Il ministro kazako dell’Ambiente, Nurlan Iskakov, ha annunciato ieri che il governo potrebbe prolungare la sospensione dei lavori al Kashagan se il consorzio guidato di Eni non “migliorerà il proprio risultato”. A fine agosto il Kazakhstan ha disposto lo stop di ogni attività per presunte violazioni ambientali (v. Staffetta 27/8) - provvedimento a cui si sono poi aggiunti contestazioni in campo doganale e delle misure di sicurezza - con l’effetto di mettere sotto pressione il consorzio, criticato da Astana per il lievitare di tempi e costi nello sviluppo del maxi-giacimento. “Esamineremo la questione per tre mesi. In tre mesi dovranno migliorare i loro risultati”, ha detto Iskakov all’agenzie Reuters. Alla domanda se il Kazakhstan potrebbe prorogare la sospensione se il miglioramento non dovesse arrivare, Iskakov ha risposto di sì. Nei giorni scorsi, fonti vicine alla trattativa parlavano di una proposta del consorzio a guida Eni in arrivo entro il 5 settembre (v. Staffetta 28/8). Intanto il viceministro delle Finanze kazako, Daulet Ergozhin, ha detto al Wall Street Journal che il governo si aspetta dal consorzio compensazioni per i danni economici dell’ordine “di decine di miliardi di dollari” dovuti ai ritardi e all’aumento dei costi. Ergozhin ha specificato che l’obiettivo di Astana non è ottenere semplici compensazioni finanziarie ma “vedere cambiamenti nella struttura dell’accordo che garantiscano uno sviluppo più agevole del progetto nel futuro”. Senza dare ulteriori dettagli sulle richieste del governo, ha aggiunto infine che la questione del potenziale sostituzione di Eni alla guida del progetto resta all’ordine del giorno, perché l’esecutivo “non è pienamente soddisfatto” della conduzione attuale.

Prima regione al mondo che punisce i lavavetri con l'arresto...E che sia il sindaco di Firenze a farlo è più che grave in quanto, essendo Dominici PRESIDENTE NAZIONALE ANCI (Associazione nazionale Comuni d'Italia), il suo "esempio" farà da apripista nei cervelli malati di molti amministratori, di destra ma anche di centrosinistra. Vi invito quindi a leggere l'ironica, ed amara, lettera che Antonio Longo, Presidente nazionale del Movimento Difesa del Cittadino, ha inviato a proposito al sindaco di Firenze.

lettera firmata

Subject: Stop ai lavavetri Longo MDC al sindaco di Firenze

Caro sindaco, l'iniziativa della sua amministrazione è degna di lode e anzi va rilanciata e rafforzata. Ha ragione il suo assessore. Questi loschi figuri, a volte addirittura donne incinte o bambini di 7-8 anni!, rappresentano un pericolo pubblico che va immediatamente stroncato. E allora abbia più coraggio. Non bastano le multe e la reclusione di 90 giorni. Quelli magari li diamo a chi si ubriaca e guida e ammazza ragazzi e anziani, o a chi violenta le donne all'interno dei palazzi. Per questi pericolosi criminali che assaltano i vetri degli automobilisti ci vuole ben altro. Proponiamo l'apertura dei CDL, Centri Detenzione Lavavetri, con filo spinato, cani lupo e trattamento di rieducazione che preveda la lettura obbligatoria per 12 ore al giorno del Regolamento del Cioni.

Ai sindaci che si stanno accalcando pronti a imitare e rilanciare il provvedimento di Firenze, proponiamo altre occasioni di visibilità all'insegna della Tolleranza Zero! Ecco gli altri provvedimenti che il Movimento Difesa del Cittadino si augura che presto vengano addottati:

a.. Tassa sull'autorizzazione al commercio, a carico degli accattoni

b.. Tassa sul transito e sulla sosta, a carico di zingari, viandanti e pellegrini

c.. Multa per violazione del diritto d'autore per le foto di chi si traveste da centurione al Colosseo (solo per Roma)

d.. Multa SIAE per spettacolo teatrale abusivo, a carico di travestiti e transessuali

Naturalmente queste tasse potranno essere tutte convertite, ove non venissero pagate, in giorni di arresto o in un numero corrispondente di frustate sulla pubblica piazza. Nei casi di recidiva e per stroncare definitivamente questo tipo di pericolo delinquenza, si potrà prevedere il taglio della mano (per i lavavetri), dei piedi (per gli zingari e i viandanti), etc. Sarà necessario però che all'entrata di ogni Comune d'Italia ci sia un cartello in cui vengono elencati i comportamenti che in quel territorio vengono giudicati reati.

