Imballaggi monouso: se manca la norma, vale la prassi o l’anarchia?

Secondo di una serie di 3 articoli di approfondimento di Marco Benedetti, sul tema imballaggi: la scelta su “base volontaria” di comunicarci il tipo di materiale degli imballaggi presenti nei supermercati. Ci rimette solo la sostenibilità?

 

Perché l’annuncio di una nuova confezione per alimenti - nell’era del post-covi che ci ha reso ancora più dipendenti da imballaggi plastici - per la nostra sicurezza ovviamente - dovrebbe suscitare tanto interesse per gli addetti ai lavori e non solo per i consumatori. Magari quando realizzata anche con materia prima  termoplastica di origine vegetale, biodegradabile e compostabile a fine vita, come nel caso della vaschetta, film ed etichetta voluta e adottata dalla nota marca Fileni per le sue carni da allevamento antibiotic free e/o bio? (vedi articolo "Come un imballaggio alimentare può diventare  notizia dell’anno").

In questo articolo proveremo ad analizzare alcuni aspetti tecnici e etici che interessano in un imballaggio al momento dell’acquisto di un bene commerciale, che sono 4,  per quanto ci concerne: a) il valore della perdita economica dei materiali usati per l’imballo e gettati dopo l’uso del bene -  b)  La loro efficienza - c) L’impronta ambientale (GWP) nel suo complesso, fino al suo fine vita - d) la scelta etica, consapevole.

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A) LA DE-VALORIZZAZIONE DEGLI IMBALLAGGI MONOUSO

La risposta meno glamour ma più importante è infatti che gli  elementi che compongono l’imballaggio di Fileni che costituisce la notizia di partenza è che sono tutti - vaschetta e film flessibile ed eventuale etichetta  in carta appiccicata dal commerciante -  prevalentemente materiali omogenei per quanto riguarda il loro fine vita: cioè in questo caso tutti e tre sono abili ad avere un fine vita comune  che in questo caso è distruggersi nello stesso modo, bio-trasformandosi nello stesso ciclo per produrre sia biogas  (energia verde) che compost (fertilizzanti naturali) e comunque rigenerarsi in materia prima organica buona per fertilizzare naturalmente i terreni agricoli. Ovviamente questa notizia è tanto importante quanto il fatto che in genere i prodotti che troviamo nei supermercati non hanno questa omogeneità, sprecando alla fine come vedremo, prezioso materiale e il frutto della materia grigia del nostro cervello.

Il report “10 circular investment opportunities to build  back better” della fondazione Ellen Mac Arthur, si apre con un dato in rilievo: il 95% del valore degli  imballaggi plastici (prodotti annualmente nel Pianeta) pari a 80-120 miliardi di dollari, è dispersa annualmente dall’economia globale”. Che vuol dire produciamo beni il cui valore economico (materiali+valore aggiunto dell’ingegneria umana) viene distrutto dagli stessi che l’hanno creato, voluto, riconosciuto, distribuito in giro, usato e infine buttato quando sono a casa. Se non si parlasse di tutti noi, direi che chi fa questo è per lo meno uno cretino.

Tra le cause  c’è anche quello della libera facoltà, abbastanza comune tra i produttori di beni,  di creare imballaggi usando più tipi di materiali plastici diversi, a volte combinandoli con carta e affini, per comporre  imballaggi che contengono sullo stesso scaffale lo stesso tipo di  beni (carne, verdura, frutta per il settore alimentare ma anche detergenti, salviette ecc per quello igienico); a volte fabbriche diverse dello stesso brand usano materie prime diverse e finiscono sullo stesso scaffale o su scaffali di supermercati concorrenti. Dal momento stesso che si chiamano diversamente, i materiali plastici di sintesi usati negli imballaggi (poli: propilene, - etilene, - ammide, - estere ecc) , sarebbe fin troppo banale pensare che non sono uguali ma al contrario, è evidente la difficoltà di farlo capire a chi le norme le dovrebbe fare a tutela del proprio popolo e delle generazioni future oltreché del l’ecosistema  planetario in generale. Conseguenza: in un supermercato troviamo tutto e il contrario di tutto, comunicato in modo a volte serio, molte volte ambiguo, altre volte colpevolmente ingannevole.  Questo tema sarà oggetto del terzo articolo di questa  serie, portando anche prove che tutti noi avremmo modo di verificare.

