Nucleare russo: sulle orme della corazzata Potëmkin

Pensando alla Russia ed alla propria marineria, l’immaginario collettivo di molti amanti della cinematografia si richiama al capolavoro del 1926 di Sergej Ėjzenštejn “La corazzata Potëmkin” e per noi italiani anche a tutte le sue derivazioni, anche di “fantozziana memoria”.

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Un nuovo capitolo della marineria sovietica arriva in questi giorni abbinandosi all'energia nucleare di quel paese, attraverso una imbarcazione molto particolare come quella battezzata con il nome Akademik Lomonosov, un impianto nucleare galleggiante che gli ambientalisti hanno già ribattezzato la “Chernobyl dei ghiacci” o il “Nuclear Titanic”. Si tratta del primo impianto nucleare galleggiante della Russia, costituito da un reattore da 70 MW, il quale, dal 2019, produrrà energia nelle acque del mare siberiano orientale. Si tratta di un impianto inaugurato nel 2010, salpato alcuni giorni fa dal cantiere di San Pietroburgo in direzione di Murmansk, dove sarà rifornito per la prima volta di combustibile nucleare. Fatto il pieno di uranio ed effettuati i test, la “Akademik Lomonosov” sarà rimorchiata fino alla città artica più settentrionale dell’Asia di Pevek, dove verrà ormeggiata a circa 5000 km dal porto, collegandola alla rete elettrica cittadina e alle piattaforme petrolifere della zona. Si tratterà di un viaggio della durata di un intero anno che sta generando preoccupazioni in tutti i Paesi in prossimità della rotta baltica.

Una decisione che ha suscitato ovviamente l’allerta dei paesi baltici, nonostante le rassicurazioni del produttore, la statale Rosatom, secondo la quale la centrale nucleare galleggiante è dotata di ampi margini di sicurezza, in grado di renderla invincibile a tsunami e disastri naturalicome ha dichiarato alla agenzia Reuters Vitaly Trunev, capo del Rosenergoatom, filiale di Rosatom.

Tra i primi ad allertarsi la Svezia che, attraverso il direttore dell’agenzia svedese per la sicurezza delle radiazioni Johan Friberg, ha fatto sapere che l’ente monitorerà da vicino l’impianto attraverso la cooperazione con altri paesi e attraverso le agenzie nazionali”.

Molte altre le voci critiche alla nuova realizzazione, presentando l’operazione più di un problema, a cominciare dall’esposizione del reattore alle alte onde e ai feroci venti Dell’Oceano Artico, a partire da quella dell’esperto di Greenpeace Jan Haverkamp, secondo il quale “I reattori nucleari che si muovono nell’Oceano Artico rappresenteranno un’ovvia minaccia per un ambiente fragile che è già sottoposto all’enorme pressione dei cambiamenti climatici”. Non avendo l’impianto galleggiante alcun sistema di contenimento, secondo Greenpeace non è stata effettuata un’adeguata valutazione dei rischi, legati a coste, iceberg e tempeste che sono un fronte di preoccupazione inevitabilmente aperto. Anche la Fondazione Bellona con l’ambientalista russo Alexander Nikitin ricorda come il fondo marino della baia di Chazhma, vicino a Vladivostok, sul Pacifico, sia ancora contaminato dopo un incidente durante il rifornimento di un sottomarino nucleare nel lontano 1985, quando “l’esplosione ha anche ucciso dieci persone, e ne siamo venuti a conoscenza solo nel 1993”.

 

Sauro Secci

 

 

 

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