Il lato DARK della Moda GREEN

La Moda con la M maiuscola va verso il Green? Parliamone, perché tecnicamente e eticamente non lo è probabilmente nella maggioranza dei casi.  Ecco perché.

Prendiamo soprattutto il caso dei tessuti che contengono fibra o microfibra sintetica, quella ottenuta dal riuso delle bottiglie di pet e che correttamente in molti casi viene anche accompagnata da un certificato GRS (global recycle standard) che è riconosciuto a livello mondiale. Riciclare la materia prima (PET) – polietilene tereftalato – delle bottiglie di plastica è un dovere; usare questa materiale per produrre fibre una scelta di  opportunità – come il costo –  e, nei fatti, di facilità di comunicazione. Ridurre il consumo delle bottiglie di pet, in un Paese come l’Italia che ha più sorgenti di molti dei paesi della EU messi assieme ma che ne produce invece 15 miliardi ogni anno: questo dovrebbe essere il vero obiettivo green dei comunicatori di Moda, cosa che però non è perché sembra  un atto di accusa (effetto negativo) e non un massaggio scarica coscienze come invece il  concetto positivo di riciclo. Anche se le statistiche dicono che è riciclato meno del 20% del  pet per bottiglie prodotto nel mondo.

La scusa più usata per giustificare l’uso del termine “green” nella produzione di capi di abbigliamento tecnico – che sempre di più coincide con il termine  Moda  – è quella dell’uso di materiale che altrimenti “andrebbe disperso in mare” , che  ucciderebbero le balene, gli albatros, le foche ecc ecc : un massaggio dell’anima personale e lavaggio di coscienza pubblico.

In realtà, banalmente, il punto di partenza è il costo basso abbinato  alla facilità di lavorazione che fanno del poliestere (pet) la fibra più prodotta al mondo: 51% del mercato globale. Una ricerca del 2015 commissionata dalla catena americana C&A stimava al 76% l’uso  delle fibre sintetiche per produrre abbigliamento e tessili monouso.

Mentre un tempo c’era una differenza oggi Il prezzo della fibra base di pet 1,5 den è oggi intorno ad 0,60 a 1 €/kg  mentre quella di cotone è allineata più o meno nei valori 0,75>1,0€/kg (alibaba.com). Ma nel processo tessile – lungo e complesso – che  le cose cambiano ed è  su questo  aspetto del ciclo vitale del prodotto di pet o cotone,  che si gioca l’ambigua bugia dei consulenti di marketing:  la fibra dei cotone viene fatta passare come un ciclo energivoro e di grande spreco di acqua, oltre al fatto dell’ogm (70% del mercato del cotone non bio)  al contrario di quella di poliestere che si fa vanto  invece di efficienza e gestione oculata della risorsa facilmente abbinabile poi all’immagine green quando poi si parla di fibre rigenerate.  Cosa che per altro avviene con il cotone impiegato da molto più tempo in componenti per auto, igiene e ora anche all’abbigliamento o nella lana di cui nel distretto tessile di Prato sono campioni mondiali da oltre 100 anni.  Niente di tutto questo, il pet è grandemente più impattante ed ecco perché.

L’inganno sta nell’evidenziare le caratteristiche del ciclo tessile, solo a partire dalla fibra avviata alla lavorazione, senza considerare né la partenza né il fine vita delle materie prime così come l’etica delle d’impresa né gli aspetti sociali che influenzano in modo determinante il significato di uno sviluppo industriale, la sua penetrazione nel mercato  e il  suo ciclo vitale, ovvero la sua economia circolare. Questa analisi di una sola fetta del problema, viene poi collegata alla “sostenibilità” come valore etico :  oltre allo sbandieramento di facciata, si trincea nell’ambiguità o se la vediamo dal punto di vista etico, nella truffa sbandierata sui social che è soprattutto a carico delle nuove generazioni.

Guardando nelle ricerche pubblicate dalle riviste scientifiche vanno analizzati: il consumo di acqua, il consumo di energia fin dal recupero della materia prima iniziale non dal rifiuto perché a sua volta per produrlo è stata usata una risorsa – materia prima – presente in Natura e come nel caso della plastica, alterata ai soli fini di uso per l’uomo (giusto o sbagliato, sostenibile o non sostenibile che sia).

