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L’energia nucleare fa male al portafoglio e al clima

Mentre il Congresso e il Dipartimento dell’Energia americani stanziano nuovi sussidi per l’energia nucleare e la Commissione di regolamentazione cerca di allentare le prescrizioni, le sue aggiunte di produzione marginali si sono ridotte al di sotto dello 0,5% del mercato mondiale. Lo afferma il celebre fisico Amory B. Lovins, professore alla Stanford University, che ci spiega perché l’energia nucleare non è la risposta al cambiamento climatico, ma in realtà lo peggiora ragionando in base all’equilibrio costo-opportunità.

La protezione del clima ha bisogno di più energia nucleare? No, proprio il contrario. Risparmiare emissioni di carbonio richiede non solo generatori che non bruciano combustibili fossili, ma anche che siano utilizzabili rapidamente e senza costi eccessivi. E questi non sono quelli nucleari.

L’energia nucleare, che rappresenta il 10% dell’elettricità commerciale mondiale e il 20% dell’elettricità commerciale degli Stati Uniti, è stata storicamente significativa, ma è ora stagnante. Nel 2020 i suoi incrementi di capacità globale hanno totalizzato solo 0,4 GW (miliardi di watt). Le rinnovabili invece hanno aggiunto 278,3 GW. All’inizio di dicembre, il punteggio del 2021 ci dice questo: nucleare -3 GW, rinnovabili +290 GW. Game over.

Il mondo investe già ogni anno 0,3 trilioni di $, per lo più capitale privato, in efficienza energetica e energie rinnovabili. Nel nucleare invece circa 0,015-0,03 trilioni di $, 20-40 volte meno. Dei 259 reattori di potenza statunitensi ordinati (1955–2016), solo 112 sono stati costruiti e solo 93 sono operativi. A metà del 2017 solo 28 sono rimasti competitivi e non hanno subito stop per più di un anno. Nel settore petrolifero ciò si chiama un dry-hole risk dell’89%.

Le energie rinnovabili hanno contribuito pienamente alla crescita globale dell’elettricità nel 2020. L’energia nucleare invece lotta per mantenere la sua minuscola quota marginale, mentre i suoi fornitori, la cultura e le prospettive si riducono. I reattori mondiali hanno una media di 31 anni, negli Stati Uniti di 41. Entro pochi anni i ritiri dei reattori vecchi ed antieconomici porteranno la produzione ad un declino permanente. La capacità nucleare mondiale è già diminuita in 5 degli ultimi 12 anni per un calo netto del 2%. E le prestazioni sono diventate irregolari: un reattore francese medio nel 2020 non ha prodotto alcunché per un terzo del tempo.

Attualmente è la Cina ad avere la maggiore crescita nucleare. Eppure gli investimenti cinesi nel 2020 nelle energie rinnovabili hanno eguagliato gli investimenti cumulativi nel nucleare del periodo 2008-2020.Nel 2020 in Cina sole e vento hanno generato il doppio della produzione nucleare a costi più bassi. Il sole e il vento sono ora la fonte di energia di massa più economica per oltre il 91% dell’elettricità mondiale.

L’energia nucleare non ha Business Case

L’energia nucleare ha prospettive cupe davanti a sé. I nuovi impianti costano 3–8 volte o 5–13 volte in più per kWh rispetto a nuova energia solare o eolica non sovvenzionata. Inoltre la nuova energia nucleare produce 3–13 volte meno kWh per dollaro rispetto alle nuove energie rinnovabili. Quindi l’acquisto del nucleare peggiora il cambiamento climatico. L’aritmetica non è un’opinione.

L’efficienza non sovvenzionata o le energie rinnovabili battono i costi operativi della maggior parte dei reattori esistenti. Ed infatti una dozzina hanno già chiuso negli ultimi dieci anni. Il Congresso sta cercando di salvare gli altri con un’ancora di salvezza di 6 miliardi di dollari e con nuovi sussidi operativi durevoli che si aggiungono a quelli federali.

Sostenere risorse obsolete per non farle uscire dal mercato blocca le sostituzioni più efficaci per il clima. Ovvero efficienza e energie rinnovabili che consentono di risparmiare molto più carbonio per ogni dollaro investito. I sostenitori di nuovi sussidi per il bene del clima sono quindi fregati.

I reattori ribattezzati “Small Modular” o “Advanced” non possono cambiare il risultato. Le loro unità più piccole costano meno, ma l’energia prodotta diminuisce in proporzione ancora di più. Quindi i reattori modulari di piccola taglia fanno risparmiare denaro come una piccola porzione di foie gras aiuta a perdere peso!

Inizialmente costeranno almeno il doppio per kWh dei reattori esistenti. Un costo che è di circa 3-13 volte superiore alle energie rinnovabili (per non parlare dell’efficienza). Ed i costi delle energie rinnovabili si dimezzeranno nuovamente prima che gli SMR possano fare economia di scala. Facciamo i conti: 2 x (da 3 a 13) x 2 = 12–52 volte. Una produzione di massa non può colmare questo enorme divario. Né gli SMR potranno diminuire di costo prima che le rinnovabili abbiano già decarbonizzato la rete statunitense.

