L’insostenibile leggerezza dell’usa&getta

In base all’indagine di mercato realizzata da Smithers, società di ricerche statunitense, il mercato mondiale delle salviette  (umidificate e non) in TNT vale 19,6 miliardi di USD per un volume di 1,4 milioni di tonnellate.

Presentata così è notizia che passa inosservata ai più.

….Entro il 2025 il valore del wipe market dovrebbe raggiungere i 26,1 miliardi di USD e i 2 milioni di tonnellate in volume

Che equivale a dire che ogni abitanti grande o piccolo del pianeta consuma comunque quasi 5 m2 salviette, a prescindere; 190 gr più o meno di rifiuto indifferenziato, più altrettanto liquido: un pacchetto di salviette generico da supermercato.

Freddi numeri non scaldano il cuore,  al limite suscitano invidia dei manager di altri settori industriali penalizzati dalla pandemia e ai buyers deli supermercati un indicazione che possono strizzare ancora di più il fornitore (troppi profitti).  La pandemia ci ha costretti giustamente a pensare all’igiene come qualcosa che deve pervaderci in ogni secondo dell’esistenza, ma di contro ha rimandato l’emancipazione dei consumatori dal tutto-impacchettato-etichettato-scaffalato-uniformato-purché-imballato. Ha enormemente sviluppato il market dei prodotti monouso: dal cibo agli oggetti quotidiani come le salviette,  annichilendo di colpo gli sforzi fatti negli anni dal da una presa coscienza collettiva dei cittadini sulla devastazione del Pianeta impestato di rifiuti, procurati da noi stessi.

L’argomento ha poca presa sull’attenzione del lettore, salvo quando poi troviamo queste salviette sul nostro cammino. Allora ci pervade l’indignazione verso l’altro perché noi “sempre innocenti siamo”: nelle passeggiate estive, tra i cespugli infrattati dopo un veloce bisognino anonimo, sul bagnasciuga mentre sei a far giocare il bambino, fluttuanti a portata di bracciata dopo un tuffo nel lago, nel tubo di scarico otturato del Wc, nei cestini semiaperti dei bagni in autogrill, rinsecchiti nel portapacchi della tua auto dopo un parcheggio estivo di poche ore, abbandonati alla base dei cestini lungo le autostrade, come se  questi non avessero un foro per buttarle dentro, ecc ecc.

Sono efficienti, igieniche e costano poco, pensano i più; sono le salviette umidificate presente in ogni angolo del nostro quotidiano: casa, ufficio, aereo, albergo, ristorante, ecc ecc. Sono per tutti i giorni, per il wc o per i fornelli, per i cani, le future mamme, il post-parto, i neonati. Per prima, durante e dopo lo sport, per l’igiene quotidiana, la disinfezione delle mani, dei piedi e persino speciali anti-appannamento per gli occhiali. Sono il tuo set di cortesia nella camera di albergo, sono per i grandi pavimenti, antipolvere, anti acaro e antibatterico, per lucidare gli ottoni, abrasive per le pentole e il fai da te. Sarebbe un incubo in altre circostanze, ora è solo assuefazione.

I numeri

Secondo quel calcolo ogni kg di salviette genera 14 dollari, che, se tolta la materia prima che può costare di media 4-5 dollari al kg (30% del valore), significa comunque un settore che richiede grandi produzioni per ammortizzare i costi. Gli impianti di produzione sia del tessile che del confezionato sono impressionanti per tecnologia e velocità di produzione:  60.000 pacchetti l’ora o più sono numeri facilmente raggiungibili. Il personale addetto: ai minimi termini, sospinto al margine dallo sviluppo digitale.