Consumo di acqua: Il  cotone è soggetto alla  critica più popolare che deriva anche dalla esperienza familiare diretta, personale,  Una Ricerca Textile Uniti01 del Centro Tessile cotoniero dice che per ottenere 1 kg di tessuto di cotone si necessita  in media di 11.000 litri di acqua. Circa il 45% dell’acqua presente nel tessuto di cotone è – secondo la ricerca – acqua di irrigazione consumata dalla pianta del cotone, il 41% è acqua piovana evaporata dal campo di cotone durante il periodo di crescita, e il 14% è l’ acqua necessaria per diluire il flusso delle acque reflue legate all’uso di fertilizzanti in campo e di prodotti chimici nel settore tessile. Questa analisi sarebbe confermata anche da la ricerca su citata svolta negli USA dalla catena di abbigliamento (e non solo)  C&A. In realtà il consumo di acqua avviene sia nel campo che  nel ciclo tessile: tintura, lavaggio, finissaggio ecc. Lo studio bioresourcesbioprocessing.springeropen.com/articles/10.1186/s40643-020-00339-1, ci dice i che il consumo è di 29.000 litri/kg di tessuto; dato più realistico e meno di parte. Questo vuol dire che indossare una T-shirt da 250 gr come quelle che abbiamo nell’armadio,  sono necessari 7000 litri di acqua: 14 vasche da bagno di casa propria.  Il senso di colpa ti fa pensare a quante ne hai nell’armadio, che se aggiungi al consumo della lavatrice  – in media 40 litri a ciclo –  significa  un salasso per il Pianeta, bene sottratto anche al consumo di animali e essere umani. Di cui la metà del consumo è acqua; quella non evaporata andrebbe ri-depurata dopo l’uso, cosa che non avviene in tante regioni del globo a bassa economia. In alcuni paesi cotonieri il disastro ambientale provocato dalla produzione di fibra di cotone va oltre il dramma: ho visitato personalmente varie aree cotoniere e constatato di persona che per es. nella zona semidesertica di Indore in India dove opera la  fondazione Remei che i contadini hanno bevuto per decenni acqua dei pozzi pieni di nitrati  da  erbicidi e pesticidi; dighe artificiali e laghi come l’Aral in Europa Est svuotati come in Uzbekistan per irrigare i campi cotone, in aree semi-desertiche; in Siria perfino i depositi millenari di acqua fossile  del sottosuolo desertico è stata prosciugata dalla produzione di cotone fin dagli anni 70, costringendo la popolazioni a migrazioni. Se il cotone fosse prodotto con tecniche biologiche, il consumo scenderebbe di brutto: -91% dice la ricerca su citata, grazie, per es. alle tecniche di irrigazione a goccia.

Ma ormai oltre la metà delle T-shirt di cotone  prodotte nel mondo  – usate soprattutto per promozioni messaggi, gadget turistici e moda usa&getta –  contengono fibra di pet che al contrario del cotone non assorbe acqua – negli store Decathlon, le T-shirt contenenti fibra di poliestere sono indicate come mix cotone e fibra “traspirante” – indicando il presunto beneficio non la materia prima. Perché lo fa? …certo si asciuga più rapidamente anche se si suda più rapidamente e….consente di aumentare la resistenza nel filo  poiché il cotone prodotto industrialmente è di bassa qualità meccanica. Esso costa meno ma essendo  trend “tecnico” la paghi di più. Quando poi butti la Tshirt la EU dice che va nell’indifferenziato sprecando sia cotone che poliestere o se viene portata a rigenerare è considerata un rifiuto e non una risorsa per nuovi prodotti; al costo del rifiuto speciale ovviamente.

La moda pret-a-porter ha  svoltato direttamente sul pet: basso costo, molta presunta praticità, il comfort è lasciato invece alle suggestioni degli slogan. Anche la Moda con l’M maiuscola si arrampica sugli specchi con un’altra scusa per vendere:  quella della filosofia green. Poliestere infatti sembra di principio parola evocativa del “non naturale”, in cui naturale significa  retaggio dell’evoluzione del Sapiens nei millenni. Nelle sapienti teste  degli esperti di comunicazione, anche solo un 20% di polimero rigenerato, nel totale del diventa atto eroico, guardandosi bene da pubblicare i veri dati come prevede il certificato GRS.

Nel 2017 WaterFootPrint network ha svolto una analisi di sostenibilità tra fibra di viscosa>cotone>poliestere, su richiesta di C&A . Si legge: il risultato di questo studio mostra come il consumo di acqua (water foot print) del pet è di 71.000 m3 per Ton di fibra (70 milioni di litri). Il peso della fibra con quell’acqua è sufficiente per 3 pile invernali, 1 cappellino e 2 calzini – come nella foto – sono stati usati 71.000 litri di acqua: +244% del cotone industriale. Il 99% di questa acqua – si legge nella ricerca – è stata impiegata per estrarre e raffinare il petrolio e il residuo di quella acqua usata è tremendamente inquinata  da sostanze chimiche e metalli  pesanti e, conclude la ricerca, 10 siti dei 15 analizzati dell’industria petrolchimica erano localizzate in area desertica e con livelli di inquinamento molto elevato – in alcuni casi l’acqua del mare viene desalinizzata (capibile quindi la recente sentenza di condanna in Nigeria della Shell).

Tanto per fare un paragone ulteriore. Il consumo acqua per produrre filato di canapa: Il produttore canadese di CRAiLAR – ci racconta la ricerca – ha messo a punto un sistema di degommatura con enzimi che assicura consente di  impiegare solo di 17 litri di acqua per produrre 1 kg di fibra soda (0.8% rispetto al cotone). Anche la produzione di  fibra di Viscosa e Lyocell oltre a essere certificata compostabile a norma EN13432 (produttore Lenzing) consuma molta meno acqua rispetto alla produzione di cotone industriale – sostiene la ricerca per C&A. La viscosa (rayon) prodotta nel pianeta deriva da alberi per lo più da foreste coltivate certificate.

