Proteggere la manifattura italiana che usa fornitori italiani è un dovere; almeno nei settori strategici come quello sanitario.

La notizia è che una azienda italiana - bresciana in dettaglio -  da settembre fornirà mascherine chirurgiche 2R anche per operatori ospedalieri, realizzate con e su tecnologia italiana usando materie prime e semilavorati solo italiani. Ha preso un impegno pubblico e il nostro monitoraggio lo può confermare. Ma è importante questo fatto non perché è bello il campanilismo, l’esaltazione del nazionalismo o il bisogno di autarchia in un mercato aperto come questo seppur troppo globalizzato; è altresì bisogno di rispondere alle emergenze della popolazione, in tempi rapidi e senza accampare scuse, perché costa meno alla comunità. Fine!

 

Che il clima sta cambiando, che il sovrappopolamento in certe aree è endemico, che la povertà esiste per milioni di persone nonostante che l’1% della popolazione mondiale potrebbe sfamarlo senza arrivare a intaccare il patrimonio accumulato, che le migrazioni sono frutto dell’egoismo o stupidità di intere  popolazioni che si credono diverse dai propri simili, lo sappiamo bene tutti.

Ma partiamo da questa esperienza della pandemia, annunciata perché prevedibile e prevista, solo perché in troppi si occupano dei massimi sistemi (che portano fama e soldi) senza occuparsi del quotidiano (che è pure noioso).

A 6 mesi dall’inizio del lock down sarebbe utile - probabilmente indispensabile -  fare un bilancio non solo sociale ma prettamente ambientale di questo tsunami che ci sta obbligando a sacrificare, per chi sta bene ovviamente, quella libertà individuale ma anche collettiva, acquisita dalla storia e dall’avvento della cultura democratica. Già il 13 febbraio, prima del lock down in  un articolo del Sole24ore si confessava un commerciante di mascherine: “in 10 gg abbiamo venduto le scorte di 10 anni”. Il 20 aprile in Corriere della Sera scriveva che che erano 130 milioni le mascherine consumate in 1 mese. Il 19 luglio andando alla isola di Gorgona per un mini-trek, ho visto le prime mascherine galleggiare accanto alla scia del traghetto nel Mare protetto della Toscana. Alla prossima apertura della scuola a settembre, si stima in 11 milioni il fabbisogno giornaliero di mascherine monouso per studenti e professori.  La conferma del prolungamento dello stato di emergenza, fatto salvo i patiti un po’ alticci, della movida, richiederà di mantenere comunque alto il consumo dei cittadini.

Abbiamo imparato qualcosa? Sicuramente abbiamo una conferma: che senza una imposizione  - come le norme legate all’emergenza - fatta per il bene di tutti,  una minoranza di incoscienti  - e non solo negazionisti - avrebbe danneggiato tutti gli altri.

Se però scendiamo sul lato pratico, per es. in termini di impatto ambientale, questa emergenza che cosa ci avrebbe insegnato?  Per es. che affidare delle produzione di un bene di massa necessario la sicurezza dei cittadini, solo apparentemente banale dal punto di vista tecnico come le mascherine, a produttori distanti 10.000 km, è un grave errore sia in termini economici che sociali.

“Chi poteva immaginarsi la pandemia?” - si dicono tra loro i politici dagli scranni del potere da decenni e i baroni della scienza dall’alto delle ricette a pagamento (a volte anche senza scontrino).

Abbiamo coperto il mondo di tecnologia, pure lo spazio celeste è stato inondato di sistemi di rilevazione di tutti i tipi fuorché per la stupidità umana; abbiamo riempito ogni buco, compreso gli alvei dei fiumi, con colate di cemento per accatastarci uno sull’altro, per controllare gli avvenimenti e spiare il vicino; abbiamo la tracotanza di sentirsi padroni dell’Universo ma abbiamo anche la faccia tosta di stupirci di fronte ai disastri dei cambiamenti climatici, a negare l’evidenza e nel piccolo di ciascuno di noi a strapparsi le vesti per i rifiuti plastici arrivati sulle nostre spiagge ma abbandonati dal Paese dirimpettaio, portati dalle correnti e quando poi passata la rabbia, la cicca la buttiamo nel tombino, per non passare da zozzoni da quegli spioni dei vicini, che finisce nella fogna, da qui nel fiume e al mare; per non parlare delle cannucce che ti mettono nell’aperitivo senza che vengano richieste, delle salviette umidificate di fibra finto-cotone abbandonate appena fuori dai sentieri  perché una emergenza fisiologica è sempre una emergenza e gli animali che frequentano il bosco solo degli impiccioni ecc ecc. In un Pianeta dove l’1% della ricchezza di pochi potrebbe educare il resto dei Paesi poveri o emergenti a rispettare il Pianeta assieme a loro stessi, però a stomaco pieno, per toglierli dalla lotta quotidiana alla sopravvivenza e allo sfruttamento ma che poi per carità, non devono arrivare sulle nostre coste privilegiate e sfruttatrici.

