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Superbonus e reddito energetico: intervista a Fraccaro

Fraccaro: Superbonus, reddito energetico ed altre strategie utili per far ripartire davvero l’Italia. Un’intervista dello scorso 8 novembre, a cura dell’osservatorio economico e sociale “Riparte l’Italia”, all’On. Riccardo Fraccaro. Intervista che fa comprendere quanto siano sbagliate alcune delle correzioni previste nel testo del Ddl Bilancio che sarà presentato a breve in Senato.

«Il Superbonus si ripaga da sé, non è una spesa. E vi spiego perché»

Riccardo Fraccaro, deputato del Movimento 5 Stelle. E’ stato Ministro per i Rapporti con il Parlamento nel 1° Governo Conte. E Sottosegretario di Stato alla Presidenza del Consiglio nel 2° Governo Conte. Fraccaro ha risposto alle domande dell’Osservatorio sull’iniziativa del Superbonus e sulle misure al momento allo studio per la sua proroga.

Onorevole Fraccaro, grazie per la sua disponibilità. Cominciamo subito con il Superbonus. È arrivata la proroga, a conferma della bontà del provvedimento. E anche i numeri presentati dall’ANCE (oltre 46 mila cantieri per un valore di 7,5 miliardi) dimostrano il successo dell’iniziativa. L’Italia può puntare sul Superbonus per ripartire?

 Il Superbonus ha dimostrato di essere una misura efficace che permette ai cittadini di risparmiare sui costi energetici. Di proteggere l’ambiente e di dare una spinta decisa all’economia del nostro Paese grazie alla sua forza trainante del settore edile, e in generale, dell’economia. Basti pensare ai 132.000 contratti di lavoro attivati in più rispetto al 2019. Secondo il report mensile dell’ENEA a fine ottobre il Superbonus ha superato i 9,7 miliardi ammessi a detrazione. Con un aumento di 2,2 miliardi solo nel mese appena concluso e ben 11.500 nuovi cantieri attivi. Un trend in continua crescita. E dimostra che l’Italia, quella dei cittadini e dei professionisti del settore, ha già puntato sul Superbonus per ripartire.

Spesso si  dimentica un altro fattore importantissimo. La nostra penisola viene periodicamente colpita da eventi sismici. Immani tragedie con perdite di vite umane e con danni economici che cittadini e Stato si trovano ogni volta a dover affrontare in emergenza. Dobbiamo imparare che prevenire è molto meglio che ricostruire. E uno strumento come il sisma bonus, presente nel pacchetto del superbonus 110%, permette di mettere in sicurezza gli edifici a rischio.

Non mancano però voci critiche sull’incentivo. Il Ministro Franco ha dichiarato che è una manovra non sostenibile dal punto di vista economico, che potrebbe generare un debito stratosferico. Sulla stessa lunghezza d’onda si è posto anche Edoardo Zanchini, vicepresidente Legambiente. Sono preoccupazioni giuste e reali? Pensa debba esserci un termine temporale al Superbonus o si potrebbe ipotizzare di farlo diventare “strutturale”?

Il Superbonus 110% è nato per poter raggiungere gli obiettivi di decarbonizzazione e di efficientamento energetico delle nostre abitazioni. Come raccomandato dalla Commissione europea con l’Energy Efficiency First.

La stessa Commissione UE lo ha promosso a pieni voti. Indicandolo come best practice a livello europeo all’interno della Strategia “A Renovation Wave for Europe” per migliorare le prestazioni energetiche degli edifici. Strategia prevista nel Green Deal europeo e inserita tra le priorità del Programma di ripresa economica Next Generation EU. 

Il Superbonus è un sistema che si ripaga da sé, come molti studi confermano. Ma anche se così non fosse lo Stato dovrebbe vederlo come un investimento per il futuro, non certo come una spesa.

Come giudica gli interventi del Governo in materia decisi nell’ultimo Consiglio dei Ministri?

Avevo già criticato la decisione del Governo di rinviare la proroga alla legge di bilancio anziché anticiparla a prima della pausa estiva. In quanto, a parità di costo, avremmo consentito una miglior programmazione industriale. Ora il testo entrato in Consiglio dei Ministri risulta insoddisfacente e non all’altezza delle aspettative. Confido in un cambio di rotta, altrimenti rischiamo di affossare la crescita economica sul nascere e tradire gli impegni in materia ambientale.

Dal punto di vista dell’accesso al Superbonus permangono alcune difficoltà operative, soprattutto per quanto riguarda i condomini. Per poter dare piena attuazione alla manovra, ritiene sia necessario sburocratizzare i passaggi per l’accesso? O è un giusto filtro per contenere richieste che altrimenti sarebbero irricevibili?

Alcuni interventi di semplificazione sono già stati introdotti con ottimi risultati. Non tanto in termini quantitativi visto che la crescita è stata costante dall’inizio dell’anno, ma piuttosto qualitativi, rendendo più semplice il lavoro degli operatori. In generale la misura coinvolge per ogni intervento molti attori. Dal proprietario dell’immobile al comune, dal professionista alla banca, ed è quindi inevitabile un certo grado di burocrazia. Dati alla mano, possiamo constatare che in soli  10 mesi sono stati conclusi e certificati investimenti diffusi per quasi 10 miliardi. Per un Paese additato come incapace di spendere mi sembra un risultato storico. 

Il futuro della ripartenza sembra ormai tracciato, con gli importanti investimenti che sarà necessario mettere in campo a livello energetico e ambientale. L’Italia e, in particolare, il decisore politico, è davvero pronto a imprimere una svolta culturale facendo dei temi ambientali il fiore all’occhiello degli interventi del futuro?