Anche reattori “gratuiti” non potrebbero competere: le loro parti non nucleari costano comunque troppo. Le piccole rinnovabili modulari sono decenni avanti nello sfruttare le economie della produzione in serie. Il nucleare non potrà mai recuperare. Troppo piccolo, troppo in ritardo. Il nucleare occupa spazio sul mercato, intasa la capacità della rete e riduce gli investimenti per i concorrenti senza emissioni di carbonio, molto più efficaci dal punto di vista climatico.

Nel frattempo i nuovi problemi di sicurezza e proliferazione degli SMR mettono a rischio programmi e budget già logori. Ecco quindi che i loro promotori stanno attaccando norme di sicurezza fondamentali. La Nuclear Regulatory Commission, con la proposta Part 53, rinuncerebbe a standard prescrittivi specifici, controlli di qualità rigorosi, prestazioni tecniche verificate e stime del rischio oggettive e consultabili.

Ma quest’abdicazione finale non può salvare l’energia nucleare, che è comunque in difficoltà anche in paesi con enti di controllo impotenti e senza partecipazione pubblica. Alla fine vincono la fisica e la fallibilità umana. La storia ci insegna che una regolamentazione permissiva alla fine provoca incidenti che distruggono la fiducia popolare. Quindi eliminare le regole di sicurezza è semplicemente un suicidio assistito differito.

La moderna generazione rinnovabile continua a crescere più velocemente di quanto non abbia mai fatto la produzione nucleare nel periodo d’oro degli anni ’80. Durante il 2010-2020, le energie rinnovabili hanno ridotto le emissioni globali di carbonio del settore energetico 6 volte di più rispetto al passaggio dal carbone al gas. E 5 volte di più rispetto allo sviluppo del nucleare.

Tra gli esempi convincenti, la Germania ha sostituito sia la generazione nucleare che quella a carbone con efficienza e energie rinnovabili. Nel 2010-2020 la produzione da lignite è scesa del 37%, il carbone fossile del 64%, il petrolio del 52% e il nucleare del 54%. Il gas è aumentato del 3% ed il PIL è aumentato dell’11% (17% pre-pandemia). La CO2 nel settore energetico è scesa del 41%, raggiungendo l’obiettivo con un anno e 5 punti percentuali di anticipo.

Il risparmio energetico e le energie rinnovabili del Giappone nel frattempo hanno sostituito tra il 95% ed il 109% della produzione nucleare persa. Quindi i suoi 21 reattori “operativi”, chiusi per 10-14 anni e oltre, hanno perso mercato. E nessun paese conserva un’esigenza operativa o un business case per grandi impianti termici costosi, rigidi ed ora superflui per affidabilità. Sebbene, va ricordato, schemi mentali inflessibili possono andare in pensione ancor più lentamente.

Molti a Washington ripetono un mantra sdolcinato per cui l’urgenza climatica richieda “tutte le soluzioni”. In realtà no. Più il cambiamento climatico è urgente, più dobbiamo investire con giudizio, non indiscriminatamente, per acquisire opzioni economiche, veloci, sicure invece che costose, lente, speculative. Solo questa strategia consente di risparmiare carbonio e soldi ogni anno. Qualsiasi altra cosa peggiora il cambiamento climatico.

Per concludere voglio ricordare le parole del decano dei regolatori dei servizi pubblici statunitensi, Peter Bradford: “Non selezioniamo e sosteniamo i vincitori. Non ne hanno bisogno. Scegliamo e sosteniamo i perdenti”.

Traduzione dell’articolo comparso su Bloomberg Law a cura di Duccio Braccaloni

Amory Bloch Lovins

Amory Bloch Lovins (Washington, 13 novembre 1947) è un fisico, ambientalista e scrittore statunitense. Lavora da quattro decenni nel campo della politica energetica e in settori affini. Ha cofondato nel 1982 il Rocky Mountain Institute, un’organizzazione che si occupa di efficienza. Istruitosi all’Università di Harvard, nel 2009 è stato nominato dal TIME una delle 100 persone più influenti del mondo.

Lovins ha lavorato professionalmente come ambientalista negli anni settanta e da allora come analista per un percorso energetico “morbido” (soft energy path) negli Stati Uniti e in altre nazioni. Ha promosso l’efficienza energetica, l’uso di energie rinnovabili e la produzione di energia in corrispondenza o in prossimità del luogo dove l’energia viene effettivamente utilizzata. Lovins ha anche auspicato una “rivoluzione del negawatt”, sostenendo che i clienti delle aziende non vogliono kWh di elettricità, ma chiedono servizi energetici. Nel 1990, il suo lavoro al Rocky Mountain Institute porta alla progettazione di un’automobile ultra-efficiente: la Hypercar.

Lovins ha ricevuto dieci lauree honoris causa e ha vinto numerosi premi. Ha fornito consulenze in otto paesi ed ha informato 19 capi di stato.Ha pubblicato 29 libri, tra cui: Winning the Oil Endgame, Small is Profitable e Natural Capitalism.

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