 

Oggi tutti noi raccogliamo e smaltiamo plastiche diverse di nome e di fatto quasi tutte derivate da la trasformazione del petrolio; secondo le statistiche mondiali, oggi trovano una seconda vita (soprattutto il pet delle bottiglie di bevande) queste solo in piccola parte (forse il 13-14% di 340 miliardi di kg); il più viene invece portato agli inceneritori per trasformarsi in gas serra se va bene, in alternativa sappiamo tutti dove: mare, monti, strade, giardini, financo nello stomaco di pesci e mammiferi tra cui l’uomo stesso. Geniale.

E’ un tema  attuale e fondamentale e ben conosciuto ai tecnici ma che, assieme ai politici, hanno deciso non debba interessare ai consumatori; secondo i guru del marketing di scuola nord-americana, non dire niente e meglio che dire cose che potrebbero essere non capite, approfondite, infine anche contestate. In altre parole  i consumatori, cioè noi quando facciamo la spesa, devono comprare senza poter fare scelte critiche e consapevoli; non avendo evidenze scritte, non si fanno neppure le domande. Capita spesso poi, a chi cerca risposte “ardite” al numero verde dei grandi brand, che non si ottengano risposte. Il silenzio è sempre d’oro,  per fatturati e bilanci.

Così la perdita del valore degli imballaggi dei beni di largo consumo, una volta buttati non è affare interessante di cui occuparsi, neppure per i media. Molti poi finiscono tra flutti del mare di nessuno (che è poi dell’intera umanità ma non è codificato e fa comodo così). Se occuparsi di andare a cercare il litio sulla Luna costa poi come una intera campagna di anni di raccolta di plastica di varie ONG negli oceani del Pianeta, che dovrebbe invece garantire il futuro di questo Pianeta, la prima cattura più attenzione della gente comune perché la fa sembrare membri di una generazione di semidei invincibili.


 

B) LA EFFICIENZA DEGLI IMBALLAGGI MONOUSO

In genere la norma EU vigente ci aiuta a concentrarsi sul contenuto ovvero la provenienza, data di scadenza, ci dice anche i valori nutrizionali. La EU tutela in effetti la qualità del cibo, se sai leggere l’etichetta o hai il tempo di farlo;  il supermercato ci fa anche scegliere: indicando se la pera è italiana o cilena,  la bistecca francese o la chianina nostrana. Le Informazioni sugli alimenti infatti sono ben regolamentate  dalla EU: es. dal regolamento 1935/2004 con  le info sui valori alimentari nelle etichette  - regolamento 1169/2011 Parlamento Europeo e del Consiglio D.Lgs. 109/92 per i simboli “volontari” sugli imballaggi. Circa le info sugli imballaggi infatti la CCIAA di Ancora ci fa correttamente sapere (http://www.an.camcom.gov.it/sites/default/files/imballaggi.pdf) che: “…sia a livello europeo, sia nazionale, i produttori sono “invitati" ad indicare le caratteristiche del materiale usato per gli imballaggi mediante un’etichetta munita di simboli specifici” i famosi triangoli con il numero interno da 1 a 7. E prosegue:” L’informazione ambientale degli imballaggi (alimentari) è finalizzata ad aiutare i consumatori a scegliere l’adeguata via di smaltimento, ad acquistare prodotti ad impatto ecologico più basso ed in generale a favorire il riciclo ed il recupero…” la nostra EU ci tutelerebbe dunque, però è lasciato al buon cuore del produttore di dire a noi consumatori di che materiale è composto il suo imballaggio, salvo il fatto che è approvato per il contatto alimentare….quello a contatto con il cibo ma se è un poli-accoppiato non si capisce se è approvato anche quello esterno, quello che tocchiamo con le dita, le labbra  per intenderci.