Nel piccolo di colui che lavora per risolvere o anticipare problemi annunciati, senza scadere nel complottiamo ma solo nella razionalità e a volte della buona volontà, quello delle mascherine  che nel momento del bisogno sono drammaticamente mancate, deve diventare il simbolo non dell’avvento sciagurato del covid ma della sola insipienza umana.

Oggi ne abbiamo bisogno ancora anche se l’estate non ci invoglia  col caldo umido e saturo  che si crea all’interno, ricco degli stessi batteri del nostro fiato; ma ormai siamo esperti nel metterle e levarle (l’imbarazzante performance del presidente della Regione Lombardia nel primo intervento pro-mascherine è negli annali della Storia del costume).

Come dimenticarsi del dramma nel lock-down: le mascherine scomparse dalle farmacie perché provenienti da un solo Paese, la Grande Cina, bloccate nei porti di partenza o più pragmaticamente usate dai locali o soggette a quelle speculazioni che chiamiamo vergognose, tranne quando sono eseguite dall’amico dell’amico, magari parente di. Non un deposito governativo di mascherine o altri prodotti sanitari nel territorio italiano; i depositi pubblici sono solo pieni di armi, quelle sì considerate strategiche, guarda caso.

Fantasia degli italiani e bisogno sono allora venuti in soccorso;  in quattro e quattr’otto sono state prodotte milioni di mascherine da aziende italiane, molte improvvisate, pur nella buona fede e per vedere di poter salvare dei posti di lavoro, approvate in deroga  dalle autorità perchè non presenti laboratori attrezzati nel Paese (gli unici 2 in Europa erano una in Belgio che ha favorito prima i suoi come richiesto dal governo locale e l’altro in Turchia); anche improvvisando dei tests, secondo schemi non previsti dalla norma europea, come quello della abilità richiesta di essere barriera al particolato della Pianura Padana, prima di  testare se passava il test batteriologico secondo gli standard EU.

Oggi almeno 2 laboratori italiani, Certema a Grosseto e Eurofins a Milano sono in grado di svolgere questi tests secondo la norma. Un pò in ritardo ma sempre benvenuti. E probabilmente ce ne saranno anche altri sparsi in giro nella Penisola. Ma sarebbe da sapere anche quante delle mascherine prodotte in deroga nei momenti del caos, sono state poi confermate in linea con la norma, da test finalmente completati. Meglio non indagare troppo; per alcuni mesi molti hanno veramente dato il meglio per affrontare con coraggio e determinazione la pandemia, con volontà e buona coscienza, operando in condizioni precarie, ben preparate dai governi degli ultimi 20 anni (ndr: le condizioni precarie). Se non sono state approvate però vuol dire che non funzionavano ma hanno comunque favorito il senso civico. Vorrei certezze anche su tutte quelle importate nel frattempo con ponti aerei e in parte già da qualche tempo presenti in fatti di cronaca riportati dai media.

