Shale gas nuova grande minaccia fossile: nuovi allarmanti studi lo confermano

fracking e risorse idricheLa recente visita del Presidente USA Obama nel nostro paese, che ha avuto tra i temi principali proprio quello energetico, ha fatto tornare alla mente una delle pratiche energetiche più devastanti per il pianeta e su cui gli USA hanno fortemente puntato, il Fracking

ossia la frantumazione di rocce di profondità per l’estrazione del cosiddetto “shale gas”, cioè gas non convenzionale, il famigerato “gas di scisto”, le cui tecniche di estrazione hanno impatti molto più importanti della estrazione di risorse fossili convenzionali come quelle utilizzate sino ad oggi per il gas e per le altre risorse fossili. Un tema che ho affrontato ripetutamente, sia per le attenzioni che gli americano stanno avendo verso le risorse Europee, localizzate prevalentemente nel centro Europa (Polonia), anche tramite interessi “italiani” (vedi post “La follia dei giacimenti di gas non convenzionale: ci provano anche in Europa“) e che ha visto scendere in campo anche il nostro Papa Francesco (vedi post “Anche Papa Francesco contro lo shale gas (gas di scisto): presto una enciclica sulle tematiche ambientali“).

 

Proprio su questo attualissimo argomento, che vede ancora l’uomo andare dietro a risorse energetiche così altamente impattanti, ecco due nuovi, recenti studi che confermano la pericolosità ambientale del fracking per lo shale gas. Il primo studio è un documento redatto da un consorzio di ricerca indipendente, Researching Fracking in Europe (ReFine), che si occupa specificatamente di fracking per lo shale gas ed il petrolio, dal titolo “Oil and gas wells and their integrity: Implications for shale and unconventional resource exploitation”, scaricabile in calce al post e redatto da ricercatori di Durham University (UK), Duke University (USA) e British Geological Survey, che mette in evidenza i grossi rischi dei pozzi di idrocarburi sfruttati con la fratturazione idraulica.

Nello studio vengono presentati alcuni esempi di prospezioni in tutto il mondo, a partire dalla Gran Bretagna, dove tra il 1902 ed il 2013 sono stati trivellati a terra ben 2.152 pozzi di idrocarburi, prevalentemente convenzionali. Un numero tra 50 e 100 di questi pozzi sono “orfani”, dal momento che la società titolare delle trivellazioni ha cessato l’attività ed è fallita, venendo meno ogni responsabile del pozzo, e fino al 53% dei 2.152 pozzi che sono stati trivellati da una compagnia che non esiste più o che è stata oggetto di acquisizione o fusione. In ben 143 pozzi attivi in Gran Bretagna alla fine del 2000 si evidenziavano enormi problemi di integrità con grandi compromissioni ambientali. Passando poi alla analisi della situazione USA, lo studio rileva che, degli 8.030 pozzi di fracking ispezionati nel Marcellus shale, in Pennsylvania, tra il 2005 e il 2013, il 6.3% presentava violazioni relativamente alla “barriera” o all’integrità dell’impianto. Si tratta di uno studio tra i più completi relativamente alla analisi sulla integrità dei pozzi e sullo stato delle loro “barriere” costituite da valvole o involucri in acciaio all’interno del pozzo che non permettono il rilascio di liquido nell’ambiente circostante.

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Si tratta di un termine che può anche essere definito come una “perdita interna”, tra i parametri utilizzati nello studio per la classificazione dello stato dei pozzi (produzione, abbandonato, gestione al minimo, “orfano”, etc.) aggiornando così le statistiche relativamente al numero di pozzi noti circa la perdita di integrità a seguito di crolli o incidenti. Nell’analisi degli altri dati planetari, come Australia, Austria, Bahrain, Brasile, Canada, Gran Bretagna, Olanda, Polonia, ed Usa, ReFine ha determinato che, a livello planetario sono stati trivellati almeno 4 milioni di pozzi di idrocarburi onshore. Il gruppo di ricerca anglo-americano, ha poi effettuato una attenta analisi di altri 25 datasets provenienti da pubblicazioni e fonti tecnico-scientifiche online, facenti riferimento ad incidenti verificatesi tra il 1989 e il 2013 che hanno compromesso l’integrità dei pozzi, sia onshore che offshore, trivellati negli ultimi 100 anni.