Quando si parla di economia circolare è dunque questo: risalire alla fonte nei consumi di risorse naturali.

Anche per il consumo di energia i dati sono sconfortanti.

Nello studio «Quant’acqua sfruttiamo», commissionato al Sustainable Europe Research Institute dalla sezione europea degli Amici della Terra si calcola anche quanta energia viene usata per produrre le varie fibre calcolato in valore PED (Primary Energy Demand).  Per il cotone  è 15 MJ, del cotone bio 5,8 MJ, con una diminuzione del 62% ma per il poliestere è 109 MJ, di cui il peso del materiale impiegato come prodotto di base è di 46 MJ, mentre il valore del consumo di energia impiegata durante il processo è di 63 MJ ovvero: +  726% rispetto al cotone industriale e 1789% in più del cotone bio. Secondo uno  studio  svizzero del 2017 per la Federal Office for the Environment (FOEN) sul mercato delle fibre ecologiche: il Pet rigenerato assorbe il 59% in meno di energia rispetto al vergine ma questo consumo  va anche ad aggiungersi all consumo di risorse impiegate per produrre la  fibra vergine; considerando il trend di crescita del pet per  uso tessile negli anni, l’uso delle fibre rigenerate segna in realtà un ulteriore aumento del consumo di fibra sintetica e NON un rallentamento della produzione grazie al suo impiego. In altri termini è aumentato  il consumo globale di fibre non da risorse rinnovabili e non biodegradabili, senza contrazione cioè dell’impatto sul Pianeta anzi, con una espansione di questo. Al lettore il commento (amaro) e l’azione conseguente nel guardaroba. Agli stilisti le loro conclusioni sul significato di green e alla politica azioni concrete perchè sia detta la verità ai cittadini che questo mondo lo devono mantenere per i propri figli.

Note:

1 – Rapporto EU – Reducing Marine Litter: action on single use plastics and fishing gear: i pezzi di plastica da prodotti monouso (Single Use Plastic = SUP) rappresentano circa il 50% dei rifiuti spiaggiati sulle coste europee e I 10 materiali più numerosi trovati, pari al 43% sono SUP.

2 – Ricerca: Pervasive distribution of polyester fibres in the Arctic Ocean is driven by Atlantic….Il poliestere costituisce il 73% delle fibre sintetiche totali, con uno spostamento geografico da est a ovest rilevati ad infrarossi che indicavano un potenziale deterioramento delle fibre lontano dalla fonte.

https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/33436597/ ricerca scientifica di Peter S Ross ,  Stephen ChastainEkaterina Vassilenko,Anahita Etemadifar Sarah ZimmermannSarah-Ann Quesnel, Jane Eert,Eric SolomonShreyas PatankarAnna M PosackaBill Williams

3 – La  Circular Plastics Alliance (CPA), che riunisce intorno alla EU 245 attori pubblici e privati che coprono l’intera catena del valore della plastica, ha ,messo a punto le sue prime azioni per raggiungere l’obiettivo di 10 milioni di tonnellate di plastica riciclata utilizzata nei prodotti entro il 2025.

Tali azioni Includono un piano di lavoro sulla progettazione per il riciclaggio dei prodotti in plastica, che elenca 19 prodotti in plastica che l’Alleanza realizzerà più riciclabile; una relazione sui rifiuti di plastica raccolti e differenziati nell’UE, e un programma di ricerca e sviluppo.

4 -European bioplastic association:…..la produzione mondiale di plastica nel 2017 è stata di 350.000.000.000 di kg di cui il 50% in Asia, Europa 18,5% nord America 17,7 mentre le bioplastiche come il fibra e film in pla, materbi™, biofoam rappresentano circa l’1%.

5 – report 2019 della ass. produttori europei Plasticahttps://www.plasticseurope.org/application/files/9715/7129/9584/FINAL_web_version_Plastics_the_facts2019_14102019.pdf. nella copertina evidenzia: …recuperate 9,4 miliardi di kg di rifiuti e scarti plastici (ndr: pari SOLO al 14-15% del nuovo incluso gli scarti dalle stesse imprese e riciclati da sempre) con 1,6 milioni di persone coinvolte e oltre 60.000 aziende ma perchè non abbia anche detto quanto è stata la produzione totale di plastica, resta un mistero o forse no.

6  report ufficiale della Endocrine Society (società di endocrinologia) – report PLASTICS, EDCs & HEALTH A GUIDE FOR PUBLIC INTEREST ORGANIZATIONS AND POLICY-MAKERS ON ENDOCRINE DISRUPTING CHEMICALS & PLASTICS…..pag.40 anche la plastica riciclata può contenere prodotti chimici tossici qualora i rifiuti plastici  usati per riprodurre nuove plastiche non sono stati attentamenti selezionati per ridurre I rischi. Diversi prodotti di consumo prodotti con plastiche riciclate hanno mostrato un contenuto di derivati chimici pericoli ,incluso prodotti e giocattoli per bambini.

Marco Benedetti
m.benedetticonsulting@gmail.com

Redazione

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