Il bisogno di fare presto (o di ricavarci un business lucroso) ha fatto anche acquistare macchine per fare mascherine da parte di imprenditori sì illuminati,  ma poco previdenti per il rischio di non trovare poi le materie prime o di trovarle a prezzi fuori regola. Valutazione tutt’altro che peregrina: molti materiali dai più semplici come il TNT esterno di polipropilene a quello filtrante/barriera vero e proprio (chiamato tecnicamente: melt-blown ma non obbligatoriamente frutto di questa tecnica ) hanno da tempo consegne lunghissime per chi non è stato preveggente e sono in affanno anche per il prossimo anno; in molti casi sono poi semilavorati in mano ad aziende estere spesso multinazionali con clienti ovunque o ancora di cinesi con tutti “i mal-di-pancia potenziali per la qualità e i tempi di consegna” ma anche con i 10.000 km di viaggio in navi che bruciano bitume talmente grezzo che devono scaldarlo prima metterlo nei motori inquinando cieli che però non sono di nessun Paese tranne quando viene trovato il petrolio nelle profondità marine. Tecnologie e materie prime che dunque il lock down, prima di essere destinate alla produzione temporaneamente più “ricca” dei componenti delle mascherine, erano destinati ad altri settori. Per esempio uno degli impieghi del TNT esterno in fibra di Polipropilene usato in molte mascherine italiane era destinato per es alla produzione di tovagliato anti-macchia o di imballaggi flessibili copri-cuscini o sacchetti per le scarpe; il che non vuole dire non abbia funzionato ma certo alcuni controlli di sicurezza e igiene non saranno stati dei migliori fin dalle origini. Tenendo presente che per costruire e avviare un impianto per produrre milioni di mt2 al giorno di questi TNT occorrono mesi (forse oggi almeno 16-18 mesi, vista la richiesta mondiale), sarebbe forse da chiedersi se i materiali mediamente usati anche oggi sono davvero tutti funzionali allo scopo.

Ci siamo dovuti re-interpretare e in molti casi re-inventare.

Diverse aziende italiane che producevano abbigliamento anche di gran lusso,  per il comparto italiano Moda, per scelta o per necessità hanno cominciato a cercare materiali per mascherine ora di gran moda, in tessuto, lavabili dalla dubbia efficacia: cinismo o ironia sono comunque elaborazione di un pensiero artistico; magari fuori norma ma creativo. Anche importatori ben strutturati, con ampi magazzini pieni di scorte di mascherine e camici o altri dispositivi medici-sanitari e già presentati con marchi italiani  tutti però assemblati in Estremo Oriente, ora si stanno convertendo alla produzione in loco, sperando che la fretta non abbia giocato lo scherzo di cui si diceva poc’anzi: acquistata la macchina scarseggiano le materie prime per farla funzionare.

Tuttavia occorre prendere atto che dalla sofferenza si può uscirne rafforzati.

Dunque si torna alla notizia di apertura: una azienda italiana confezionista di prodotti di Alta Moda, ha creato nel post-emergenza un apposito dipartimento per lanciare sul mercato italiano  una linea di prodotti di protezione personale,  come le mascherine chirurgiche per il settore professionale, utilizzando anche strutture tessili innovative, la cui conferma della certificazione CE è attesa nelle prossime settimane, incoraggiati da uno screening positivo ottenuto da uno spin-off del Politecnico di Milano. In questo caso non solo sono stati selezionati un fornitore di tecnologia italiana - tanta elettronica e tecnologia  d’avanguardia secondo la capacità universalmente riconosciuta all’industria meccanica italiana -  ma, come si legge in  una nota della direzione generale della azienda (Maestria Italiana) con sede nella provincia bresciana:”…utilizzando solo fornitori italiani di materie prime e semilavorati come i tessuti non tessuti”. Come dire: saremo sempre pronti per ogni emergenza.

“Prima di partire con questa nuova realtà  -  ci dice la direttrice generale della azienda, Maddalena Bresciani -  ci siamo assicurati  le forniture appena dopo aver effettuato la dovuta sperimentazione e effettuato i necessari performance tests. Le materie prime non saranno fornite da commercianti locali o da importatori ma da imprese manifatturiere italiane in modo da garantire non soltanto opportunità di lavoro ma qualità, innovazione tecnologica e tempi certi di fornitura” e ovviamente, aggiungiamo noi, per limitare quel rischio che la visione strategica della classe politica italiana non ha  invece affrontato: restare senza dispositivi essenziali per la tutela delle persone e degli operatori, proprio nel momento del bisogno. “ Non ci fermeremo qui - conclude la dott.sa Bresciani - studieremo anche soluzioni a minor impatto ambientale sia  come materiali che come ciclo di fine vita,  mantenendo sempre gli elevati standard di sicurezza richiesti  da un impiego strategico per la popolazione e i loro angeli custodi, quei dottori e infermieri  che ci hanno così tanto aiutato nel momento più difficile”.

Marco Benedetti
Direttore R&S Biotecnologie - GreenEvo

 

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