Per il clima non svoltare a destra

Dall’interessante blog Stop fonti fossili! una riflessione su clima e orientamenti politici di Stefano Ceccarelli.

La domanda è legittima: conservare un clima stabile non dovrebbe piacere ai conservatori?

Se non vi convince, ve la pongo in altri termini. L’attuazione di quei cambiamenti che, oltre a proteggere il clima, potranno permettere la salvaguardia dei presupposti su cui si regge il sistema capitalista non dovrebbe essere cosa buona e giusta per chi come la destra ha a cuore la libertà dell’iniziativa privata? Insomma, non sta scritto da nessuna parte che la destra italiana ed europea debba sentirsi costretta a dichiarare guerra alle politiche climatiche dell’UE. Eppure, fotografando la situazione odierna, viene da dire che svoltare a destra significa imboccare la strada che ci porta dritti al baratro climatico.

È sconfortante dover discettare di categorie politiche per molti versi desuete quando sappiamo che la partita vera non è salvare uno schieramento o una visione dell’economia, ma salvare tout court la civilizzazione umana minacciata dal caos climatico. Eppure lo scenario politico che si sta facendo largo da alcuni mesi in Europa (che fortunatamente ha avuto una battuta d’arresto con le recenti elezioni in Spagna) prefigura proprio lo scontro di cui sentiamo meno il bisogno. Quello fra chi pensa che il vecchio continente debba alzare il livello dell’ambizione e porsi come il soggetto trainante della transizione ecologica mondiale e chi invece intende tirare bruscamente il freno a mano.

L’alleanza fra PPE, PSE e Verdi che ha portato Ursula von der Leyen al vertice della Commissione Europea rischia di frantumarsi insieme al sogno di un’Europa capofila di un Green New Deal planetario in grado almeno di scongiurare gli esiti più nefasti della crisi climatica.

Ma quali sono le tesi della destra in materia di clima e su quali basi poggiano?

Qui il discorso diventa scivoloso. In Italia, ad esempio, è al governo una destra che ha bisogno di essere vista come “presentabile” e che non può permettersi di dichiararsi negazionista pena la perdita totale di credibilità nei consessi internazionali. Questa destra, però, è la stessa che continua a lisciare il pelo al negazionismo più becero, quello dei troll che bombardano i social al grido di “ha sempre fatto caldo”. E’ la stessa che manda in prima linea sui media i professionisti della disinformazione perennemente alla caccia di improbabili esperti anti-IPCC. Questa destra, in definitiva, si nutre del negazionismo e non può farne elettoralmente a meno.

Pretendere chiarezza, esigere che venga espressa una condanna forte e chiara verso le posizioni anti-scienza che negano il cambiamento climatico e la sua origine antropica non funzionerà. Troppo ambiguo e sfuggente è il ceto politico espressione dell’attuale maggioranza. La qual cosa, peraltro, non stupisce affatto. Del resto esso trae linfa vitale dalla mediocrità culturale di un elettorato più impaurito dal cambiamento che da ciò che ci aspetta se quel cambiamento verrà osteggiato.

Ufficialmente, la destra al governo non rigetta gli obiettivi di decarbonizzazione né la prospettiva di un abbandono delle fonti fossili. Vuole solo più gradualità nelle tempistiche e minori rigidità nella scelta degli strumenti tecnologici. Potrebbe apparire ragionevole ad un elettore moderato, persino rassicurante rispetto ai rischi di una transizione green troppo rapida. Peccato che anche questa posizione è intrisa di una base anti-scientifica, che all’apparenza non è grave quanto il negazionismo esplicito, ma che è ugualmente deleteria se guardiamo alle conseguenze.

Non prendiamoci in giro, signori gradualisti, i rapporti dell’IPCC parlano chiaro. La finestra temporale per tentare di contenere l’aumento di temperatura a 1,5°C sta per chiudersi. Il momento di agire è ora. E la rapidità richiesta alla transizione verso le rinnovabili e al ripristino degli ecosistemi non è un capriccio di ambientalisti invasati, ma la conseguenza diretta degli scenari elaborati dalla comunità scientifica, i quali indicano chiaramente che una riduzione troppo lenta o ritardata delle emissioni non scongiurerebbe il raggiungimento dei punti di non ritorno climatici oltre i quali ogni sforzo sarà vano.

Non c’è gradualità che tenga quando la casa brucia

Insistere con la tesi che una transizione a ritmo sostenuto possa destabilizzare il tessuto economico vuol dire non rendersi conto di quanta instabilità sarà patita dai settori produttivi in balia di un clima fuori controllo. E soprattutto di quanti e quali conflitti potranno deflagrare in una società in preda all’insicurezza alimentare cronica e sconvolta da eventi meteo estremi sempre più frequenti e devastanti.

Peraltro, in uno scenario distopico di escalation della crisi climatica innescato dalle molteplici retroazioni positive di cui vediamo già le avvisaglie, la politica non potrà nemmeno più offrire una prospettiva credibile di successo delle azioni di mitigazione. E rischierebbe di dover arrendersi alla completa disgregazione sociale.

L’approccio soft alla tragedia climatica appare dunque mistificatorio, perché questa non è una crisi come un’altra in cui la dialettica fra moderati e radicali è parte del gioco. Stavolta siamo di fronte a una sfida immensamente più spaventosa, dove l’alternativa fra il “si salvi chi può” e il “lottiamo insieme, possiamo farcela” si decide sulla base della coesione sociale che la classe politica saprà incoraggiare e dall’univocità di messaggi che verranno veicolati ai tanti che difettano di strumenti per discernere.

Dirò di più, il tema del riscaldamento globale, forse più di ogni altro, dovrebbe scardinare gli automatismi duri a morire di chi bolla i giovani militanti per il clima come pericolosi talebani senza curarsi dell’ecoansia esistenziale che li attanaglia. Allo stesso modo, commette un grave errore la leadership di destra quando etichetta l’ambientalismo come ideologico. Piuttosto, è l’occhiolino strizzato agli anti-scienza che suona intriso di un’ideologia fuori dal tempo, che sembra voler anacronisticamente gettare a mare le conquiste ottenute negli ultimi due secoli proprio grazie alla scienza e alle sue applicazioni.

Dunque, attenzione alla destra in doppiopetto, attenzione agli equilibristi de “il cambiamento climatico esiste ma…”, attenzione al moderatismo spicciolo di chi sbandiera equidistanza fra negazionisti e attivisti climatici. Non dobbiamo chiedere a costoro di sposare la causa dell’ambientalismo, ma pretendere che ascoltino gli allarmi a sirene spiegate lanciati da uomini e donne di scienza sempre più terrorizzati dalla messe di segnali che prefigurano un aggravamento della crisi climatica, e agiscano di conseguenza.

Perché l’ultima cosa che possiamo permetterci in un momento come questo è quella di fomentare o anche solo lasciar circolare dubbi sul consenso raggiunto dalla comunità dei ricercatori, che su pochi temi come il clima si trova unita nel chiedere che si passi all’azione senza attendere neanche un minuto di più.

Leggi anche Ecofuturo Magazine: No limits

Redazione

Articoli correlati

0 0 votes
Article Rating
1 Comment
Oldest
Newest Most Voted
Inline Feedbacks
View all comments

[…] Leggi anche Per il clima non svoltare a destra […]