Non essendo un obbligo, le aziende che scrivono si espongono a loro rischio e pericolo per es. alle capacità del consumatore di conoscere i simboli o  quello di prendere multe dall'AGCM (agenzia italiana a tutela della concorrenza) magari per il “dubbio” espresso da un potente concorrente sulla presunta veridicità della etichetta e inoltrate tramite un luminare del foro: avvocati, tempi biblici di risposta, ispezioni investigative, tempo e risorse spese per tutelarsi. Perché allora dovrebbero farlo?  Così capita - abbastanza frequentemente - che prodotti di diverse aziende conosciute, presenti in tutti i supermercati, non riportano indicazioni sugli imballaggi:  il brand  quando è noto e ben pubblicizzato, spesso convince  all’acquisto più della norma. E’ anche vero però che per  vincere la concorrenza i supermercati più importanti, per i loro prodotti a marchio, hanno adottato  - come la Coop - o stanno adottando la pratica di indicare correttamente di cosa sono fatti gli imballaggi e di come gestire l’imballaggio: etichetta, se presente, film esterno, vaschetta o supporto semi-rigido interno, a contatto con il cibo (es.  un pacco di biscotti).

 

C) L’IMPATTO AMBIENTALE DELL’IMBALLAGGIO (GWP)

Nordik Ecolabel che è una certificazione di qualità ambientale presente soprattutto nei paesi scandinavi, prima di approvare il prodotto a cui apporre il bollino ti chiede di misurare l’impronta ambientale sia del prodotto che dell’imballo: il cosiddetto GWP = global warming potential - potenziale di riscaldamento per effetto serra, dovuto dalla trasformazione, trasporto, lavorazione dei vari materiali. Ti fornisce una tabella di valori di raffronto sull’impronta ambientale dei principali materiali plastici:  scopri che per produrre un kg di polimero polipropilene (PP)  loro calcolano che vengono immessi in atmosfera ben 3900 gr di Co2 (+390%) e per un kg di PET - quello delle bottiglie d’acqua amate dagli italiani - 6500 gr (+650%) mentre per produrre 1 kg di bioplastica di origine vegetale e compostabile come il pla (acido polilattico) “solo” 2060 gr (comunque 3 volte meno del PET) ecc.

Sarebbe un bel gioco calcolare quanto Co2 costa all’ambiente il consumo che gli italiani fanno dei 12 miliardi (ma chi dice 8) di bottiglie d’acqua e affini, prodotte ogni anno in Italia. Ma tant’è, mica è obbligatorio.

L’imballaggio se poi è composto di materiali diversi come i multistrato o multimateriale  - es. carta accoppiata con polietilene per avvolgere carne e affettati - si dovrebbero sommare tutti i parametri e magari prendi coscienza che il peggiore nemico dell’ambiente  resta proprio il tuo atteggiamento di fronte ad uno scaffale, stravolto dal luccichio delle etichette che porge la mano al prodotto che ti sta (sapientemente) all’altezza degli occhi.

Quindi a parità di materiale contenuto nella confezione, per le imprese dell’industria agroalimentare  scegliere un tipo di materiale per comporre l’imballaggio, comporta una impronta ambientale, di cui non sono tenuti a sapere gran che, se non per scrupolo personale dell’imprenditore e per concorrenza facendolo misurare e comparare a caro prezzo nei laboratori o università del Mondo. Tra due alternative,  ammesso che entrambe funzionano,  che senso avrebbe usare quello che impatta di più? Ma poi in realtà l’impresa quasi sempre acquista solo quello che costa meno, non essendoci norme e regolamenti specifici su cosa usare per cosa.