Un pacchetto da 72 salviette pesa 380 gr ca: la metà è soluzione, o meglio acqua al 95-7% e soluzione detergente al 3-5%, l’altra metà è materiale tessile: in genere un mix di fibra cellulosica tipo viscosa, origine vegetale e biodegradabile – e nel caso più nobile, fibra di cotone – e il resto fibra di poliestere non sostenibile (v. articolo apparso su Equologia il mese scorso) e non biodegradabile. Un nostro quotidiano rifiuto – spesso causato non da una vera necessità, quanto da una abitudine alla semplificazione e minimalizzazione di un’azione, sulla base del così-fan-tutti – che finalmente neppure la EU tollera più. Nel Green Deal essa predica che il rifiuto deve essere omogeneo per essere smaltito in modo da non costituire una perdita di materie prime utili per la nostra stessa sostenibilità e riproducibilità dei beni stagionali del Pianeta: fibra naturale e fibra artificiale non servono né alla rigenerazione, né al compostaggio. Forse conviene approfondire questo aspetto.

Partendo proprio dalla contraddizione poi tutta politica, per non dire pilotata dalle potenti lobby, di concedere al produttore, al contempo: 1) di indicare in chiaro sul pacchetto il lato cosmetico del tutto – la formulazione detergente o lenitiva, in latino ovviamente perché lo abbiamo tutti studiato a scuola, senza  però specificarne l’origine se artificiale o naturale (leggi conservanti, reagenti, emollienti, coloranti), come se la massa avesse tempo di mettersi a leggere ognuno dei 40 tipi di salviette sparsi sugli scaffali di un supermercato; 2) di fregarsene del diritto del consumatore a poter scegliere consapevolmente, negando di far sapere cosa costituisce il 100% del volume dell’acquisto, ovvero quella massa tessile del prodotto che costituisce il vero rifiuto che è costretto lui stesso a pagare, o come nel caso delle salviette che troviamo sui sentieri, o al mare, che tutti pagheranno, se mai qualcuno non sarà così schizzinoso, da raccattarli.

Se messe in fila quelle salviette, di cui all’annuncio dei primi righi, prodotte nel Pianeta  in un anno solare, calcolando una media di 72 unità a pacchetto (in genere da 60 a 80 pz. a pacco) e una misura  classica di 18×20 cm, cingerebbero 4366 volte questo Pianeta di un cordone pari a 175 milioni di km. Ogni anno coprirebbero l’interspazio sufficiente per raggiungere il Sole , 150 milioni di km e rimbalzare indietro per altri 20 milioni.

Copiando le installazioni di Christo, il famoso artista bulgaro scomparso di recente, ogni anno copriremmo integralmente entrambe Sardegna e Corsica più le bocche di Bonifacio sotto un unico lenzuolo bianco (35.000 km2). In 70 anni se continua così copriremmo  il  bacino del Mediterraneo.

Il futuro del settore è oggi forse più orientato all’uso di fibre certificate rigenerate (grs e sempre senza indicarne la %), ma sintetiche comunque, piuttosto che a fibre biodegradabili e di materie prime rinnovabili solo perché costeranno comunque meno allo scaffale (e di più allo smaltimento, ma tanto paga il consumatore stesso). La vera rivoluzione sarebbe usarne solo quando necessario, ma poi taccerebbero la EU di attentare al diritto al lavoro, come se tutti gli indici mondiali non stabilissero che l’economia circolare per la transizione sostenibile sia destinata a creare posti di lavoro, non a toglierli.

 Le aziende italiane interessate alla fabbricazione di salviette umidificate sono spesso esportatrici, come nella tradizione manifatturiera italiana: qualcuna si sta impegnano nello sviluppo e commercializzazione di alternative biodegradabili e sostenibili e non solo a soluzioni cosmetiche efficienti di origine biologica. Quelle interessate alla produzione del tnt, base di tutte  le salviette monouso, sono poco più delle dita di una mano. Il resto è importato e comunque non è, purtroppo, poca roba. Fare a meno delle salviette umidificate sarà  probabilmente impossibile e neppure auspicabile in molti casi; ridurne i consumi però sarebbe un dovere. Chiedere di essere correttamente informati per scegliere consapevolmente, sarebbe invece un diritto, quasi sempre calpestato.

Marco Benedetti
m.benedetticonsulting@gmail.com

Redazione

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