Siamo fiduciosi, signor sindaco di Firenze e signori sindaci d'Italia, che questi provvedimenti potranno rilanciare e rafforzare l'immagine delle vostre città, alla faccia dei rifiuti lasciati nelle strade, delle terrazze abusive che poi crollano, dei monumenti che vanno in rovina, della inefficienza delle vostre amministrazioni.

Cordiali saluti

Antonio Longo

Presidente nazionale del Movimento Difesa del Cittadino

La prima missione oltreoceano di Paolo Scaroni, appena assunta la guida dell’Eni nel 2005, è stata in Texas, per incontrare il suo omologo di ExxonMobil Lee Raymond, allo scopo di migliorare una relazione importante per lo sviluppo di Kashagan nel Mar Caspio. Questo scriveva il Financial Times lo scorso 23 gennaio, sottolineando che “le divergenze nei cinque anni precedenti tra l’Eni e i suoi partner, che includono le statunitensi Exxon e ConocoPhillips, le europee Royal Dutch Shell e Total, la giapponese Inpex e la società nazionale KazMunaiGaz, erano cresciute così drammaticamente che avevano ritardato lo sviluppo del più grande giacimento scoperto negli ultimi 30 anni con un costo di milioni di dollari per le compagnie tra sforamenti di spesa e penali”. Primo risultato del viaggio è che Scaroni ha accettato la presenza di una cinquantina di manager, ingegneri ed esperti dei partner, aiutando a smussare le incomprensioni con le compagnie del consorzio Agip Kco.

L’attività a Kashagan è comunque proseguita senza sosta nonostante le difficoltà ambientali e la necessità di gestire l’enorme quantità di gas tossici e di zolfo sprigionata dalle trivellazioni. Tanto è vero che i tre pozzi principali messi in produzione hanno evidenziato un andamento promettente. A maggio Agip Kco ha comunicato le stime preliminari di 120 mila b/g di flusso iniziale presso una della isole artificiali di produzione del campo kazako. E se è stato confermato che la prima fase dello sviluppo slitta al terzo trimestre del 2010 al livello target di 300 mila b/g, tuttavia Kashagan, quando raggiungerà il picco della produzione alla fine del prossimo decennio, potrà fruttare 1,5 milioni di b/g, il 25% in più delle previsioni. Di pari passo, però, sono lievitati anche i costi del progetto: da 57 miliardi di dollari a 136 miliardi.

Dopo il primo avvertimento a fine luglio da parte del Kazakhstan di voler rivedere il contratto per lo slittamento dei tempi – in seguito al rapporto presentato dal consorzio a fine giugno nel quale veniva ufficializzato il rinvio al 2010 per la complessità delle operazioni, ragioni di sicurezza e tutela ambientale – lunedì scorso è arrivato lo stop di tre mesi delle attività a Kashagan per presunte violazioni ambientali. E’ difficile credere che Astana intenda comportarsi con Eni come Mosca con Shell a Sakhalin e con Tnk-BP a Kovytka, tentando di favorire la compagnia di stato o qualche altra major. Per mettere in produzione il maxigiacimento kazako servono una ingegneria e un know how non alla portata di tutti. Non è un caso che al consorzio Agip Kco partecipino, tra gli altri, appunto, Eni, Exxon, Conoco, Shell e Total. Le trattative per trovare una soluzione negoziale del contenzioso, avviate già in agosto, hanno subito una accelerazione nell’ultima settimana, con l’invio da parte di Eni di una delegazione guidata dal direttore E&P Stefano Cao. D’altronde Scaroni, che sarà ad Astana dopo il 4 settembre, ha riconosciuto che nel contratto in essere “ci sono tutta una serie di parametri che andranno aggiornati”. E non è un mistero che il governo kazako si attenda da Kashagan ricadute consistenti sul bilancio statale, considerando che il prezzo del petrolio oggi viaggia sui 70 dollari/barile rispetto ai 25$ del 2001, quando Eni ha è stato designato operatore unico.

