Il puzzle Kashagan

La prima missione oltreoceano di Paolo Scaroni, appena assunta la guida dell’Eni nel 2005, è stata in Texas, per incontrare il suo omologo di ExxonMobil Lee Raymond, allo scopo di migliorare una relazione importante per lo sviluppo di Kashagan nel Mar Caspio. Questo scriveva il Financial Times lo scorso 23 gennaio, sottolineando che “le divergenze nei cinque anni precedenti tra l’Eni e i suoi partner, che includono le statunitensi Exxon e ConocoPhillips, le europee Royal Dutch Shell e Total, la giapponese Inpex e la società nazionale KazMunaiGaz, erano cresciute così drammaticamente che avevano ritardato lo sviluppo del più grande giacimento scoperto negli ultimi 30 anni con un costo di milioni di dollari per le compagnie tra sforamenti di spesa e penali”. Primo risultato del viaggio è che Scaroni ha accettato la presenza di una cinquantina di manager, ingegneri ed esperti dei partner, aiutando a smussare le incomprensioni con le compagnie del consorzio Agip Kco.

L’attività a Kashagan è comunque proseguita senza sosta nonostante le difficoltà ambientali e la necessità di gestire l’enorme quantità di gas tossici e di zolfo sprigionata dalle trivellazioni. Tanto è vero che i tre pozzi principali messi in produzione hanno evidenziato un andamento promettente. A maggio Agip Kco ha comunicato le stime preliminari di 120 mila b/g di flusso iniziale presso una della isole artificiali di produzione del campo kazako. E se è stato confermato che la prima fase dello sviluppo slitta al terzo trimestre del 2010 al livello target di 300 mila b/g, tuttavia Kashagan, quando raggiungerà il picco della produzione alla fine del prossimo decennio, potrà fruttare 1,5 milioni di b/g, il 25% in più delle previsioni. Di pari passo, però, sono lievitati anche i costi del progetto: da 57 miliardi di dollari a 136 miliardi.

Dopo il primo avvertimento a fine luglio da parte del Kazakhstan di voler rivedere il contratto per lo slittamento dei tempi – in seguito al rapporto presentato dal consorzio a fine giugno nel quale veniva ufficializzato il rinvio al 2010 per la complessità delle operazioni, ragioni di sicurezza e tutela ambientale – lunedì scorso è arrivato lo stop di tre mesi delle attività a Kashagan per presunte violazioni ambientali. E’ difficile credere che Astana intenda comportarsi con Eni come Mosca con Shell a Sakhalin e con Tnk-BP a Kovytka, tentando di favorire la compagnia di stato o qualche altra major. Per mettere in produzione il maxigiacimento kazako servono una ingegneria e un know how non alla portata di tutti. Non è un caso che al consorzio Agip Kco partecipino, tra gli altri, appunto, Eni, Exxon, Conoco, Shell e Total. Le trattative per trovare una soluzione negoziale del contenzioso, avviate già in agosto, hanno subito una accelerazione nell’ultima settimana, con l’invio da parte di Eni di una delegazione guidata dal direttore E&P Stefano Cao. D’altronde Scaroni, che sarà ad Astana dopo il 4 settembre, ha riconosciuto che nel contratto in essere “ci sono tutta una serie di parametri che andranno aggiornati”. E non è un mistero che il governo kazako si attenda da Kashagan ricadute consistenti sul bilancio statale, considerando che il prezzo del petrolio oggi viaggia sui 70 dollari/barile rispetto ai 25$ del 2001, quando Eni ha è stato designato operatore unico.

In casa Eni non disperano di raggiungere “una soluzione amichevole”, anche se questa arriverà solo al termine dei due mesi che le parti si sono date per concludere la trattativa. Non fa comodo né ad Agip Kco né al Kazakhstan accantonare il maxigiacimento. Ma forse il malumore di Astana per come procede a rilento il programma Kashagan è legato alle ancora non risolte divergenze tra i soci del consorzio. Come ha rilevato l’ambasciatore kazako in Italia Alaz Khamzayev, interpellato da LiberoMercato, “tutto è nelle mani dell’Eni. Sarebbe il caso che si mettessero d’accordo tra di loro. Noi – ha precisato – non abbiamo alcuna voglia di interferire tra i partner: prima si devono mettere d’accordo tra di loro, poi possiamo discuterne insieme”.

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