L’analisi effettuata presenta i dati relativi alla età ed alla progettazione dei pozzi con particolare riferimento a quelli aventi qualche problema alla “barriera” o di integrità, con grandi variabilità tra l’1,9% e il 75%, sempre preoccupante, visto il progressivo aumento dei pozzi “orfani” già citati precedentemente. Su queste basi ReFine ha formulato delle raccomandazioni sul futuro sfruttamento degli scisti che oramai in molti, come già detto, vorrebbero estendere a tutta il vecchio continente, con i dati del monitoraggio sistematico dei pozzi attivi in tutta Europa che dovrebbero essere pubblicati, avviando nel contempo indagini e verifiche periodiche sui siti abbandonati, con le conclusioni a loro volte da rendere pubbliche. Sullo studio, significativo il commento di Richard Davis dell’Università di Durham e project leader di ReFina, secondo il quale

“i risultati di questa ricerca confermano che il cedimento della barriera del pozzo e il danneggiamento dell’integrità nei pozzi di idrocarburi è un problema e che su questo i dati a disposizione dell’opinione pubblica in Europa sembrano essere dispersi. I dati del monitoraggio dei pozzi attivi e la realizzazione di indagini periodiche dei pozzi abbandonati potrebbero aiutare a valutare l’impatto dello sfruttamento degli scisti ed è importante che l’opinione pubblica abbia accesso a queste informazioni”.

Su conclusioni molto simili al primo, anche il secondo studio di cui parlavo in premessa, dal titolo “Hydraulic Fracturing & Water Stress: Water Demand by the Numbersrealizzato da Ceres ed anch’esso scaricabile in calce la post, che effettua una analisi del costante e sempre più impattante aumento della richiesta di acqua per rifornire il fracking di gas e petrolio negli Usa, e in Canada. Un tema che va ad impattare pesantemente su una delle maggiori vulnerabilità planetarie come la disponibilità di acqua, richiedendo tali processi ingenti quantità di risorse idriche (vedi post “Estrazione shale-gas (gas non convenzionale) e consumo di acqua: apoteosi di insostenibilità“).

Si tratta di un impatto che potrebbe tradursi in un autentico disastro in regioni già molto povere di risorse idriche, come il Medio Oriente e diversi Paesi europei, africani ed asiatici che hanno invece potenziali per lanciarsi nel business del fracking. Al riguardo il quotidiano britannico “The Guardian” riprendendo lo studio Ceres, evidenzia che “nei primi 10 Paesi del mondo con le maggiori riserve di petrolio e di gas di scisto, tra cui Cina e Sud Africa, oltre il 60% di tali riserve si trovano in regioni che hanno in media una competizione estremamente elevata competizione per le risorse idriche”. Un monito in questa delicata questione per le compagnie gasiere e petrolifere viene dalla travagliata e non certo positiva esperienza USA, con i due più grandi problemi connessi al fracking di utilizzo di risorse limite scarse ed di rischi di contaminazione delle acque superficiali e di falda, come dimostrano i rilevanti problemi ambientali in Colorado e Texas, contraddistinti da aridità e siccità ricorrenti ed una crescente competizione per l’acqua (vedi anche mappa seguente).

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Problemi che si riproporrebbero puntualmente in Paesi come Cina, Algeria e Sudafrica che sta puntando a sviluppare il fracking nel bacino del Karoo, un’area desertica con scarsissime risorse idriche sotterranee.

Ceres evidenzia al riguardo che i politici di tutti questi Paesi prima di autorizzare pratiche di fracking sui loro suoli, dovrebbero porsi e porre all’industria degli idrocarburi, una serie di domande basilari come:

  • Quanta acqua sarà necessaria?
  • Quale sarà la provenienza dell’acqua?
  • Quanta sarà la quota parte di acqua potenzialmente riciclabile?
  • Quali sono, se ci sono, le eventuali fonti idriche alternative sono disponibili?
  • Quale sarà impatto che l’utilizzo dell’acqua avrà da parte dell’industria sui vulnerabili sistemi idrologici locali e sugli altri utenti dell’acqua concorrenti?

Tutta una serie di domande alle quali, se non si sarà in grado di dare preventivamente risposte soddisfacenti, si correrà il serio rischio di incorrere in gravi conseguenze, come quelle che sta provocando negli Usa il grande boom dello shale gas.

Nel rapporto di Ceres, organizzazione di per se non ostile alla pratica del fracking, si da poi grande evidenza all’enorme volume di acque reflue contaminate che vengono re-iniettate nel sottosuolo, con questa pratica a basso costo che potrebbe subire forti restrizioni viste le sempre più evidenti e schiaccianti prove come causa di terremoti locali. Venendo alla UE, una legislazione ambientale molto più severa, a partire dalla direttiva sulle acque sotterranee e da una possibile emanazione di una specifica direttiva sui combustibili non convenzionali, sembrano esserci tutti i presupposti per uno sbarramento della strada verso il fracking selvaggio stile Usa.

The Guardian fa però notare che "Mentre gran parte della pubblicità negativa su fracking si è concentrata sui rischi di contaminazione delle acque sotterranee, un’altra sfida è la perdita delle risorse idriche sotterranee. In tutto il mondo, risorse idriche sotterranee sono state sfruttate eccessivamente e spesso mal misurate e gestite. Numerosi studi dimostrano che i livelli delle acque sotterranee in molte parti del mondo sono in calo e che la ricarica di alcune falde acquifere può durare anni, decenni, anche secoli. Il fracking potrebbe accelerare queste pressioni, come stiamo già vedendo negli Stati Uniti".

