Come un imballaggio alimentare può diventare notizia dell’anno

Iniziamo oggi una serie di 3 articoli di approfondimento di Marco Benedetti, sul tema imballaggi. La maggior parte degli imballaggi plastici utilizzati dai cittadini del 5 continenti per imballare, trasportare e stoccare ne frigoriferi del Pianeta, il cibo e non solo,  corrispondono -  dicono i ben informati - a circa il 35% del totale degli oltre 300 miliardi di chilogrammi di varie plastiche prodotti ogni anno (peraltro in aumento sostanziale con la scusa del covid).

 

E il problema oggi non sta sono nella dispersione nell’ambiente, quanto piuttosto nella difficoltà per gli utenti di capire cosa è e dove va buttato quell’imballaggio, così come sta nella difficoltà dell’azienda di recupero plastiche di selezionare ulteriormente le varie materie plastiche o perché non marchiate essendo solo a base “volontaria”  per le aziende agroalimentari secondo la norme EU, o perché irriconoscibili o non tracciabili o addirittura composte di più materiali plastici, magari della stessa origine (petrolio) ma tecnicamente differenti, a volte addirittura incapaci di mescolarsi tra loro, cosa che anche al più inesperto apparirebbe ovvia perché altrimenti non si chiamerebbero con nomi e sigle diverse,  tanto che  la stessa EU ne riconosce almeno 6 diverse ma sono molti di più. Ovvio per i comuni mortali ma non troppo per la EU.

Nella nuova normativa EU del marzo 2020, si capisce che sono stati introdotti nuovi obiettivi quantitativi di riciclaggio per le diverse frazioni merceologiche; si rende non ammissibile, salvo ovvie eccezioni, l’invio all’incenerimento e alle discariche di frazioni di rifiuti urbani (RSU) riciclabili; infine  limita al 10% il quantitativo massimo di RSU da smaltire in discarica.

Il Rapporto Rifiuti Urbani//2019 di ISPRA  relativa al solo mercato italiano, ci fa sapere che nel 2018 la percentuale di imballaggi e rifiuti di imballaggi complessivamente riciclati è stata pari al 69,7% sull’immesso al consumo, con obiettivo del 70% al 2030. Tutte le categorie merceologiche hanno superato i rispettivi obiettivi previsti dalle direttive UE al 2025, tranne la plastica che si è fermata al 44,5% rispetto all’obiettivo del 50% (5,5 punti in meno)

Una delle cause di questo dato sconfortante,  che ci colpisce da vicino solo quando nuotando ci troviamo tra le braccia un sacchetto di plastica che ci fa schifo, non è solo la dispersione casuale o purtroppo volontaria, quando per es. l’involucro  di una caramellina lo lasciamo cascare sul sentiero di montagna, come abbiamo visto o fatto finta di non aver visto né tantomeno raccolto, in questa estate da post-covid molto montanara e meno marinara, per non parlare delle salviette umidificate (a base fibra poliestere cioè plastica sintetica) nascoste dietro un sasso, lasciate ai piedi di un arbusto,  dopo aver espletato i bisogni o del pacchetto della merendina che si è rotto ecc.; il problema maggiore è che spesso gli imballaggi degli alimenti acquistati al supermercato sono composti da materiali plastici diversi, non separabili e quindi tecnicamente di difficile rigenerazione anche se di una stessa origine: quella petrolifera. Il risultato è nel migliore dei casi un materiale detto plastmix che, al dirà dei proclami ufficiali, non è “gradevole” da gestire perché di difficile rigenerazione e conversione in oggetti - tanto meno imballaggi alimentari - destinati a durare o forse perché, valendo oggi così poco, in pochi si mettono a studiarlo seriamente per trovare delle soluzioni tecnicamente valide. A volte la propaganda è nascosta dal velo della ipocrisia.

 

Però qualcosa oggi una buona notizia c’è e riguarda il fronte degli imballaggi in bioplastiche (di cui ricordiamo, l’Italia è un “fastidioso” leader europeo per ricerca e produzione). Le bioplastiche  continuano a non piacere alle lobbies dei produttori di imballaggi plastici di sintesi - potenti nella EU - e pur se costano di più, non piacciono neppure alle aziende di smaltimento: troppo simili all’aspetto per intercettarle e troppo poche  - dicono - per farci business nel recupero selettivo; tecnicamente poi se trovano un contenitore alimentare in bioplastica in mezzo alle altre plastiche di sintesi effettivamente rovinano il corretto recupero e rigenerazione di quest’ultime. Ricordo solo che plastiche sono derivate da un olio minerale e le bioplastiche da amido (semi non oleosi o altra estrazione come barbabietola e canna zucchero) ovvero materia prima in soluzione acquosa. In cucina sappiamo che acqua e olio non si mescolano mai: il diavolo e l’acquasanta. Negli scorsi anni è stata fatta anche una guerra, neppure troppo silenziosa, ad un marchio di acque minerali che aveva lanciato sul mercato la bottiglia in bioplastica compostabile (che sarebbe anche rigenerabile come tutti materiali  termo-plastici) perché di aspetto troppo simile al comunissimo pet; fatto evidentemente potenzialmente non capibile dal consumatore che pensava solo di fare una buona (e salutare) azione; la Natura talvolta gioca brutti scherzi anche a chi ha la presunzione di saperla manovrare come vuole.