In casa Eni non disperano di raggiungere “una soluzione amichevole”, anche se questa arriverà solo al termine dei due mesi che le parti si sono date per concludere la trattativa. Non fa comodo né ad Agip Kco né al Kazakhstan accantonare il maxigiacimento. Ma forse il malumore di Astana per come procede a rilento il programma Kashagan è legato alle ancora non risolte divergenze tra i soci del consorzio. Come ha rilevato l’ambasciatore kazako in Italia Alaz Khamzayev, interpellato da LiberoMercato, “tutto è nelle mani dell’Eni. Sarebbe il caso che si mettessero d’accordo tra di loro. Noi – ha precisato – non abbiamo alcuna voglia di interferire tra i partner: prima si devono mettere d’accordo tra di loro, poi possiamo discuterne insieme”.

Mitigazione, adattamento e il ruolo degli enti locali per la salvaguardia del clima

Dr. Karl-Ludwig Schibel, Alleanza per il Clima Italia, Città di Castello

Il dibattito sul riscaldamento globale è finito

Il “Scientific American” del settembre 2006 riporta la conclusione “The debate on global warming is over”, il dibattito sul riscaldamento globale è finito. Dichiarare un dibattito chiuso suona strano per una rivista scientifica quando la certezza non fa parte del discorso scientifico e il dubbio, il mettere in questione è uno dei suoi fondamenti. Come sono da intendere queste parole? Non esistono argomenti plausibili per mettere in dubbio che l’atmosfera del pianeta si sta riscaldando. L’evidenza schiacciante riconduce il riscaldamento globale all’aumento della concentrazione di CO2 in atmosfera. L’effetto serra è in atto e le conseguenze da aspettarsi sono inaccettabili.

Il fantasma delle incertezze sui cambiamenti climatici ha due origini. Gli studiosi o l’istituto che escono con qualche informazione, con qualche “rapporto” pretendendo dissensi significativi nella comunità scientifica mentre in realtà esiste un largo consenso o sono sul libro paga dell’industria del petrolio o del carbone (con Exxon Mobil nel ruolo di leader) o cercano la pubblicità ad ogni costo.

Un esempio per tanti: la tesi dei due fisici danesi Henrik Svensmark e Eigil Friis-Christens

en, che i cambiamenti climatici siano il risultato di una crescente intensità della radiazione solare si trova al centro del film documentario “La truffa del clima” una replica polemica a “Una scomoda verità” di Al Gore. L’IPCC, duemila studiosi in 100 paesi, non aveva mai escluso un ruolo delle variazioni nel flusso gigantesco di calore dal sole alla terra nei cambiamenti climatici che però è sempre stato considerato di importanza secondaria in paragone alla presenza dei gas serra nell’atmosfera terrestre. In questi giorni il centro mondiale per la radiazione a Daros in Svizzera ha fornito una risposta autoritativa: mentre in passato la radiazione solare e la temperatura globale sembrano aver avuto un andamento sincronico, dagli anni ottanta queste due curve divergono, la quantità di calore che arriva dal sole diminuisce, la temperatura media terrestre cresce. Perciò il sole può essere escluso come spiegazione per l’attuale riscaldamento della terra.[i]

Il che non impedirà l’uscita tra breve di qualche altro “rapporto” che pretenderà un nuovo dubbio di qualche studioso, che altrimenti sarebbe rimasto nell’anonimità meritata, sulle cause dei cambiamenti climatici. Fenomenologicamente le manovre pseudoscientifiche messe in scena in buona parte dall’industria petrolifera e del carbone ricordano quelle dell’industria del tabacco nel mettere in dubbio il legame tra il fumo e il cancro ai polmoni.[ii]

