecofuturo Tv dedicata al tema dell’alimentazione sana e sostenibile: LINK VIDEO


