L’Italia e il consumo di suolo: ecco il “rammendo urbano” di Renzo Piano con G124

brownfiledsUn grande cancro che affligge il nostro paese, è indubbiamente costituito dal consumo di suolo, che per anni ha visto abbandonare da un lato siti produttivi inseriti nella maglia urbana delle nostre città, e dall’altro la corsa forsennata verso l’occupazione di suolo extraurbano.

 

 

Una situazione, quella del suolo perso, che è arrivata a raggiungere la vertiginosa cifra di 8 metri quadrati al secondo (vedi post “Consumo del suolo: Il cancro che divora il Bel Paese“).

 

Una situazione che, in un momento così grave di crisi, con in testa il comparto edilizio, richiede un profondo cambio di paradigma anche e soprattutto per questo settore così importante per le economie dei paesi, basato fortemente su recupero, riconversione, efficientamento energetico delle gigantesche volumetrie abbandonate nel nostro paese. Si tratta di volumetrie pienamente inserite nei tessuti urbani, e spesso ex siti produttivi, quelli che, ricorrendo ad un termine anglofono, vengono definiti “brownfields”.

Siti ai quali è stata attribuita anche una definizione precisa dalla UE, come “I brownfield sono siti risultanti da utilizzi precedenti di un terreno e della zona ad esso circostante, attualmente abbandonati o sottoutilizzati, che possono presentare problemi di inquinamento reali o percepiti. Essi sono localizzati prevalentemente all’interno di aree urbane e richiedono interventi che consentano il loro riutilizzo” (vedi anche documento UE, scaricabile in calce al post).

Un aspetto importante la riqualificazione dei brownfield, che svolge un ruolo importante per evitare fenomeni di dispersione urbana, migliorare la qualità dell’ambiente, contribuendo così a creare le condizioni necessarie ad uno sviluppo sostenibile, considerando anche il fatto che spesso i terreni dei siti industriali dismessi possono mettere in pericolo la salute pubblica e generare rischi ambientali (alcuni di questi sono addirittura SIN – Siti di Interesse Nazionale da bonificare). Una riqualificazione che tende a contrastare la segregazione sociale e spaziale e a combattere una autentica minaccia per la competitività delle nostre città, che necessita di grandi investimenti ed assume un’importanza sempre più crescente.

Sul tema proprio la UE è scesa in campo, predisponendo anche un protocollo di gestione. Un fenomeno dai numeri da capogiro quelle del recupero di siti abbandonati, se si pensa che, in una città delle dimensioni di Verona, sarebbero addirittura 550 i siti da riqualificare urbanisticamente, restituendoli a nuove utilizzazioni e fruizioni produttive, residenziali, di volontariato o per la cittadinanza in genere.   Davvero di grande rilievo in questo ambito, l’iniziativa del grande architetto Renzo Piano, senatore a vita, che ha deciso di dare una grande opportunità a sei giovani architetti, accuratamente selezionati attraverso un bando anomimo che permetterà annualmente, ad altrettanti giovani progettisti di dare il proprio contributo alla riqualificazione del nostro Paese, trovando soluzioni contro il degrado dilagante che affligge le periferie italiane. Tutto questo si è materializzato nel G124 (link sito).

Si tratta di un’idea nata poco dopo la nomina a Senatore a vita dell’architetto Renzo Piano (foto a destra) che decise di intraprendere un progetto davvero originale nel suo genere, basato, legato alla formazione continua di un gruppo di giovani architetti, finalizzato alla formazione di una nuova classe di figure e professionisti responsabili ed attenti all’uso del proprio territorio.

Molto suggestivo anche il nome attribuito al progetto, G124, ad indicare simbolicamente la stanza numero 24 al 1° piano del senatore a vita a palazzo Giustiniani: Obiettivo principale del gruppo si rifà al concetto molto suggestivo di  “rammendo urbano”, utilizzato dallo stesso Renzo Piano, ad indicare il grande groviera per “perfora” letteralmente i nostri tessuti urbani, in questa era post-industriale.