Questa resta una questione prettamente commerciale e il piano della discussione è solo etico; non indirizzato da una norma che tuteli il diritto del consumatore a poter scegliere liberamente e consapevolmente prodotto e imballaggio. E anche questo potrebbe essere, al limite, un atto volontario del consumatore, se di fatto fosse possibile leggerlo all’atto dell’acquisto. Sarebbe non solo scelta per la qualità del contenuto ma della efficienza e dal valore etico del contenitore. Bel sogno. Ai frigoriferi qualcosa del genere è però capitato, vedi mai.

Nel commercio, secondo le EU, l’etica è però asciata al buon cuore e non al rispetto del bene comunque, con l’effetto ben noto di miliardi di kg di materiale sprecato o pesantemente de-valorizzato ogni anno. In altre parole: una inefficienza drammatica del sistema economico e politico degli ultimi 40-50 anni, imbarazzante lascito alle future, ma non troppo lontane, generazioni.

Chi difende la categoria, asserendo che le plastiche possono essere tutte raccolte, separate  e rigenerate, ma poi non denunciate nell’etichetta, ne giustifica secondo me, l’uso indiscriminato, molte volte inutile, perché all’origine il materiale è effettivamente rigenerabile ma una volta usato, non è più affar loro. E a questa tesi vengono incontro incongruenze di sistema: secondo un’altra norma, un imballaggio contaminato da altro materiale deperibile come il cibo, va gettato nella indifferenziata, perdendo così sia il valore del cibo avanzato sia quello dell’imballaggio. 

Se però composto da cellulosa o bioplastica perchè biodegradabili e/o compostabili almeno diventerà compost.  Ma è effettivamente quest’ultimo un problema tecnico reale per le imprese della raccolta che giustifica oggi ancora la termovalorizzazione di gran parte di questo materiale misto. Anche molta della plastica recuperata in Italia, più o meno pulita, resta un mix difficilmente separabile di plastiche diverse; il “plastmix”  trova ad oggi ben poche applicazioni  per ragioni tecniche ma anche di costo; è un materiale tutto da scoprire: insieme di plastiche diverse ma anche mai costante e la sua industrializzazione rispetto al prezzo chiaro e basso delle materie plastiche vergini non ne giustifica la ricerca: la conclusione è che al momento il plastmix è  ancora indirizzato prevalentemente all’incenerimento,  ovvero ad un po’ di energia e molto gas serra.

“Comprate e basta” ci dicono tra le righe le immagini patinate di grandi e piccole brands che occhieggiano dagli scaffali, come se il contenuto sia sempre più importante del contenitore: ma, guarda caso, è poi quest’ultimo che troviamo spiaggiato o a costituire la stragrande maggioranza dei residui in sospensione che compongono le famigerate isole di plastiche galleggianti, sparse per i mari del Pianeta il cui costo di recupero sarà tale per le Comunità del Pianeta che se gli imballaggi costassero oggi il doppio all’origine, sarebbero comunque più convenienti, ne sprecheremmo meno oltre a garantire la conservazione di risorse e provare ad assicurare un futuro sostenibile al Pianeta.

L’idea ritenuta vincente dall’industria manifatturiera non solo multinazionale, che l’imballaggio deve incidere poco, molto poco, sul prezzo finale del prodotto a scaffale ma al contempo deve funzionare bene, è in molti casi smentita dai fatti: se metti in frigo una vaschetta di prosciutto affettato a cui ha eliminato la saldatura e provi a salvare il prosciutto residuo per un paio di giorni sarà sforzo inutile: si sarà seccato. Questo perché, se l’imballaggio fino a casa è saldato e magari il prodotto mantenuto in atmosfera controllata  - che vuol dire controllata con un gas anti-decadimento - ma la quantità del contenuto è poi troppa, il frigo non perdona: gli alimenti umidi li secca; con il risultato di avere ogni anno 84 miliardi di kg di scarti alimentari certificati in Europa dalla stessa EU di cui il 60% deriva dallo spreco dentro le mura familiari - con il lato morale delle imprese intonso e rispettabile per questa non-legge.