In Italia oggi è diventato difficile trovare dei negazionisti dei cambiamenti climatici, mentre abbandonano coloro che affermano, anzi sottolineano l’urgenza del problema, senza però fare un ulteriore passo verso le azioni per affrontarlo. Dedicano invece l’attenzione ad un sempre più raffinato monitoraggio dell’andamento del fenomeno, alla vulnerabilità dei territori, agli effetti sulla salute, ai danni in passato e ai possibili danni in futuro – tutte ricerche senza dubbio molto importanti per comprendere meglio il fenomeno e possibilmente anche per poter calibrare meglio le misure di adattamento. Non è visibile quali conseguenze potrebbero avere queste ricerche sulle misure più urgentemente sull’ordine del giorno: la mitigazione delle emissioni dei gas serra.[iii] Non sembra tanto attraente testare che cosa succederà se la concentrazione di CO2 in atmosfera supererà di molto 500 ppm e a nessun climotologo dispiacerà se l’umanità non sperimenterà questo scenario.{mospagebreak}

Senza mitigazione l’adattamento è una battaglia in ritirata

Infatti è da osservare una tendenza preoccupante a fare un salto diretto dagli studi del fenomeno – l’andamento delle temperature, delle precipitazioni,

degli eventi meteorologici estremi, della vulnerabilità dei territori e dei possibili impatti – alle misure di adattamento senza mai fermarsi sul campo d’attività principale: la riduzione dei gas climalteranti. Anche se tutta la comunità scientifica concorda che senza mitigazione non ci sarà niente cui adattarsi.[iv]

Non dobbiamo discutere la necessità di una politica responsabile di adattamento ai cambiamenti climatici ormai in atto. Quello che è preoccupante, soprattutto in Italia, è la reificazione dei cambiamenti climatici. Eventi causati da attività umane ben identificabili assumono un carattere quasi oggettivo, mandato da qualche forza superiore invece di un fenomeno che richiede prima di tutto il nostro sforzo deciso per una riduzione delle emissioni di CO2 che permetta misure promettenti di adattamento. L’Alleanza per il Clima sta concludendo in questi mesi il progetto europeo, “AMICA”, un lavoro con i governi locali di Lione, Dresda, Stoccarda, Venezia, la Provincia di Ferrara ed altri sul “common ground”, sul terreno comune, tra mitigazione e adattamento. Quali sono le misure che rendono il territorio più resiliente ai cambiamenti climatici contribuendo alla mitigazione del fenomeno? Ci sembra questa la direzione nella quale andare sotto aspetti di costi/benefici, ma anche come un approccio culturale che tenga presente nella coscienza e nella pratica di tutti gli attori che non ci può essere adattamento senza mitigazione e che vice versa ogni azione ha degli effetti sia per l’adattamento che per la mitigazione. Le capacità di affrontare il problema clima dipendono complessivamente dal livello di sviluppo del sistema amministrativo dell’ente e come sottolineano Ferrara e Farruggia dalle sue capacità progettuali e di programmazione, organizzative, infrastrutturali e di intervento operativo in generale. “Le capacità di adattamento (e di mitigazione - KLS) sono maggiori nelle regioni e nelle comunità dove più mature sono la cultura scientifica e tecnologica, l’organizzazione socio-economica locale, la conoscenza dei problemi e la partecipazione dei cittadini.”[v]{mospagebreak}

 

La paura di lasciare, la speranza di poter continuare

Se dovessimo spiegare, dopo 15 anni di attività per la salvaguardia del clima, la riluttanza di affrontare in modo diretto, pragmatico, strategico e da subito la mitigazione dell’effetto serra, la risposta sarebbe: perché emerge con sempre più chiarezza che la salvaguardia del clima coincide con l’uscita dall’era del fossile. Tocca abbandonare le fonti energetiche fossili, il petrolio, il carbone, il metano, che hanno propulso lo sviluppo degli ultimi 150 anni. Tocca abbandonarli perché sono causa del riscaldamento globale, perché stanno per finire e prima di finire subiranno sbalzi enormi di prezzo, perché provengono da zone politicamente instabili del mondo con alti rischi di insicurezza di approvvigioname

nto e perché la loro estrazione e combustione creano enormi danni ambientali.

