La banca delle terre abbandonate

campo incolto banca della terra toscana pecLa Regione Toscana sta per avviare la sperimentazione della prima “banca della terra” in Italia, prevista da una legge regionale.

E’ stata infatti approvata dalla giunta la delibera con la proposta di regolamento per l’utilizzazione dei terreni che risultano “abbandonati” oppure “incolti”, per valorizzare il patrimonio agricolo-forestale, di proprietà pubblica e privata, favorendone l’accesso all’utilizzo soprattutto ai giovani agricoltori.

Il regolamento detta la disciplina delle norme tecniche per il censimento dei terreni “abbandonati” o “incolti”, il procedimento per il censimento e per l’inserimento dei terreni nella “banca della terra”, ma anche le procedure per la richiesta di assegnazione e di rimessa a coltura. Grazie a questo regolamento i comuni toscani, potranno verificare la presenza sul proprio territorio di terreni non più utilizzati che potranno tornare ad essere produttivi.

La “banca della terra” è nata dunque per per mettere a disposizione di chi vuole lavorare ma non ha la disponibilità della terra, i terreni delle aziende agricole di proprietà pubblica (ma anche privata) che possono essere dati in affitto o in concessione ad imprenditori agricoli, e in particolare a giovani. Nella “banca” possono rientrare anche i terreni resi temporaneamente disponibili che saranno così messi nuovamente a coltura favorendo la sicurezza idraulica e idrogeologica dei territori.

Tra coloro che presenterano richiesta di assegnazione all’Ente Terre di Toscana, inoltrando uno specifico piano di sviluppo, avranno priorità: primo, i minori di quarant’anni anni che siano imprenditori agricoli professionali singoli o associati e i coltivatori diretti. Espletata l’istruttoria delle richieste l’Ente comunicherà gli esiti al Comune che procederà alla occupazione temporanea, e non onerosa, dei terreni assegnandoli al richiedente, che è tenuto a coltivarli nei modi e nei tempi specificati nel piano di sviluppo. Al proprietario del fondo spetterà un canone, che sarà determinato dall’Ente Terre di Toscana in base ai criteri definiti nel regolamento. L’importo del canone, in ogni caso, potrà essere determinato anche di comune accordo fra il proprietario e l’assegnatario.

L’iniziativa cerca di rafforzare le opportunità occupazionali e di reddito delle aree rurali, promuovere la salvaguardia della biodiversità e la tutela del paesaggio; prevenire dissesti idrogeologici e difendere le zone e le popolazioni di montagna dalle calamità naturali. La gestione della ‘banca’ avverrà attraverso il sistema informativo dell’Artea (l’Agenzia regionale toscana per le erogazioni in agricoltura). Attraverso il portale si potranno individuare i terreni disponibili, differenziati a seconda della proprietà o della provenienza e suddivisi per aree geografiche. Si stima una presenza di oltre 300 mila ettari abbandonati di superficie agricola coltivabile.

Per Fabio Ciconte dell’associazione Terra onlus “se questa sperimentazione avrà successo sarà una boccata d’ossigeno per quanti si battono per le terre pubbliche, perché in qualche modo verrà riconosciuto il valore della terra come bene da tutelare e come opportunità di lavoro. Sarebbe bello se altre Regioni seguissero questa buona pratica”. Di certo, la spinta dal basso a intervenire contro l’abbandono delle terre comincia a raccogliere risultati.

Secondo  Giacomo Lepri della cooperativa agricola romana Coraggio “in Toscana si è mosso qualcosa: sono state trasferite le competenze di un ente ormai sterile come Arsia, fondendole con un ente pubblico economico agricolo ora trasformato in garante delle procedure assistenziali per l’avvio dei progetti (“Terre regionali toscane”), con l’obiettivo di controllarne gli sviluppi. Ma le buone intenzioni dovranno essere monitorate costantemente, soprattutto perchè il nuovo modello di impresa agricola dovrà guardare al rispetto ecologico. Affitti e concessioni su proprietà pubbliche e private devono dare corpo all’inserimento di soggetti finora esclusi dalla possibilità di fare agricoltura, bloccando definitivamente la vendita del patrimonio insieme al land grabbing. Il Lazio, ad esempio, attende una svolta decisiva in questa direzione…”.

