Pale eoliche, il bene e il bello

“Buone notizie” l’inserto del Corriere della Sera pubblica oggi, martedì 2 febbraio 2021, un’intervento del Presidente del Coordinamento Free, Prof. Livio de Santoli, sulle fonti rinnovabili e sul fatto che coloro che si oppongono all’utilizzo delle stesse abbiano una concezione dell’energia del secolo scorso. Il dibattito nasce dall’intervista al presidente di Legambiente Stefano Ciafani su Buone Notizie l’8 dicembre 2020 e dalla risposta della presidente di Amici della Terra Monica Tommasi del 5 gennaio. Come Redazione di Ecquologia e rete di Ecofuturo non possiamo non sposare parola per parola le riflessioni del Prof. de Santoli, convinti che un paesaggio in cui non sono presenti segni rinnovabili è un paesaggio malato.

Pale eoliche, il bene e il bello ma anche la paura di cambiare. E l’unità nell’area ambientalista

Gentile Elisabetta,
sulle pagine di Buone Notizie si è sviluppato un dibattito sull’utilizzo (o meno) delle pale eoliche. Perché pale eoliche e pannelli fotovoltaici che generano l’energia di cui avremo bisogno, anche al netto di tutta l’efficienza energetica che possiamo fare, grazie alle carezze del vento e del Sole in alcuni generano paura, se non sgomento? La risposta è che secondo me coloro che giudicano le fonti rinnovabili in senso negativo, non solo non le conoscono, ma hanno una visione dell’energia del secolo scorso, se non addirittura di quello ancora precedente.

Oggi le tecnologie rinnovabili vista la loro diffusione, la vicinanza alle collettività, il loro adattarsi alle conformità del territorio, il loro continuo innovarsi determinano una nuova concezione dell’energia stessa che, vista anche la nuova vicinanza ai cittadini, diventa un patrimonio collettivo. La Convenzione europea sul paesaggio e recentemente la Convenzione di Faro, infatti, hanno sottolineato l’importante contributo dell’eredità culturale secondo i concetti della sostenibilità includendo, quindi, le fonti rinnovabili. Gli sviluppi recenti della ricerca europea sul patrimonio culturale e il Pnr 2021-27 del Ministero dell’Università integrano organicamente il patrimonio culturale ai tre pilastri fondamentali della sostenibilità, quelli dell’ economia, dell’ecologia e della società. La grande sfida oggi è quindi come (e non se) interpretare il tema dello sviluppo sostenibile, e quindi dell’energia, all’interno della definizione di patrimonio culturale, un settore in cui sono compresi contributi disciplinari diversi, forse in misura maggiore rispetto a quello di altri settori.

L’ambiente e il paesaggio, parti del patrimonio culturale, hanno sempre avuto la necessità di applicare un sistema di tutele che oggi va aggiornato includendo in modo armonico anche la decarbonizzazione dell’energia. Non farlo significherebbe contraddire il significato stesso di patrimonio culturale e, con esso, la sua qualità di bene comune: paesaggio, acqua, bosco sono beni comuni e tutelati dalla Costituzione, articolo 9, ma lo è anche l’energia, nello spirito dell’agenda 2030 dell’Onu. Decarbonizzare significa energy efficiency first, ma anche lo sviluppo delle fonti rinnovabili, così come chiede l’Europa con il suo Green New Deal, per rispondere alle sfide del clima. Da questo punto di vista il ruolo dell’Italia è straordinariamente importante nel panorama internazionale, sia per la quantità e qualità dei propri beni culturali sia che per i suoi ineludibili impegni nel settore dell’energia al 2030. In estrema sintesi: l’Italia più di altri Paesi è chiamata a dimostrare come, tra i vari strumenti di conservazione e sviluppo, sia fondamentale considerare anche quello dell’efficienza energetica e dell’uso delle fonti rinnovabili di energia. Non è possibile disgiungere gli aspetti dell’efficienza energetica e delle fonti rinnovabili, anche e soprattutto nel caso del patrimonio culturale, perché concorrono a rappresentarne il significato. La manifestazione dei valori sociali che riconoscono la centralità dell’uomo, ma senza separarla dal contesto ecologico in cui egli è inserito; la generazione dell’energia rinnovabile e distribuita sul territorio e le comunità dell’energia sono chiari esempi di valore sociale.

Poi c’è la necessità di riorientare il rapporto tra conservazione e sviluppo, che non possono essere più considerati in antitesi (la lotta ai cambiamenti climatici lo impone), dove sviluppo non può essere solo recupero e ripristino, ma anche scelta del sistema energetico come parte del tessuto sociale sul territorio e del paesaggio. Questa impostazione funziona perché l’innovazione è sempre più elemento di sviluppo sostenibile, e consente e promuove il confronto e l’integrazione di discipline solitamente ritenute specialistiche. In quest’ottica, efficienza energetica e uso delle fonti rinnovabili (insieme) sono chiamate a fornire prova di responsabilità per selezionare quegli interventi che garantiscono la conservazione dell’identità e della testimonianza del bene, valorizzandola. Cosa che è doverosa e possibile.

Bisogna ragionare su tutto ciò che è il bene comune e ciò che significa la bellezza, troppo spesso indicati superficialmente e impropriamente a giustificare l’impossibilità di modificare l’esistente. Il patrimonio culturale, nelle sue varie dimensioni: culturale, fisica, digitale, ambientale, umana, è una risorsa condivisa e un bene comune, proteggerlo è quindi una responsabilità comune. Se è bene, è anche bello: c’è una ragione etica nella bellezza, e per Gianfranco Ravasi «la bellezza salverà il mondo». Tale frase, da far risalire a Dostoevskij (1869), allude al concetto greco di bellezza, quello armonico, di condivisione e collaborazione, dove ciò che è bello dev’essere anche buono e giusto, non solo formale ed estetico né tanto meno interesse di parte.

Livio de Santoli, Prorettore alla Sostenibilità Sapienza Università di Roma

Gentile professore,
la ringraziamo per questo suo informato intervento. Il tema era stato posto su queste pagine dal presidente di Legambiente Stefano Ciafani, al quale ha poi indirettamente risposto la presidente di Amici della Terra Monica Tommasi. Basta con le politiche del no, era la richiesta del primo: la seconda rispondeva richiamando alla salvaguardia dei nostri territori e contestando il fatto che per raggiungere l’obiettivo condiviso della decarbonizzazione si voglia indicare quella del ricorso alle pale eoliche come unica strada obbligata. In mezzo ci sono state altre prese di posizione cui non siamo riusciti a dare voce diretta ma che si riassumono in questi due filoni di pensiero. Pensiamo sia utile mettere queste opinioni a confronto e ci permettiamo di aggiungere una preoccupazione: in una fase decisiva come quella che stiamo vivendo anche alla luce del fatto che arriveranno consistenti investimenti, sarebbe utile che il mondo ambientalista riuscisse a fare fronte comune e a tenere una posizione unitaria per rendere più forte anche la propria voce. Viene da chiederci come mai nel nostro Paese non abbia trovato spazio, a differenza di quanto accaduto in molti Stati europei, un forte movimento politico ambientalista. Forse perché ci sono ancora, anche a livello di attivisti, troppe divisioni. La buona notizia sarebbe dunque quella di riuscire a fare sintesi su principi comuni, basandosi anche sulle evidenze di chi studia questi temi, di chi parte dai numeri e non (solo) da dogmi e principi. Ce lo auguriamo per il Paese.

Elisabetta Soglio, giornalista responsabile di “Buone Notizie” sul Corriere della Sera

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Redazione

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