Stiamo di fronte ad una svolta epocale che mette paura e inquietudine tanto più in un paese come l’Italia che ha conosciuto il benessere diffuso, il rapido aumento della ricchezza anche della classe media e media bassa, della motorizzazione generale e della libertà di spostamento connessa, dell’accessibilità di tutti o quasi ai servizi energetici una volta riservati a uno strato sottile di ricchi – che ha conosciuto un tale sviluppo propulso dal petrolio, dal carbone, dal metano solo negli ultimi trenta, quarant’anni. E adesso tutto ciò sarebbe già da mettere in discussione per un atteggiamento precauzionale (esaurimento, sbalzi dei prezzi, insicurezza dell’approvvigionamento) e di responsabilità globale (cambiamenti climatici)? E’ chiesto molto. La tentazione di chiudere gli occhi, di rimuovere una verità che viene ritenuta scomoda è grande. Si capisce bene questo desiderio di poter continuare altri 20 o 30 anni in uno scenario del “business as usual”, magari mandando avanti gli altri e poi non è da escludere un miracolo tecnologico che finalmente ci porterà quantità illimitate di energia pulita senza emissioni di CO2 a basso costo, come ci promise Edward Teller, il padre della bomba ad idrogeno, già negli anni sessanta.

Non sarà un caso che i paesi industriali vecchi, l’Inghilterra, la Germania, la Svezia, in questi anni hanno fatto gli sforzi più decisi, comprensivi e consistenti per una conversione a un sistema energetico sostenibile basato sull’efficienza energetica e la svolta verso le energie rinnovabili. Certo che questo processo è lento, poco spettacolare, pieno di conflitti e a volte con dei passi indietro. Ma il tutto avviene in questi paesi in un quadro di riferimento di politica del clima di largo consenso nazionale. Il governo svedese ha approvato un programma per rendere il paese carbon free entro i prossimi 15 anni, il governo tedesco ha elaborato in questi giorni un pacchetto di misure che ridurranno entro il 2020 le emissioni di gas serra del 36%.

In Italia la situazione sembra il contrario. Nonostante molte dichiarazioni altisonanti con numerosi riferimenti al protocollo di Kyoto, manca una visione largamente condivisa di una conversione verso un sistema energetico sostenibile e di una strategia del clima. Con “largamente condiviso” si intende un sostegno di alta priorità da parti sostanziali della classe politica e dei leaders economici. L’attuale politica italiana del clima è rinchiusa con poche eccezioni importanti nel ministero e negli assessorati regionali, provinciali e comunali per l’ambiente che non hanno né la competenza né il peso politico per avviare la svolta in questione. Solo se la politica energetica e la politica del clima diventeranno oggetto di interesse prioritario del capo di governo, dei presidenti regionali e provinciali, dei sindaci e dei ministeri ed assessorati direttamente coinvolti (oltre all’ambiente economia, attività produttive, bilancio, trasporto…) nascerà la prospettiva di una massa critica tra le forze di governo a tutti i livelli per affrontare seriamente la conversione verso un sistema energetico sostenibile.

Le notizie sono che il documentario di Al Gore, “Una scomoda verità” abbia lasciato in Italia una certa impressione soprattutto sulla classe politica. Sarebbe da sperare che altri segnali che arrivano, allarmanti sul versante delle fonti fossili, promettenti per i potenziali dell’efficienza energetica e delle energie rinnovabili, preoccupanti per l’andamento dei cambiamenti climatici, rassicuranti per le possibilità di contenerli a livelli gestibili, riusciranno a trasformare una preoccupazione situazionale in un orientamento consistente.

Se queste indicazioni di una consapevolezza diffusa della crisi del carbonio dovessero guadagnare in forza e consistenza come possiamo immaginarci l’avvio di una politica del clima in Italia?