 

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Oggi la giustizia russa ha accusato di teppismo/vandalismo (o meglio di hooliganismo, nemmeno fossero ultras della Dinamo Mosca)  26 membri dell’equipaggio su 30 della nave di Greenpeace  Arctic Sunrise. Lo ha confermato a Ria Novosti Mikhail Kreindlin, l’avocato russo messo a disposizione dei suoi attivisti da Greenpeace.  Ieri anche all’attivista italiano Cristian D’Alessandro è stata formalizzata l’accusa di vandalismo.

«Le accuse sono state portate contro altre 9 persone , portando a 26 il numero dei membri dell’equipaggio incolpati di questo delitto», ha spiegato Kreindlin, sottolineando che l’accusa non ha ritirato ancora le accuse di pirateria che pesano  sui militanti ambientalisti, arrestati il 18 settembre dalla Guardia costiera di frontiera russa mentre tentavano di scalare una piattaforma petrolifera di Gazprom nel Mar della Pecora.

Secondo il Comitato d’inchiesta russo il comportamento dei militanti di Greenpeace ha messo in pericolo la vita di chi lavorava sulla piattaforma Gazprom. Vladimir Tchuprov, direttore del programma Artico di Greenpeace Russia, ha risposto che «Le azioni dei militanti di Greenpeace nel Mar di Pecora non possono costituire una minaccia per la vita delle persone che lavorano sulla piattaforma petrolifera Prirazlomnaia. Questa accusa che era stata formulata all’inizio. E’ evidente che le azioni dei militanti ecologisti non possono né perturbare il funzionamento della piattaforma, né costituire una minaccia per la vita del suo personale. Essendo Greenpeace un’organizzazione non violenta, i suoi militanti sono i soli a rischiare la loro salute e la loro vita durante azioni come quella. I militanti di Greenpeace seguono una formazione specializzata prima di prendere parte a manifestazioni di questo genere. Apprendono a comportarsi senza ricorrere alla violenza, ad escludere ogni minaccia ed ad evitare i rischi per gli altri. Questo è il primo principio applicato da Greenpeace durante le sue azioni. L’esperienza dimostra che I militanti ecologisti sono I soli ad esporsi al pericolo. Le operazioni di Greenpeace non hanno mai fatto una sola vittima nel mondo. Le forze dell’ordine non possono non saperlo».

Giuseppe Onufrio, direttore esecutivo di Greenpeace Italia, sottolinea che «Le autorità russe hanno formalizzato l’accusa di vandalismo, senza ancora far decadere quella di pirateria come annunciato, ma la sostanza non cambia: la detenzione dell’equipaggio di Greenpeace e dei giornalisti e il sequestro della nave è del tutto illegittimo. Se l’accusa di pirateria si è rivelata inconsistente, quella di vandalismo oltre ad essere ugualmente assurda, mai comunque avrebbe dato il diritto di abbordare la nave di Greenpeace in acque internazionali».

Intanto l’Olanda ha deciso di portare il caso Russia-Greenpeace davanti al Tribunale internazionale del diritto del mare (Itlos), previsto dalla Convenzione Onu sul Diritto del Mare (Unclos) e la prima udienza è fissata ad Amburgo per il 6 novembre. La Russia, pur avendo sottoscritto l’Unclos, ha detto che non parteciperà al processo e non accetterà le decisioni del Tribunale.

Greenpeace fa notare che «Se la Russia dovesse davvero rifiutare la decisione del Tribunale, il risultato sarebbe una crisi generale del Diritto Internazionale ben oltre i limiti della questione tra Russia e Olanda. Il principio della libera navigazione in acque internazionali, che è alla base del diritto marittimo, sarebbe seriamente compromesso. Dal giorno dopo, infatti, chiunque può inventarsi accuse di pirateria come hanno fatto le autorità russe, abbordare e sequestrare chi vuole e poi rifiutare il giudizio del Tribunale internazionale».

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