La notizia di cui sopra viene  da una importante e popolare industria alimentare marchigiana: Fileni, un popolare brand di carni pre-confezionate, che troviamo in molti supermercati. Le campagne di pubblicità dei prodotti a marchio Fileni-bio sono promosse su molte Tv nazionali private e non.

L’annuncio, ricevuto attraverso l’ufficio stampa di noto produttore di bioplastica come il Mater-bi®, riguarda   il lancio di un nuovo tipo di imballaggio per carni confezionate, interamente biodegradabile/compostabile, anche se composto da elementi apparentemente diversi: film estensibile, vaschetta ed etichetta. Un annuncio  di quelli che possono lasciare il segno, solo a chi è un rompiscatole come me.

La vera novità va infatti letta tra le righe: questo imballaggio che come tutti quelli relativi alle confezioni di alimenti umidi freschi come le carni è composto  da più materiali, in genere di diversa composizione e non sempre della stessa origine (petrolio o cellulosa), in questo caso è composto da 3 materiali tutti compatibili con la biodegradazione in impianto di compostaggio industriale e tutti e 3 destinati a diventare un ammendante agricolo, cioè un fertilizzante naturale per agricoltura.

Il problema della semplificazione normativa per cui un imballaggio che è composto da più materiali è lasciato alla “bontà” dell’imprenditore di indicarne gli elementi e quindi dove buttarli (spesso in modo diverso  da Comune a Comune), è tra le più dannose per l’industria del riciclo e per la tutela del bene comune.

Abbiamo quindi chiesto alla azienda di spiegarci il perché di un scelta così “estrema” e per molti versi così innovativa.

Ha risposto in esclusiva per Equologia, Simone Santini, Chief Commercial Officer Fileni

D: Quando e perché è iniziato il progetto di revisione degli imballaggi da tradizionale contenuto plastico di origine sintetica a quelli a più basso impatto ambientale?

R: Da sempre Fileni è un’azienda attenta alla sostenibilità dei propri prodotti. Lo dimostra la scelta di investire nell’allevamento biologico, abbracciata ormai più di vent’anni fa. La nostra filiera – particolarmente corta e razionale – è un esempio virtuoso di economia circolare che parte dalla semina delle materie prime per l’alimentazione degli animali e arriva fino alla tavola di tutti gli italiani. In un contesto come questo ci è sembrato naturale e doveroso rivedere anche i nostri packaging, riducendo l’uso della plastica e intervenendo direttamente sulle abitudini dei consumatori. Oggi, dopo un processo di sviluppo durato oltre due anni, proponiamo due tipologie di packaging ecologici: la prima – dedicata esclusivamente alla nostra linea biologica – è una confezione in cartoncino che riduce del 90% l’uso di plastica rispetto ad un confezionamento standard; la seconda – dedicata alla linea di prodotti antibiotic free – è una confezione interamente compostabile che può essere gettata direttamente nella raccolta dell’umido. 

D: Quali sono - o sono state - se possibile in scala di valore, le priorità che avete assegnato al progetto nella scelta di rivolgersi alle bioplastiche tra scelte etiche, tecniche, marketing (comunicazione, brand), commerciale?

R: La scelta è stata in primo luogo di carattere etico. Siamo convinti che solo cambiando le abitudini di consumo si possa davvero fare la differenza a livello ambientale. Riteniamo, in questo senso, che l’industria sia chiamata a fare la sua parte. Sviluppare un packaging che protegga ed esalti i prodotti che vendiamo ma che – al contempo – preservi l’ambiente e abbatta l’utilizzo di plastica non riciclabile non è una moda o un capriccio: è l’unica strada possibile.

D: Quale significato ha avuto lanciare questa linea di imballaggi proprio appena usciti (si spera) da un periodo come il lockdown di grande trasformazione sociale/culturale?

R: Come detto, il percorso di sviluppo del nuovo packaging compostabile è durato oltre due anni durante i quali lo abbiamo messo a punto sotto innumerevoli aspetti: dalla resistenza alla capacità di mantenere la shelf life del prodotto.
Proporre questa innovazione al mercato in un periodo così complesso potrebbe essere visto come un azzardo, ma siamo convinti che sia necessario dare un segno di cambiamento immediato e concreto per poter fronteggiare la crisi ambientale che stiamo vivendo e che – purtroppo – diventerà sempre più presente nella nostra quotidianità.

Non è un caso che l’etichetta riporti il claim “Salviamo insieme il pianeta”: non è più possibile rimandare, occorre agire e occorre farlo ora.

D: Quali risultati vi attendere e in che arco di tempo e quali risposte vi aspettate dalla clientela?

R: Il cambio di packaging ha coinvolto una linea di prodotto consolidata, che da anni è apprezzata dai nostri consumatori per la sua grande versatilità e per la sua qualità. Ecco perché il nostro obiettivo principale è quello di alzare l’asticella dell’attenzione nei confronti di un tema cruciale come quello della sostenibilità ambientale.

 

 

FILENI ALIMENTARE SPA (www.fileni.it)

Fatturato 2019: 452 milioni di €

Numero addetti: >1800 dipendenti diretti // >1200 dipendenti che fanno parte dell’indotto
Siti produttivi: La filiera Fileni si compone di 7 stabilimenti: 3 siti produttivi (a Cingoli, MC,  Castelplanio, AN e Oppeano, VR), 2 mangimifici (a Jesi, AN e Longiano, FC), 1 incubatoio (a Predappio, FC), 1 sito per la valorizzazione dei sottoprodotti (a Gatteo, FC).

 

Marco Benedetti
Vice Presidente Chimica Verde Bionet

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