La buona notizia è che sappiamo che cosa dobbiamo fare

Sokolow e Pacara insistono sulla base di una ricerca approfondita che oggi sono sul mercato tutte le tecnologie e tutte le conoscenze necessarie per uscire dall’era del carbonio. Sono un gran numero di tecniche, di procedure e di misure per abbassare drasticamente il fabbisogno energetico nei paesi ricchi, per permettere uno sviluppo a basso contenuto di carbonio nei paesi poveri ed emergenti e per soddisfare un crescente fabbisogno globale con energia da fonti rinnovabili e da fonti fossili pulite.[vi] Se le tecnologie a disposizione miglioreranno, come è da aspettarsi, con l’innovazione e il progresso scientifico - meglio ancora. Ma non dobbiamo fare una scommessa rischiosa su qualche miracolo tecnologico che si sta annunciando per il 2030 o il 2040. E ancora di meno dobbiamo affidarci a un’unica soluzione che ci porterà da sola alla salvezza. Le promesse dei miracoli tecnologici e della soluzione unica, il nucleare prima, la fusione, l’idrogeno, il solare nello spazio ed altro poi, vanno molto bene per vendere libri e per finire sui giornali e sui programmi di convegni e conferenze, contribuiscono però poco alla soluzione dei problemi.

Nel settore edilizio le soluzioni stanno in un miglioramento della performance energetica attraverso una migliore coibentazione e sistemi efficienti di riscaldamento e di raffreddamento.

Il recente accordo nel maggio 2007 a New York tra 16 grandi città, cinque banche e quattro compagnie di servizi energetici di impegnare cinque miliardi di dollari a tale scopo va nella direzione giusta, come anche i provvedimenti di incentivazione dell’efficienza energetica nell’esistente sulla finanziaria 2007. Per le nuove costruzioni servono elevati standard energetici come sono stati elaborati nel Sudtirolo con CasaClima. Nel settore della mobilità obiettivi immediati sono di abbassare e di abbassare di molto il consumo di carburante e di ridurre e di ridurre di molto il traffico motorizzato individuale. Guido Viale ci ha presentato qualche anno fa un possibile scenario di come ristrutturare il sistema di trasporto delle persone.[vii] La certificazione degli elettrodomestici, la co-e trigenerazione, il teleriscaldamento e -condizionamento e la produzione di energia in sistemi decentrati da fonti rinnovabili sono tra i tanti tasselli per costruire un sistema energetico sostenibile.{mospagebreak}

La sfida degli enti locali come attori per la salvaguardia del clima

A questo punto si pone la domanda di come far il passo dalle possibili soluzioni sulla carta all’attuazione a grande scala nella realtà empirica, di come abbassare per esempio, per prendere una proposta di Socolow e Pacala, il consumo di energia elettrica nelle case, negli uffici e nel commercio del 25%? Un attore chiave che stabilisce molte condizioni quadro e influisce su molte variabili delle emissioni di gas serra sono gli enti locali e territoriali. L’organizzazion

e sociale ed economica del sistema territoriale, l’informazione e la consapevolezza dei problemi da parte della cittadinanza e dei vari gruppi di utenti, lo sviluppo dell’infrastruttura sono materia delle comunità.

 

Gli enti locali e territoriali hanno un potere decisivo sul quadro di riferimento per i comportamenti di mobilità e di consumo, di lavoro e di tempo libero delle cittadine e dei cittadini. I loro spazi d’azione sono limitati ma anche reali. La mancanza di consapevolezza dell’esistenza di questi spazi, la mancanza di know-how e di fiducia in soluzioni nuove, l’inerzia istituzionale ma anche la mancanza di fondi e di competenze, ostacola l’utilizzo sistematico degli spazi d’azione a livello locale a favore di una politica di sostenibilità che potrà fornire un contributo decisivo e insostituibile alla protezione del clima.

 

Con la finanziaria 2007 il Governo italiano ha fatto primi passi importanti per promuovere l’efficienza energetica e l’impiego di energie rinnovabili e per mettere a disposizione degli enti locali dei fondi per la realizzazione di forme sostenibili di mobilità. Questi programmi di incentivazione devono essere allargati nei prossimi anni e nel contempo vanno costruite negli enti locali le capacità per una politica strategica del clima. La domanda non è che fare ma come inserire le singole misure e attività in un quadro strategico ottimizzando il rapporto costi/benefici e garantendo un processo di conversione economicamente e socialmente equilibrata verso una società sostenibile. Uno strumento idoneo a tale fine è la “Bussola del Clima” dell’Alleanza per il Clima.{mospagebreak}

