Sentenza storica negli USA conferma il sottosuolo bene comune: chi inquina le falde deve pagare

In questi giorni - informa la rivista Science on line (https://www.sciencemag.org/news/2020/04/scotus-clean-water), in un caso attentamente seguito con ampie implicazioni, un giudice della Corte Suprema degli Stati Uniti, ha stabilito, con una votazione di 9 giurati di cui sei a favore, che la legge federale americana sull'acqua pulita (clean water act)  si applica all'inquinamento delle acque sotterranee che sfociano nei vicini laghi, corsi d'acqua e baie, perché simile al versamento diretto di inquinanti in questi corpi idrici.

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Gli Stati Uniti, in questo caso, fanno Storia. Il che stupisce dal momento che i Trumpiani si sono battuti contro un principio, più che contro un caso, causando un precedente che può dare il via a varie class-action per l’amministrazione Trump.

“La decisione  - scrive il magazine Science - è arrivata dopo che un impianto di trattamento delle acque reflue alle Hawaii aveva affermato che la legge ambientale di riferimento riguardava solo “il punto di arrivo diretto" di inquinamento, come un tubo di scarico che scarica acque inquinate in un torrente, un lago o una baia, e non le acque sotterranee inquinate che poi penetrano in quegli ambienti.”

Come dire che l’inquinamento prodotto da un privato, o peggio da uno ente pubblico, non è perseguibile perché “solo” apparentemente non inquina. E’ evidente che in questo caso la superficialità del pubblico, giustifica il danno inferto alla Comunità da un privato.

“La decisione è una vittoria per gli ambientalisti, - sostiene l’articolo - che temevano che la corte potesse schierarsi con l'argomentazione dell'amministrazione Trump secondo cui la legge non si applicava alle acque sotterranee. Nella decisione, il coraggioso giudice Stephen Breyer ha scritto nella sua sentenza che l'inquinamento delle acque sotterranee era soggetto alle norme federali sulla qualità delle acque purché il collegamento alle acque superficiali fosse "l'equivalente funzionale" di uno scarico diretto come un tubo.” 

“Non sarà così diverso da quello che i regolatori statali e federali hanno fatto per decenni” prevede David Henkin, un avvocato con sede a Honolulu per lo studio legale ambientale EarthJustice, che ha discusso il caso dinanzi alla Corte suprema. In precedenza, i regolatori sostenevano che la legge federale si applicava ogni volta che trovavano una "connessione idrologica diretta" tra le acque sotterranee e superficiali. "La scienza ha sempre e continuerà a svolgere un ruolo importante nella comprensione dei limiti della legge sull'acqua pulita", ha affermato l’avv.Henkin.

Il caso dinanzi alla corte illustra quanto queste domande siano ad alta intensità di scienza. La disputa ruotava attorno a un impianto municipale di trattamento delle acque reflue di Maui - Hawaii - che ogni giorno pompa circa 15 milioni di litri di acque reflue trattate in pozzi sotterranei a 1 chilometro dalle spiagge fiancheggiate da hotel. Scienziati e residenti sospettavano almeno dalla metà degli anni 2000 che le acque reflue scorrevano nelle acque sotterranee e nell'oceano, iniettando azoto che ha innescato la crescita delle alghe e danneggiato le barriere coralline.” Di conseguenza anche il turismo.

L'agenzia di protezione ambientale degli Stati Uniti ha dichiarato che stava rivedendo la richiesta della Corte per ulteriore chiarezza da parte dell'agenzia. Ma ha detto che la sentenza "purtroppo lascia alcune incertezze per il pubblico, compresi i proprietari di proprietà privata”.

Ci sarebbe dunque da domandarsi se questa sentenza può costituire un precedente del Diritto, verso il rafforzamento della politica di tutela Bene Comune anche in Italia: oltre ad essere il Bel Paese, è anche il Bel Paese con il più alto indice di corruzione nella Comunità Europea, dove taluni cittadini sversano ancora rifiuti nelle stradine di montagna anziché conferire alle isole ecologiche, dove le Ecomafie spostano dalle virtuose industrie del Nord grandi quantità di scarichi illeciti soprattutto verso Sud, gettandoli in cave abbandonate, come noto dalle cronache;  dove ex fiumi ora cloache, ricevono acque inquinate e li filtrano nei terreni circostanti; dove le falde vengono inquinate dai reflui e residui di grandi fabbriche interrate tra le valli della nostra dorsale appenninica, illudendo magari i bagnanti della costa con effetto Mar dei Caraibi: “perché in fondo l’Italia è un Bel Paese di sopra ma pur sempre - ci dicono le cronache - un Paese in cui come alle Hawaii sottoterra c’è buio”.

Occhio dunque che la ripresa delle attività economiche  post-covid non si trasformi in un ritorno al passato rubando ancora il futuro alle nuove generazioni.    

Marco Benedetti
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