Contaminazione dei suoli inarrestabile nell’Antropocene

Il modello di sviluppo basato sulla crescita indefinita, abrogando dal proprio lessico la parola “limite”, che ha caratterizzato l’ultimo mezzo secolo, ha indotto una crescente schiera di scienziati a parlare di ingresso in una nuova era, passando dall’Olocene che ci ha accompagnato per quasi 12.000 anni, all’Antropocene.

 

Un tema che ho cercato di approfondire anche in uno specifico articolo (vedi post “Una svolta epocale: è proprio il caso di dirlo, con la Terra che sta passando dall’Olocene all’Antropocene“) e sul quale oggi ritorno attraverso un articolo pubblicato sulla rivista Current Biology (link articolo), nel quale si rileva come l’ingresso nell’era dell’Antropocene, sta facendo registrare un disastroso declino delle terre incontaminate del nostro sempre più vilipeso pianeta. Nell’articolo si evidenzia come in appena un quarto di secolo, le regioni dove la presenza delle attività antropiche non ha fatto sentire i loro effetto, ha subito un crollo ulteriore del 10%. Numeri e dati presentati dall’articolo, si traducono nella vita quotidiana in termini di deforestazione, inquinamento e speculazioni sul suolo che si sono mangiate un’area vergine delle dimensioni di ben 10 volte il nostro pianeta, o,in termini ancor più eloquenti come metà dell’Amazzonia.

Il quadro tracciato dai ricercatori è indubbiamente di grande allarme ed attenzione, dal momento che, a loro avviso, con queste preoccupanti tendenze, entro la fine del secolo corrente non rimarranno più terre incontaminate significative per estensione. Nell’ambito delle aree più colpite, figura proprio l’Amazzonia, con la deforestazione illegale che, soprattutto in Brasile, pesa per quasi un terzo del totale (vedi post “Deforestazione planetaria: 170 milioni di foreste a rischio entro il 2030“). In questo ambito geografico figurano le foreste di Ucayali, che ospitano oltre 600 specie di uccelli ed autentico patrimonio di biodiversità.

Subito a ruota abbiamo l’area dell’Africa centrale con ben il 14%, e dove oramai l’intero bacino del Congo occidentale non può più essere considerato incontaminato. Anche in questo caso si tratta di una regione occupata principalmente da foreste fondamentali per il bilancio delle emissioni di CO2 di origine antropica. Per questo, come sottolineato nella ricerca, la perdita di questi ultimi paradisi naturali si traduce in un dramma, non soltanto in termini di biodiversità ma anche per le azioni di contrasto ai cambiamenti climatici.
Nel nuovo studio c’è però spazio anche per le nuove notizie guardando alle terre ancora incontaminate, definite nello stesso come aree biologicamente e ecologicamente intatte, senza industrie, infrastrutture e conversioni d’uso delle terre, le quali ricoprono ancora il 23% della superficie terrestre. A dare spazi di speranze è proprio la distribuzione spaziale delle terre incontaminate, le quali risultano tutte raggruppate in aree contigue e di almeno 10mila kmq di estensione. Le terre incontaminate sono collocate principalmente nel Canada del nord, nei deserti e nelle foreste occidentali dell’Australia, in Siberia. E’ evidente però che senza adeguate politiche di conservazione e di salvaguardia però, queste terre sono destinate a loro volta a sparire.
Sicuramente un ambito importante sul quale agire seriamente, ed al quale potrà dare il suo grande contributo anche una nuova agricoltura, oggi alla riscoperta di antiche metodologie anche per depurarsi da grandi tossicità come pesticidi e diserbanti e che, oltre a dare un enorme contributo ai cambiamenti climatici, è essenziale per rigerenare suoli oramai resi esausti dalla agricoltura insostenibile degli ultimi 50 anni.

Sauro Secci

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