La bussola del clima

Come possiamo immaginarci nella prassi l’elaborazione e il funzionamento di una strategia del clima che riesce a guidare gli attori nelle loro attività quotidiane inserendo nei processi decisionali come variabile guida di alta priorità la riduzione di CO2? L’Alleanza per il Clima ha elaborato per un attore chiave, gli enti pubblici territoriali e locali, i Comuni, le Province e Regioni uno strumento che serve proprio per questo; la bussola del clima.[viii]

Lo strumento è il risultato di un lavoro negli enti, con gli enti e tra gli enti che consisteva nei primi anni nella collezione di tutte le misure possibili a favore del clima. Il “catalogo delle misure” comprende 160 interventi e modi di fare con la relativa documentazione sugli esempi e le esperienze fatte.

Dal catalogo di misure ha preso forma lo strumento della bussola del clima raggruppando le singole misure secondo i settori degli enti pubblici e ordinandole secondo livelli di ambizione. Negli acquisti verdi per esempio si parte tipicamente con pochi beni per i quali l’ente richiede la compatibilità ambientale (carta, detersivi per le pulizie) inserendo poi il criterio della compatibilità ambientale nelle procedure di approvvigioname

nto di sempre più beni o servizi stabilendo successivamente quote di acquisti verdi e definire infine per ogni bene e servizio le procedure per acquistarlo verde o meno e istituzionalizzando in tutti i settori la revisione e l’aggiornamento di queste procedure in continuo.[ix]

Ristrutturare i governi locali e territoriali a favore del clima è un lavoro di profonda trasformazione che richiede tempo e impegno. I casi eccellenti come Hannover e Heidelberg in Germania, Utrecht e Apeldoorn in Olanda, Graz e Vienna in Austria, Bolzano e Ferrara in Italia dimostrano i tempi lunghi per una politica del clima a mettere radici. La bussola del clima serve proprio per mantenere il corso e non perdere d’occhio la meta.

Il grande pregio della bussola del clima è che parte dalle attività in corso. Il primo passo è infatti il rilevamento dello stato attuale delle attività dell’ente insieme ai dirigenti e responsabili nei vari settori per arrivare ad un profilo della attuale politica del clima dell’ente. Questo profilo poi serve come punto di partenza per individuare insieme prossimi passi più ambiziosi. Sono quindi le priorità e le decisioni politiche dell’ente, le condizioni socio-economiche, i punti forti e deboli del luogo e la sua storia che definiscono i campi d’azione sui quali puntare. La bussola del clima non sostituisce nessuna parte del processo politico ma non fa altro che sensibilizzare i decisori per la rilevanza della propria politica per il clima e delineare il profilo dei prossimi passi da intraprendere. E’ quindi uno strumento che funziona bene nelle mani di governi locali e territoriali con una robusta cultura di democrazia di auto-determinazione e di fiducia nelle proprie forze per uno sviluppo sostenibile.{mospagebreak}

Una strategia del clima per gli enti locali

La Bussola del Clima è uno strumento utile per enti pubblici capaci di progettare e di agire in modo efficace sulla base delle proprie priorità e della propria progettualità. Nelle reti come Alleanza per il Clima, Energie Cités, ICLEI, Eurocities o Agende 21 Locali, si sono organizzati gli enti più attivi che storicamente hanno saputo usare gli spazi d’azione a livello locale per una robusta politica di sviluppo e benessere. La salvaguardia del clima ovviamente non è un compito istituzionale dei Comuni, delle Provincia e delle Regioni. In una prima fase della politica del clima a livello locale - fino all’ultimo terzo degli anni Novanta – gli enti impegnati si sono attivati più che altro per un senso di responsabilità generale per il futuro dell’umanità (Pensare globalmente, agire localmente). Sono in molti i politici e dirigenti che tutt’oggi sono rimasti fermi con questa motivazione lodevole ma non abbastanza potente per dare incisività e continuità al processo di trasformazione verso un territorio clima sostenibile.

