Non c’è più il picco del petrolio? Gli Usa come nuova Arabia Saudita e il global warming che avanza

Dopo la pubblicazione del World Energy Outlook 2012 dell’International energy agency (Iea) il 12 novembre, quel giorno sembra essere diventa la data che verrà ricordata per la scomparsa dell’idea del picco del petrolio, che da certezza sembra improvvisamente diventata una menzogna. Ma lo stesso rapporto Iea e molti scienziati avvertono che la questione essenziale non muta: le nuove risorse di gas e petrolio – che sono ora disponibili con il contestatissimo fracking ed altre nuove tecnologie – dovrebbero essere lasciate in gran parte sotto terra se vogliamo salvare il clima e la vita del nostro pianeta così come li conosciamo.


Ma è indubitabile che il rapporto Iea apre scenari geopolitici del tutto nuovi, a cominciare dal Medio Oriente  in guerra che poi è un conflitto per le risorse. Se gli Usa sono davvero destinati nei prossimi dieci anni a superare l’Arabia Saudita (e la Russia e l’Iraq) come più grande produttore di petrolio del mondo, questo cambierà l’economia e la politica planetaria, raffreddando forse alcune tensioni ma creandone altre.

Ma questa nuova abbondanza di idrocarburi cozza con un imperativo: non si può “bruciare” più di un terzo delle riserve già accertate entro il 2050 se il mondo vuole davvero prevenire un innalzamento delle temperature globali di oltre 2 gradi centigradi, obiettivo che solo ieri un rapporto della Banca Mondiale (praticamente ignorato dai media italiani) ci diceva già difficilissimo da mantenere con gli attuali livelli di impegno internazionale. Se non ci riusciremo, il dramma in corso in Medio Oriente e le guerre per le risorse sembreranno un’età dell’oro in un mondo con un clima destabilizzato, nel quale una popolazione di 9 miliardi di persone affronta quotidianamente ondate di calore, inondazioni e tempeste e fugge davanti al livello del mare che aumenta.

Ma l’idea suggestiva è che il picco del petrolio è andato in cenere, che i combustibili fossili non sono più scarsi, ma anzi ne abbiamo troppi. Ma, come osserva Damian Carrington sull’Environment Blog del Guardian, c’è un problema: «I mercati azionari mondiali sono seduti su livelli tossici di subprime di carbone e gas, una bolla di gigante di carbonio pronta ad esplodere. Come si è arrivati a questo? La risposta è semplice perché il costo dei danni causati delle emissioni di carbonio non sono ancora a carico di  inquina».

Il World Energy Outlook 2012 però mette in luce anche un altro enorme problema che butta, è il caso di dirlo, altra benzina sul fuoco, quello dei colossali sussidi per i combustibili fossili: l’Iea stima che nel solo 2011 siano stati dati incentivi per 523 miliardi di dollari per ridurre i loro prezzi. Ma carbone, petrolio e gas sono industria più che mature che dovrebbero essere in grado di fare con le proe dovrebbe essere più che in grado di andare avanti con le proprie forze, invece Big Oil e King carbon si lamentano con Obama e con l’Ue per gli incentivi che vanno alle nuove energie rinnovabili: nel 201 soli 88 miliardi di dollari in tutto il mondo, il che vuol dire che i combustibili fossili ricevuto sei volte più denaro pubblico, con un incremento del 30%, rispetto al 24% per le energie rinnovabili.

Kjell Aleklett, presidente dell’Association for the study of peak oil&gas (Aspo) è stato intervistato da Peter Coy, di  Bloomberg Businessweek sulla possibilità che gli Usa, forse già nel 2017, diventino esportatori di petrolio superando l’Arabia saudita. Aleklett, un professore di fisica dell’università di Uppsala è uno dei più noti teorici del “picco del petrolio” che sostengono che  l’ondata della produzione statunitense di gas e petrolio da scisti in realtà è un fuoco di paglia destinato ad esaurirsi presto e che dopo questa fiammata il prezzo del petrolio andrà alle stelle e l’economia industriale verrà messa in ginocchio.

Aleklett ha riconosciuto che l’Aspo non aveva previsto l’aumento della produzione statunitense, ma ha sottolineato che ci saranno ancora forti oscillazioni nel mercato statunitense degli idrocarburi: «La produzione da scisti di cui stiamo parlando si basa ora su migliaia di pozzi perforati ogni anno. Quindi, se la capacità di trivellazione dovesse calare o, per qualche motivo, diventare troppo costosa, la produzione scenderà molto velocemente. Ma c’è di più: il successo degli Stati Uniti non viene duplicato in altri Paesi. Nella densamente popolata Europa il migliore scisto sembra essere sotto la città di Parigi, il che lo rende off-limits per la produzione, a meno che la Torre Eiffel non venga trasformata in una piattaforma di produzione».

Aleklett ha anche fatto notare che proprio le previsioni del Dipartimento dell’energia Usa contraddicono quelle dell’Iea. Infatti, secondo la US Energy Information Administration, nel 2035 le importazioni di greggio, combustibili liquidi ed altri prodotti petroliferi, oltre al gas, saranno ancora circa 24 quadrilioni di British thermal unit (Btu) all’anno, quasi il triplo delle  esportazioni. Probabilmente altri dati e risposte al rapporto Iea verranno dal meeting dell’Aspo che si terrà ad Austin, in Texas dal 30 novembre al primo dicembre.

Qualche speranza resta. Secondo lo stesso rapporto Iea, entro il 2015 le rinnovabili diventeranno la seconda più grande fonte di produzione di energia elettrica e nei prossimi 20 anni l’efficienza energetica potrebbe tagliare di un quinto terzo i consumi attuali.

Coy ha intervistato anche Jeremy Leggett, presidente di Solarcentury, anche lui esperto del picco del petrolio, anche lui convinto che la produzione da fonti non convenzionali, come il petrolio e il gas da scisti, non sia sostenibile a lungo, che la produzione Usa calerà e che entro il 2015 i prezzi del petrolio riaumenteranno al più tardi entro il 2015.  Ma Leggett ammette che con la percezione di una nuova abbondanza di idrocarburi negli Usa sarà più difficile la gente convincere le persone a consumare meno petrolio e più rinnovabili ed a risparmiare energia: «E’ una narrazione confortevole e la gente è così disperata da credere a racconti confortevoli. Ha diminuito la percezione del rischio. La dipendenza dal petrolio e dal gas ci esploderà in faccia».

Mentre si annuncia il nuovo Eldorado del gas e del petrolio, il mondo si trova di fronte alla necessità di abbassarne massicciamente i consumi, cosa impossibile se i governi non troveranno l’accordo su un trattato climatico globale, un traguardo che sembra lontano da raggiungere anche alla prossima Cop 18 Unfccc di Doha. Anche una maggiore efficienza energetica sembra in teoria facile da ottenere ma  comporta un minor consumo di energia da parte degli utenti, profondi cambiamenti di comportamenti ed una diversa politica delle utilities che forniscono energia.

FONTE | Greenreport

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