 

 

D) LA SCELTA ETICA

Sull’impatto ambientale dell'imballaggio - in termini i di gas serra -  determinato con il tuo atto di acquisto di un bene piuttosto che di un altro, non viene quasi mai dato da sapere. Al limite ci dicono che è un prodotto Fair Trade per dire che la banana viene dal Costa Rica e che con l’acquisto tu aiuti progetti sociali in quel paese. Quanto poi la nave che trasporta per 10.000 km la banana,  inquina il cielo comune, non è ritenuto così importante. Né importata quanto pesticida ci hanno spruzzato sopra e come, né quanto incidono sul GWP, la vaschetta in finto legno o carta, il film flessibile che le tiene insieme e l’etichetta.

Comunque nella pratica avviene che la colpa dello spreco è sempre di chi compra e butta via l’imballaggio che lo conteneva e non su chi offre porzioni inadeguate e confezionate male perché evidentemente inefficienti proprio al momento dell’uso,

Costui paga anticipatamente una % sul valore dell’imballaggio al consorzio di recupero obbligatorio degli imballaggi plastici come il Corepla e si liber la coscienza e il costo  sostenuto che lo scarica sul commercianti che  ovviamente lo scaricano sul consumatore finale. Questo infine paga tutta la catena e in più anche la sua personale tassa di raccolta. Chi malignamente pensa che l’inefficienza della busta della fettina pre-tagliata una volta aperta, venga fatto apposta per costringerti a comprare più spesso,  passa da  complottista ma la pratica ci dice poi  che la legge tutela  più il produttore del consumatore.

L’Italia che è patria del buon cibo, non è esente dal produrre grandi quantità di scarti di questo tipo ed ospitare anche grandi quantità di questi residui sia sui fondali che sulle coste, soprattutto dopo una mareggiata; ma è anche patria di una cultura che vuole il cambiamento, oltre a essere il paese membro EU che ha il più alto tasso di raccolta differenzia rispetto agli educati colleghi del Nord Europa, più propensi a bruciare tutto piuttosto che ha ri-valorizzare quegli scarti che si diceva sopra, sono frutto anche dell’ingegno umano.

 

Nessuno produttore quindi ad oggi sembra avere il coraggio o la coscienza di scrivere in chiaro   a favore dei cittadini e con la chiarezza  dei numeri, quale è l’impatto ambientale del loro acquisto in termini di CO2 sia del contenuto che del contenitore; es a) per il contenuto: per 1 kg di carne = 20.000 litri d’acqua  - ovvero un bene sottratti alle colture che produrrebbero molti più kg di materiale commestibile, piuttosto che ad umani per dissetarsi tutto l’anno, per poi disperdere una gran quantità di quel peso sotto forma di scarto alimentare come certificato dalla EU: 84 miliardi di kg sono in EU ogni anno  - es b) del contenitore: per 1 vaschetta  di carne vengono usati almeno 3 materiali ma spesso 4: la vaschetta, il tampone che assorbe il sangue, il film flessibile che chiude, e l’etichetta (ci sarebbe anche l’inchiostro). 4 elementi non compatibili tra loro anche se vaschetta e film flessibile sembrano di plastica ma  che in realtà sono 2 plastiche diverse che a cui non piace essere mescolate. Per esempio  se la vaschetta anti-shock è in pp (polipropilene) espanso o in eps polistirene espanso e polietilene sono come dire che sono un automobile e un autocarro, mezzi di locomozione entrambi ma se messi insieme svolgono compiti ben diversi, per molti versi alternativi tra loro, mai uguali. Così è per i 6 materiali plastici riconosciuti dalla EU e indicati su base volontaria (ndr: ripetiamo per chi leggesse di fretta: base volontaria) nel triangolino che a volte sì e a volte no troviamo stampato sull’esterno degli imballaggi e spesso in posizioni improbabili.; che è come lasciare alla buona coscienza del produttore riconoscere a te, consumatore, che sei una persona che capisce o semplicemente che deve acquistare, mangiare e non parlare (che è pure maleducazione secondo questa scuola di pensiero).

 

 Marco Benedetti
Vice Presidente Chimica Verde Bionet

 

 

 

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