Scioglimento dei ghiacci e cambiamenti climatici: il devastante effetto diretto del carbone

Gli impatti devastanti del carbone sugli ecosistemi, in termini di cambiamenti climatici e di inquinamento locale è davvero una storia infinita. Infatti oltre agli affetti indiretti attraverso la combustione degli impatti del più arcaico dei combustibili fossili, all’origine già dalla seconda metà del ‘700 della prima rivoluzione industriale ed oggi ancora troppo presente nei modelli energetici di moltissimi paesi, si stanno quantizzando scientificamente anche numerosi effetti diretti come la deposizione sui ghiacci dei particolati di carbone.

 

E’ il caso di un’altra accusa al carbone che arriva dal mondo scientifico, a confermare di procedere decisi verso la sua alienazione, attraverso una ricerca condotta dal’Università di Colorado-Boulder, la quale ha rivelato che in Norvegia, e più precisamente dell’arcipelago delle Svalbard, le polveri di una miniera di carbone stanno seriamente compromettendo il ruolo naturale delle vicine aree di neve e ghiaccio.

Gli esiti dello studio sono stati inseriti In un articolo pubblicato nel Journal of Geophysical Research: Atmospheres (link articolo), dove gli scienziati dimostrano come il particolato carbonioso, trasportato da vento, stia diminuendo considerevolmente il naturale effetto albedo del ghiaccio. Un parametro l’albedo (dal latino albedo, "bianchezza", da albus, "bianco") definito come, inteso come la frazione di luce o, più in generale, di radiazione incidente che è riflessa in tutte le direzioni, indicando in sostanza il potere riflettente di una superficie come quella nevosa, seriamente compromesso dalle “nere” polveri carboniose. L'albedo massima è 1, quando tutta la luce incidente viene riflessa, riferibile ad un corpo perfettamente bianco, mentre l'albedo minima è 0, quando nessuna frazione della luce viene riflessa, riferibile ad un corpo perfettamente nero. A seguire una tabella tratta dalla norma UNI 8477, che mostra i valori del coefficiente di riflessione, o di Albedo, per diverse tipologie superficie terrestre:

Nello studio viene evidenziato il significativo ruolo che le polveri di colore scuro possono giocare nel riscaldamento del Polo Nord, dal momento che sono in grado di assorbire una maggiore frazione di radiazione solare rispetto al bianco della neve e del ghiaccio, mantenendo conseguentemente il calore più vicino alla superficie terrestre.

Come evidenzia Alia Khan, uno degli autori dello studio, “l’estremo contrasto tra neve e particolato in questo preciso sito ci ha dato una linea di base per sviluppare algoritmi che ora possiamo usare per prendere future misure in settori che non sono facilmente accessibili”. Un grave insulto quello apportato a ghiacci e neve incontaminati che hanno un alto albedo spettrale, deteriorato progressivamente nel tempo dalle particelle di nero carbone sospese nell’aria o altre polveri minerali che possono percorrere distanze anche molto lunghe in atmosfera, stabilendosi su neve e ghiacciai, abbattendone così la riflettanza complessiva.

Nella indagine alla base dello studio, I ricercatori hanno raccolto campioni da quattro siti a distanze differenti dalla miniera, misurandone poi la capacità di assorbimento luminoso. Arrivando alla conclusione sia stata capace di avere effetto molto forte pur se localizzato, riducendo la riflettenza spettrale nell’area circostante fino all’84 per cento. Come tengono a precisare i componenti del team di ricerca, i risultati dello studio possono essere alla base di nuove ulteriori ricerche, integrandoli con modalità di monitoraggio anche satellitare e tecniche di telerilevamento in zone anche più lontane. Si tratta di un elemento fondamentale di studio, dal momento che attuale disgelo del permafrost nel distretto artico sta risvegliando gli appetiti mondiali per le risorse minerarie di quell’area cruciale per il pianeta. Uno studio che si aggiunge a molti altri precedenti che evidenziarono la grande impennata del fenomeno a cavallo tra l'800 e il '900, nel periodo di apice del carbone nei modelli energetici mondiali e una base importante anche per proseguire le indagini per orientare meglio il futuro sviluppo energetico nella regione artica, con particolare riferimento alle miniere impossibili da studiare via terra, ma abbastanza grandi da essere visibili da piattaforme di monitoraggio e telerilevamento satellitare.

Sauro Secci

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