Quell’economia che resiste al cambiamento

 

Pubblichiamo con grande piacere questa bella ed attualissima riflessione di un grande testimone dell'avanzata delle rinnovabili nel nostro paese come Averaldo Farri, Division Director di ZCS Azzurro.

Abbiamo appena iniziato la fase 2 dell’epidemia da coronavirus. Questo essere vivente grande meno di 500 nanometri, cioè 500 miliardesimi di metro, composto da una struttura semplicissima di RNA e fosfolipidi, ha messo in ginocchio il mondo intero dal punto di vista sanitario e ne ha sconquassato tutti i modelli consolidati: quelli organizzativi, lavorativi, economici, relazionali e così via. Impareremo a mantenere distanze di sicurezza fra di noi, a fare file ordinate, a entrare nei ristoranti e nei bar a piccoli gruppi, a portare delle mascherine e vedremo la nostra “normalità” modificarsi e cambiare per molti mesi a venire. Niente sarà più come prima, abbiamo detto e sentito dire in queste settimane di chiusura e di grande sofferenza. Ma sarà davvero così? In mezzo a tanto stravolgimento ci sono due categorie che resistono con tutte le loro forze a qualsiasi rimessa in discussione del loro ruolo e dei loro modelli, e queste sono l’economia e la finanza. Vedremo cambiare tutti gli ambiti della nostra vita tranne quello economico e finanziario?

Il modello turbo-capitalista e iper-globalista, che pure tanta parte ha avuto nei disastri causati dal coronavirus, sembra voler resistere a qualsiasi necessità di cambiamento. Quella normalità è forse l’unica alla quale non vorremmo più tornare perché, come avevano scritto i cileni sul muro di un edificio durante le recenti manifestazioni di protesta che hanno scosso quel paese durante il 2019 e che in parte continuano ancora oggi, “no volveremos a la normalidad porque la normalidad era el problema” cioè non torneremo alla normalità, perché la normalità era il problema.

Quel modello economico che si basa sullo sfruttamento di qualsiasi risorsa per generare profitto fine a se stesso è esattamente quel modello che sta provando a non cambiare. E’ il profitto che non si reinveste, che non si ridistribuisce, che accumula ricchezze per il beneficio di pochi, che paga l’equivalente di un Euro al giorno dieci ore di lavoro di bambini minorenni in India o in Bangladesh.

Pensiamo davvero che Bolsonaro voglia smettere di abbattere la foresta amazzonica? Pensiamo davvero che arrivi a capire che c’è una relazione diretta fra quello che lui sta facendo all’ambiente e la diffusione rapida di virus e batteri, anche nuovi e potenzialmente devastanti per l’uomo, oppure con il cambiamento climatico?  Siamo sicuri che la Cina, l’India o gli USA sceglieranno di smettere di inquinare l’aria del mondo per passare ad una generazione di energia da fonti pulite e rinnovabili? Abbiamo notizia che la prossima CoP (Conference of Parts) sul clima sarà condotta nell’interesse dell’ambiente e non sarà un altro flop mondiale nel nome dell’economia? Come si comporterà la finanza internazionale la prossima volta che ci sarà da speculare sulla debolezza di un paese indebitato? Ci sarà rispetto e comprensione, magari aiuto, o non vedremo ancora vendite allo scoperto con conseguente impennarsi dei tassi di interesse in maniera esponenziale fino al limite di mettere in ginocchio un intero sistema sociale ed economico pur di trarre il massimo dei profitti possibili?

Io ho dei dubbi piuttosto seri. Dato per morto da Marx che ne aveva anticipato la fine per via del calo del saggio di profitto e, più recentemente, dato per finito da Immanuel Wallerstein per la stessa ragione, il capitalismo e la finanza senza scrupoli ad esso legata hanno sempre trovato il modo di rigenerarsi e di usare l’arma dello sfruttamento per continuare a generare profitti e anzi a farli crescere, a chiedere sempre maggiori tassi di crescita e a ottenerli con le armi della minaccia e del ricatto.