Nello specifico Ceres rileva che il 36% della produzione fracking negli Usa avviene in regioni con livelli delle falde freatiche in calo significativo dopo decenni di sfruttamento indiscriminato e troppo spesso fortemente localizzato nelle contee più interessate dal fracking. Importante il monito del rapporto circa il fatto che le decisioni in merito dovrebbero essere prese sulla base di considerazioni locali, e non sull’ utilizzo dell’acqua in una intera regione o in un intero Paese e che ovunque le autorizzazioni per il fracking dovrebbero seguire le stesse regole utilizzate per gli impatti sullo idrosfera e sull’acqua, oggi più che mai un bene prezioso e vitale per tutti gli abitanti del pianeta.

Sauro Secci

 

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Oggi la giustizia russa ha accusato di teppismo/vandalismo (o meglio di hooliganismo, nemmeno fossero ultras della Dinamo Mosca)  26 membri dell’equipaggio su 30 della nave di Greenpeace  Arctic Sunrise. Lo ha confermato a Ria Novosti Mikhail Kreindlin, l’avocato russo messo a disposizione dei suoi attivisti da Greenpeace.  Ieri anche all’attivista italiano Cristian D’Alessandro è stata formalizzata l’accusa di vandalismo.

«Le accuse sono state portate contro altre 9 persone , portando a 26 il numero dei membri dell’equipaggio incolpati di questo delitto», ha spiegato Kreindlin, sottolineando che l’accusa non ha ritirato ancora le accuse di pirateria che pesano  sui militanti ambientalisti, arrestati il 18 settembre dalla Guardia costiera di frontiera russa mentre tentavano di scalare una piattaforma petrolifera di Gazprom nel Mar della Pecora.

Secondo il Comitato d’inchiesta russo il comportamento dei militanti di Greenpeace ha messo in pericolo la vita di chi lavorava sulla piattaforma Gazprom. Vladimir Tchuprov, direttore del programma Artico di Greenpeace Russia, ha risposto che «Le azioni dei militanti di Greenpeace nel Mar di Pecora non possono costituire una minaccia per la vita delle persone che lavorano sulla piattaforma petrolifera Prirazlomnaia. Questa accusa che era stata formulata all’inizio. E’ evidente che le azioni dei militanti ecologisti non possono né perturbare il funzionamento della piattaforma, né costituire una minaccia per la vita del suo personale. Essendo Greenpeace un’organizzazione non violenta, i suoi militanti sono i soli a rischiare la loro salute e la loro vita durante azioni come quella. I militanti di Greenpeace seguono una formazione specializzata prima di prendere parte a manifestazioni di questo genere. Apprendono a comportarsi senza ricorrere alla violenza, ad escludere ogni minaccia ed ad evitare i rischi per gli altri. Questo è il primo principio applicato da Greenpeace durante le sue azioni. L’esperienza dimostra che I militanti ecologisti sono I soli ad esporsi al pericolo. Le operazioni di Greenpeace non hanno mai fatto una sola vittima nel mondo. Le forze dell’ordine non possono non saperlo».

Giuseppe Onufrio, direttore esecutivo di Greenpeace Italia, sottolinea che «Le autorità russe hanno formalizzato l’accusa di vandalismo, senza ancora far decadere quella di pirateria come annunciato, ma la sostanza non cambia: la detenzione dell’equipaggio di Greenpeace e dei giornalisti e il sequestro della nave è del tutto illegittimo. Se l’accusa di pirateria si è rivelata inconsistente, quella di vandalismo oltre ad essere ugualmente assurda, mai comunque avrebbe dato il diritto di abbordare la nave di Greenpeace in acque internazionali».

Intanto l’Olanda ha deciso di portare il caso Russia-Greenpeace davanti al Tribunale internazionale del diritto del mare (Itlos), previsto dalla Convenzione Onu sul Diritto del Mare (Unclos) e la prima udienza è fissata ad Amburgo per il 6 novembre. La Russia, pur avendo sottoscritto l’Unclos, ha detto che non parteciperà al processo e non accetterà le decisioni del Tribunale.

Greenpeace fa notare che «Se la Russia dovesse davvero rifiutare la decisione del Tribunale, il risultato sarebbe una crisi generale del Diritto Internazionale ben oltre i limiti della questione tra Russia e Olanda. Il principio della libera navigazione in acque internazionali, che è alla base del diritto marittimo, sarebbe seriamente compromesso. Dal giorno dopo, infatti, chiunque può inventarsi accuse di pirateria come hanno fatto le autorità russe, abbordare e sequestrare chi vuole e poi rifiutare il giudizio del Tribunale internazionale».

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