Coronavirus: le polveri sottili autostrade di diffusione

In queste settimane così particolari che stiamo vivendo, assediati dal Covid-19, non è certo sfuggito all'analisi degli esperti la stretta correlazione che si osserva, anche solo sovrapponendo le mappe, tra la concentrazione delle polveri fini ed ultrafini e i dati sui contagi, collocati prevalentemente in quel distretto padano, che, al pari della città cinese di Wuhan, rappresenta una delle aree più inquinate d'Europa.

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Nell'ambito dell'inquinamento atmosferico le polveri fini ed ultrafini sono l'unico inquinante classificato, non tanto per le caratteristiche chimiche ma solo per quelle fisiche legate alla granulometria, che facendosi sempre più fine raggiunge nelle PM2,5 gli alveoli polmonari e quindi, oltre al sistema respiratorio, anche quello circolatorio. Proprio per questo le polveri sottili rappresentano il più pericoloso degli inquinanti, essendo anonimo dal punto di vista chimico e rappresentando un vettore per altre sostanze chimiche ed anche per i virus.

A quest'ultima conclusione sembrano arrivati una serie di studi portati avanti da Leonardo Setti dell’Università di Bologna, il quale afferma come "L’effetto è più evidente in quelle province dove ci sono stati i primi focolai" e confermato da Gianluigi de Gennaro, dell’Università di Bari, secondo il quale "Le polveri stanno veicolando il virus. Fanno da carrier. Più ce ne sono, più si creano autostrade per i contagi".

In sostanza anche l’inquinamento atmosferico, che vede da sempre la Pianura padana come uno dei distretti geografici più flagellati e penalizzato anche dalla orografia, potrebbe aver dato un contributo alla diffusione di Sars Cov2. Determinante in questo contesto, il ruolo di vettore o come dicono gli esperti di "carrier" del particolato atmosferico come vettore di trasporto e diffusione di molti contaminanti chimici ed anche biologici come i virus. Il particolato atmosferico in sostanza non si limita alla funzione di vettore ma può costituire un substrato che consente al virus la permanenza nell’aria per un tempo dell'ordine di ore o addirittura di giorni. Il team di ricercatori coinvolti è partito dall'analisi delle serie storiche di dati pubblicati sui siti delle Agenzie regionali per la protezione ambientale relativi a tutte le postazioni di rilevamento in esercizio sul territorio nazionale, registrando il numero di episodi di superamento dei limiti di legge della media giornaliera di 50 microg/m3 nelle diverse province italiane.

Sono poi stati analizzati parallelamente i casi di contagio da Covid 19 riportati sul sito della Protezione Civile, portando all'evidenza una relazione tra i superamenti dei limiti di legge delle concentrazioni di PM10 registrati nel periodo 10-29 febbraio e il numero di casi infetti aggiornati al 3 marzo, considerando un ritardo temporale intermedio relativo al periodo 10-29 febbraio di 14 giorni, corrispondente approssimativamente al tempo di incubazione del virus fino alla identificazione della infezione contratta. In Pianura padana si sono osservate le curve di espansione dell’infezione che hanno evidenziato accelerazioni anomale, con una evidente coincidenza, a distanza di 2 settimane, con le più elevate concentrazioni di particolato atmosferico, che hanno esercitato un’azione di impulso alla diffusione virulenta dell’epidemia, definita dagli esperti di "boost"

Come ha affermato uno dei ricercatori Leonardo Setti dell’Università di Bologna “Le alte concentrazioni di polveri registrate nel mese di febbraio in Pianura padana hanno prodotto un boost, un’accelerazione alla diffusione del Covid-19".

Sullo specifico argomento interviene anche Alessandro Miani, presidente della Società Italiana di Medicina Ambientale (Sima), il quale aggiunge che “L’impatto dell’uomo sull’ambiente sta producendo ricadute sanitarie a tutti i livelli. Questa dura prova che stiamo affrontando a livello globale deve essere di monito per una futura rinascita in chiave realmente sostenibile, per il bene dell’umanità e del pianeta. In attesa del consolidarsi di evidenze a favore dell’ipotesi presentata, in ogni caso la concentrazione di polveri sottili potrebbe essere considerata un possibile indicatore o ‘marker’ indiretto della virulenza dell’epidemia da Covid1 9″. Grazia Perrone, docente di Metodi di analisi chimiche della Statale di Milano, conclude: “Il position paper è frutto di un studio no-profit che vede insieme ricercatori ed esperti provenienti da diversi gruppi di ricerca italiani ed è indirizzato in particolar modo ai decisori”.

Scarica il Position Paper "Relazione circa l’effetto dell’inquinamento da particolato atmosferico e la diffusione di virus nella popolazione"

La Redazione di Ecquologia 

 

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