Sicuramente l’Italia oggi ha gli strumenti per farlo, mi auguro che abbia anche l’intelligenza per imboccare questa strada. Sono convinto che non solo la sostenibilità ambientale sia una obbiettivo necessario da raggiungere per salvare l’umanità. Ma paradossalmente anche l’unica strada per creare sostenibilità economica e sociale. Alcuni segnali sono incoraggianti. Come ad esempio l’inserimento nella dichiarazione finale del G20 di Roma dell’impegno di piantare 1000 miliardi di alberi a livello globale entro il 2030. Per l’Italia significa piantarne almeno 2 miliardi e quindi maggior benessere oltre ad un’enorme crescita della filiera industriale de legno per i prossimi anni. Altri segnali invece mi preoccupano. Come l’elogio al nucleare di nuova generazione che addirittura qualcuno propone di inserire nella tassonomia europea delle fonti di energia green.

Lei ha parlato di Reddito energetico. Può spiegarci meglio questo istituto?

Il Reddito energetico dà ai cittadini, partendo dai nuclei familiari con bassi redditi, la possibilità di installare gratuitamente i pannelli fotovoltaici sulle proprie abitazioni. Ciò grazie a un fondo rotativo che si autoalimenta con l’energia prodotta in eccesso. Si tratta di misura innovativa che sostiene lo sviluppo delle energie rinnovabili. E che nel contempo contrasta la povertà attraverso l’installazione gratuita dei pannelli e i conseguenti notevoli risparmi sui costi delle bollette.

Il primo esperimento coinvolse il Comune di Porto Torres e il sindaco Sean Wheeler. Con lui inaugurammo ufficialmente un modello in grado di coniugare tutela ambientale, politiche sociali e sviluppo del territorio. Modello che è arrivato tra i finalisti del prestigioso concorso “The innovation in politics awards 2020”.  È di pochi giorni fa la notizia della partenza di questa misura anche in Puglia. Grazie al lavoro dei consiglieri regionali del Movimento 5 stelle, entro il prossimo mese le famiglie potranno richiedere di aderire all’iniziativa. Credo che sia un esempio di efficienza ed efficacia che dovrebbe essere esteso a livello nazionale.

Quali altre leve sono secondo lei necessarie per far ripartire davvero l’Italia?

Molte cose dovrebbero essere fatte per rilanciare il Paese, ne citerò solo un paio, forse le più urgenti. La prima è garantire che gli 8 GW di fonti rinnovabili da installare ogni anno vengano effettivamente installati,  e quindi è necessario decidere dove. A tal riguardo credo che serva incentivare la realizzazione di impianti fotovoltaici sulle aree industriale a favore dell’autoconsumo delle imprese italiane. In questo modo contemporaneamente rispetteremmo gli obbiettivi europei e renderemmo il nostro comparto industriale più competitivo perché ridurremmo i costi di produzione.

La seconda è digitalizzare completamente la pubblica amministrazione partendo però dei Comuni, non dai Ministeri. La digitalizzazione richiede una mappatura precisa dei processi e questo porta alla trasparenza, alla responsabilizzazione e alla semplificazione. La maggior parte di famiglie e lavoratori ha a che fare con la PA attraverso i comuni. Da lì serve partire e per quanto mi riguarda agirei attraverso Poste Italiane. Poste è presente su tutto il territorio nazionale in modo capillare. Ha già grandi competenze informatiche. E potrebbe garantire a tutti i comuni un supporto continuo e omogeneo dietro un contratto nazionale che le permetterebbe di assumere un adeguato numero di informatici.

Come i fondi del PNRR che stanno arrivando in Italia si andranno a innestare sul processo di ripartenza?

Per spendere bene i soldi del PNRR bisogna avere alla base un piano industriale che accompagni questa spesa. Se per esempio decidiamo di comprare bus elettrici per miliardi di euro nei prossimi anni senza creare una filiera italiana in grado di produrli finiremo per acquistare solo mezzi stranieri. Avremmo cioè portato fuori dall’Italia i fondi duramente ottenuti. Ripeto, serve un adeguato piano industriale.

Iniziano ad arrivare i primi segnali negativi da parte delle Regioni, per cui i progetti individuati per avere accesso ai fondi del PNRR vengono bocciati. La struttura pubblica italiana riuscirà davvero a recepire questi fondi, legati a condizioni ben specifiche e a tempi di realizzazione molto stringenti?

Cerchiamo di essere pragmatici. Se pensassimo che il solo fatto di avere a disposizione queste somme ci renda capaci di risolvere problemi atavici in poco tempo peccheremmo di supponenza. Si tratta di problemi strutturali, come ad esempio la lentezza burocratica delle nostre amministrazioni, che non possiamo pensare vengano risolti in tempi così brevi. Abbiamo quindi la necessità di presentare e realizzare progetti, legati agli obiettivi di sostenibilità che ci ha dato l’Europa e che condivido. Che siano fattibili nel concreto, altrimenti rischieremo di perdere i soldi.

Il superbonus ad esempio, in parte pagato con il PNRR, è una misura che ha permesso di mettere a terra 10 miliardi in 10 mesi. Ciò perché, pur trattandosi di investimenti pubblici, si rivolge al settore privato delle costruzioni. Un simile risultato non l’avremmo mai raggiunto se l’avessimo previsto solo per le strutture pubbliche proprio a causa della lentezza della Pubblica Amministrazione.

Questo non significa che dobbiamo abbandonare l’impresa di trasformare, migliorare e snellire il nostro sistema. Ma dobbiamo farlo parallelamente, in una visione più ampia che non pregiudichi la fattibilità di progetti validi e realizzabili con i fondi  del PNRR.

Link articolo originale sul sito web www.ripartelitalia.it

Elaborazione a cura del Consiglio Nazionale degli Ingegneri
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Redazione

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