Città studio e sedi di altrettanti progetti di “rammendo urbano”, tre città, disseminate lungo lo stivale, come Torino, Roma e Catania. Davvero una occasione unica ed originale, che può rappresentare davvero un punto di partenza per dettare le regole e definire nuovi obiettivi urbanistici e territoriali delle periferie di oggi, definite da Renzo Piano le “città di domani”. Una bella risposta anche alla precarietà dei giovani architetti, dal momento che per i sei del team G124, non vi è solo la gloria, ma un contratto annuale con tanto di stipendio, interamente finanziato dai soldi percepiti per l’attività parlamentare del Senatore Renzo Piano che, al fine della massima trasparenza, ha pubblicato un rendiconto completo delle spese sostenute dal progetto. Ad affiancare i sei giovani architettiMichele Bondanelli, Roberto Giuliano Corbia, Francesco Lorenzi, Roberta Pastore, Federica Ravazzi e Eloisa Susanna, è un gruppo eterogeneo di esperti in numerosi campi e tre tutor di grande livello, scelti da Renzo Piano, come l’architetto Massimo Alvisi, l’architetto Mario Cucinella e l’ingegner Maurizio Milan, che stanno volontariamente seguendo il giovane team, senza percepire alcuno stipendio.


Interessante uno sguardo ai tre diversi progetti di rammendo urbano.

  • TORINO: Il caso studio di Torino ha interessato il quartiere di Borgata Vittoria,Torino-Borgata-Vittoriaun’area prevalentemente residenziale e densamente popolata, che insieme a Madonna di Campagna e Parco Dora si insinua nel degrado di Barriera di Milano, Rebaudengo e Basse di Stura, da un lato, e le problematiche di Lucento e della nuova immigrazione dall’altro. Qui, i due membri del gruppo G124 Michele Bondanelli e Federica Ravazzi, coordinati dall’ingegnere Maurizio Milan, hanno dato voce al “vivace tessuto associativo del quartiere”, che grazie alla ricca attività partecipativa, ha facilitato l’ascolto dei desideri e delle esigenze della popolazione. L’esperienza di “rammendo torinese”, è partita dalle due scuole elementari del quartiere, cercando di rianimare gli spazi del tempo libero, trasformando i due istituti a semplici centri educativi, a spazi per la condivisione ed il ritrovo. Utilizzando un “parco senza nome”, ribattezzato Parco G124, il progetto ha fatto convergere in questo luogo le energie del quartiere, riqualificando lo spazio verde, migliorando l’arredo urbano, la mobilità lenta e le piste ciclabili.

 

 

  • ROMA – oggetto dell’intervento nella capitale, è stato il cosiddetto “ViadottoRoma-Sotto-il-Viadotto-dei-Presidentiincompiuto”e per questo, l’iniziativa si rammendo urbano a preso i nome di “Sotto il Viadotto”, ed ha visto il coinvolgimento del territorio che si estende tra il fiume Aniene e la Riserva Naturale della Marcigliana, dove la riqualificazione ha interessato il “Viadotto dei Presidenti” nel tratto che avrebbe dovuto collegare le aree periferiche a nord-est del quartiere Montesacro, oggi diventata invece una autentica e notevole barriera fisica. Al progetto romano hanno lavorato i giovani architetti Eloisa Susanna e Francesco Lorenzi, coordinati dall’architetto Massimo Alvisi che sono riusciti a trasformare lo sviluppo del viadotto, un chilometro e 800 metri, in un parco lineare, senza ulteriore consumo di suolo, sul quale far nascere piste ciclabili, botteghe e laboratori di quartiere, officine per biciclette, tutto rigorosamente costruito con materiali di recupero e autocostruzione (vedi post “Upcycling: un pilastro dell’ecologia nei nuovi scenari di economia circolare“), per abbattere quel muro, fino ad oggi invalicabile, mettendo finalmente in contatto tra loro gli oltre 100.000 abitanti che popolano i 2.500 ettari del quartiere.

 

 

 

  • Catania-quartiere-LibrinoCATANIA: Ad essere oggetto di intervento nella città etnea, il quartiere Librino, del quale si sono occupati gli architetti Roberta Pastore e Roberto Giuliano Corbia con la supervisione dell’Architetto Mario Cucinella. Il quartiere catanese di Librino, rappresenta una perfetta sintesi delle periferie nate negli anni ’70, una delle famose New Town, il sogno utopistico di un periodo storico che vedeva nelle periferie il riscatto per un futuro migliore, dando vita, in realtà, a spazi incompleti e carenti dei più elementari servizi pubblici. Per il gruppo G124, l’esperienza catanese ha costituito un rammendo invisibile sul piano urbanistico ma molto significativo sul piano umano,, riqualificando prima di tutto il rapporto tra le persone che popolano un quartiere composto per la maggioranza da persone con meno di 33 anni. Si è trattato di grande rammendo urbano e sociale che ha reso possibile la formazione di un percorso fisico, e non, che collega i punti nevralgici della vita del quartiere: la scuola, le strutture dello sport, gli orti sociali, i luoghi per il gioco, le piazze, il tutto collegato dal verde e da micro-interventi sugli elementi urbani, una nuove rete di connessioni, di fatto prima inesistente.