Non abbiamo saputo affermare modelli economici diversi e chissà se saremo capaci di farlo, e di imporli, nel tempo post-coronavirus. La giornalista e attivista canadese Naomi Klein ha coniato una bella definizione per definire ciò che succede dopo eventi devastanti: Shock Doctrine che in Italia abbiamo ribattezzato Shock Economy. In poche parole, le misure che si prendono dopo eventi catastrofici (terremoti, guerre, epidemie ecc…), il cosiddetto “capitalismo dei disastri”, appaiono come delle misure ad hoc per superare un evento avverso ma in realtà sono sempre mirate a portare all’estremo le disuguaglianze pre-esistenti e a massimizzare gli interessi di pochi. Non me ne vorranno gli europeisti più radicali, se dico che il MES (Meccanismo Europeo di Stabilità) è, in qualche misura, una costruzione economica da Shock Economy: hai bisogno di aiuto? Benissimo, te lo concedo ma a delle condizioni capestro che arrivano a togliere ampie fette di sovranità ad un paese per farlo rientrare dai suoi debiti. E gliela tolgono per darla a chi? A organismi privi sostanzialmente di legittimazione democratica e alle forze del mercato finanziario?

Uno dei parametri su cui il capitalismo e la finanza basa le sue analisi, e impone le sue soluzioni e le sue speculazioni, è il famoso PIL (Prodotto Interno Lordo) e, correlativamente, il rapporto fra l’indebitamento di un paese e il suo PIL. Un recente libro dell’ex-ministro Lorenzo Fioramonti, “Il mondo dopo il PIL” propone il superamento di questa misura macroeconomica su cui si fondano tutte le previsioni e le analisi economiche di un paese. E’ un libro assolutamente condivisibile che propone modelli diversi, meno stringenti, secondo i parametri economici attuali, ma non meno virtuosi, anche e soprattutto nel contenimento del debito. Se realizzassimo tutta l’energia da fonti rinnovabili e non dovessimo comprare energie fossili, risparmieremmo circa 45 miliardi all’anno, saremmo indipendenti e meno soggetti a ricatti e speculazioni. Dal lato sociale incoraggia tutti quegli attori sociali che sono sempre trascurati dal pensiero economico tradizionale: ad esempio le famiglie. Immaginatevi cosa sarebbe successo se le famiglie non avessero curato a casa circa 80 mila malati di coronavirus. Sarebbe sicuramente collassato non solo il sistema sanitario, ma l’intero sistema Paese. Fioramonti sostiene che “la società civile diventa il centro dell’economia produttiva non perché produce enormi quantità di ricchezza economica, ma perché produce una ricchezza di alta qualità , soprattutto come generatore di capitale sociale, di fiducia interpersonale e di coesione sociale, cioè gli ingredienti essenziali di una qualunque società di successo”. Ciò deve tradursi anche in una revisione sotto il profilo giuridico dei criteri di formazione del bilancio pubblico: come evidenziato da Francesco Farri nel suo libro “Un fisco sostenibile per la famiglia in Italia”, del 2018, se il costo di un anziano in una RSA è 100 e questo costo diventa spesa pubblica e concorre al bilancio dello stato, perché la decisione di una famiglia di assistere un anziano a casa non viene contabilizzata come risparmio di spesa pubblica di uguale valore? Forse tale decisione non concorre alla realizzazione del bene comune come il pagamento di un tributo? 

Modelli economici e fiscali nuovi sono quindi possibili. Questo è ciò di cui abbiamo bisogno post coronavirus. E’ necessario però il coraggio di metterli in atto, il rifiuto di modelli economico-finanziari ormai stantii e francamente inadeguati, l’onestà intellettuale e  morale per farli diventare credibili.

Se riusciremo a fare questi cambiamenti, allora, davvero, potremo dire “andrà tutto bene”.

 

Averaldo Farri
Division Director ZCS Azzurro

 

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