 

 

Un progetto davvero dai molti significati e di grande rilevanza, ambientale, sociale ed economica, per “rammendare”, e forse termine più azzeccato non poteva esserci, le enormi lacerazioni lasciate nei tessuti urbani di tutte le nostre città, nell’indiscriminato sviluppo che ha contraddistinto gli anni ’60 e ’70, e cercando finalmente, attraverso riqualificazioni dai profondi significati, di invertire la paurosa tendenza alla cementificazione del nostro pregiatissimo suolo, che merita decisamente ben altri destini e valorizzazioni, visti anche gli enormi volumi inutilizzati nel nostro paese.

A seguire un servizio dedicato all’interessante progetto.

Sauro Secci

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Oggi la giustizia russa ha accusato di teppismo/vandalismo (o meglio di hooliganismo, nemmeno fossero ultras della Dinamo Mosca)  26 membri dell’equipaggio su 30 della nave di Greenpeace  Arctic Sunrise. Lo ha confermato a Ria Novosti Mikhail Kreindlin, l’avocato russo messo a disposizione dei suoi attivisti da Greenpeace.  Ieri anche all’attivista italiano Cristian D’Alessandro è stata formalizzata l’accusa di vandalismo.

«Le accuse sono state portate contro altre 9 persone , portando a 26 il numero dei membri dell’equipaggio incolpati di questo delitto», ha spiegato Kreindlin, sottolineando che l’accusa non ha ritirato ancora le accuse di pirateria che pesano  sui militanti ambientalisti, arrestati il 18 settembre dalla Guardia costiera di frontiera russa mentre tentavano di scalare una piattaforma petrolifera di Gazprom nel Mar della Pecora.

Secondo il Comitato d’inchiesta russo il comportamento dei militanti di Greenpeace ha messo in pericolo la vita di chi lavorava sulla piattaforma Gazprom. Vladimir Tchuprov, direttore del programma Artico di Greenpeace Russia, ha risposto che «Le azioni dei militanti di Greenpeace nel Mar di Pecora non possono costituire una minaccia per la vita delle persone che lavorano sulla piattaforma petrolifera Prirazlomnaia. Questa accusa che era stata formulata all’inizio. E’ evidente che le azioni dei militanti ecologisti non possono né perturbare il funzionamento della piattaforma, né costituire una minaccia per la vita del suo personale. Essendo Greenpeace un’organizzazione non violenta, i suoi militanti sono i soli a rischiare la loro salute e la loro vita durante azioni come quella. I militanti di Greenpeace seguono una formazione specializzata prima di prendere parte a manifestazioni di questo genere. Apprendono a comportarsi senza ricorrere alla violenza, ad escludere ogni minaccia ed ad evitare i rischi per gli altri. Questo è il primo principio applicato da Greenpeace durante le sue azioni. L’esperienza dimostra che I militanti ecologisti sono I soli ad esporsi al pericolo. Le operazioni di Greenpeace non hanno mai fatto una sola vittima nel mondo. Le forze dell’ordine non possono non saperlo».

Giuseppe Onufrio, direttore esecutivo di Greenpeace Italia, sottolinea che «Le autorità russe hanno formalizzato l’accusa di vandalismo, senza ancora far decadere quella di pirateria come annunciato, ma la sostanza non cambia: la detenzione dell’equipaggio di Greenpeace e dei giornalisti e il sequestro della nave è del tutto illegittimo. Se l’accusa di pirateria si è rivelata inconsistente, quella di vandalismo oltre ad essere ugualmente assurda, mai comunque avrebbe dato il diritto di abbordare la nave di Greenpeace in acque internazionali».

Intanto l’Olanda ha deciso di portare il caso Russia-Greenpeace davanti al Tribunale internazionale del diritto del mare (Itlos), previsto dalla Convenzione Onu sul Diritto del Mare (Unclos) e la prima udienza è fissata ad Amburgo per il 6 novembre. La Russia, pur avendo sottoscritto l’Unclos, ha detto che non parteciperà al processo e non accetterà le decisioni del Tribunale.

Greenpeace fa notare che «Se la Russia dovesse davvero rifiutare la decisione del Tribunale, il risultato sarebbe una crisi generale del Diritto Internazionale ben oltre i limiti della questione tra Russia e Olanda. Il principio della libera navigazione in acque internazionali, che è alla base del diritto marittimo, sarebbe seriamente compromesso. Dal giorno dopo, infatti, chiunque può inventarsi accuse di pirateria come hanno fatto le autorità russe, abbordare e sequestrare chi vuole e poi rifiutare il giudizio del Tribunale internazionale».

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