Solo nell’ultimo decennio sono emerse le multiple necessità ma anche le tante opportunità di mettersi in strada per tempo e con decisione per uscire dal fossile. Migliorare la qualità dell’aria e dell’ambiente in generale, ridurre la dipendenza dal metano dalla Russia e dal petrolio dai paesi arabi e rafforzare il tessuto economico del territorio possono essere forti motivi per una politica del clima. All’impegno morale di contribuire al superamento della minaccia dei cambiamenti climatici si affianca quindi il motivo forte di una politica del clima che oggi è la corsia preferenziale per uno sviluppo del territorio capace di futuro.

La visione dello sviluppo del territorio in chiave di uscita dal fossile però non è patrimonio comune tra gli enti locali e territoriali. Anzi, incontra incomprensione,

disinteresse e resistenza al di fuori di un gruppo ristretto di enti da sempre sensibili alle questioni ambientali e di cooperazione. Le ragioni di questa reticenza sono varie e solide. Continua ad essere scarsa la conoscenza del fenomeno “cambiamenti climatici” e delle minacce connesse. Potrebbe essere che il film di Al Gore ha comportato qualche miglioramento, l’insistenza e la bravura con le quali un loro collega ha provato di avvicinarli a una scomoda verità potrebbe aver trovato tra qualcuno della classe politica la disponibilità di ascoltare.

Un altro ostacolo, descritto ampiamente nella letteratura, è l’orizzonte temporale lungo delle misure in questione che si scontra con le scadenze elettorali e le necessità di presentarsi all’elettorato con dei risultati favorevoli per la propria rielezione. Programmi per migliorare la coibentazione nell’edilizia esistente non si prestano per farsi rieleggere e gli effetti benevoli di una politica restrittiva verso il traffico motorizzato individuale si fanno sentire solo dopo diversi anni, mentre la protesta dei commercianti, degli artigiani ed operatori dei servizi, come anche dei residenti coinvolti, si fa sentire subito e forte.

E infine è la pura profondità della conversione del territorio che mette paura e si incontra con interessi consolidati. La produzione e distribuzione dell’energia, la gestione dei rifiuti, la costruzione e manutenzione delle infrastrutture di trasporto fanno guadagnare molto a pochi e garantiscono a molti un posto di lavoro. Altrimenti sarebbe difficile spiegare l’emergenza perenne dei rifiuti nell’Italia del Sud.

Gli enti pubblici locali e territoriali non riusciranno in grandi numeri e con le proprie forze di superare questi ostacoli di ignoranza, di potenti interessi particolari, del respiro breve delle cadenze elettorali e dalla paura del nuovo per imboccare con una forte volontà politica una strategia del clima. Questa affermazione non piace a chi crede in uno sviluppo decentrato e un ruolo decisivo dei Comuni, delle Province e Regioni per la salvaguardia del clima. E non ci può essere dubbio che oggettivamente questo ruolo esiste. Se la metà del problema delle emissioni di gas clima alteranti nasce con le grandi industrie chimiche, del cemento, dell’acciaio, della carta e con le centrali termoelettriche, l’altra metà ha a che vedere con il residenziale, con la mobilità, l’industria piccola e media, i servizi e con il settore pubblico. In tutti questi ambiti la costruzione e la manutenzione degli edifici, la mobilità nel territorio, la produzione della piccola e media industria e la distribuzione nel territorio i governi locali hanno un ruolo decisivo e in molti ambiti insostituibile.

Se questa descrizione dovesse essere vicina ai fatti diventa una questione non di un municipalismo romantico ma di un’urgenza molto pragmatica di attivare e di attivare velocemente più governi locali possibili per elaborare una strategia del clima.{mospagebreak}

Attivare 1000 Comuni italiani a favore del clima

La politica del clima oggi è terra incognita per il 90% degli attori nella politica e nell’economia. Non solo, richiede anche il ripensamento di paradigmi fondamentali della società industriale degli ultimi 150 anni. Fare di più con meno. O forse mantenere i livelli raggiunti con molto di meno perché bastano. Puntare sulla qualità dello sviluppo, sull’efficienza dei processi.

Parliamo di una spinta iniziale del governo nazionale per far partire una politica del clima dei Comuni. Lo strumento da usare per questo “Quickstart” sarebbe la bussola del clima. Come dobbiamo immaginarci il processo della Bussola del Clima? I comuni elaborano - con il sostegno di promotori qualificati - in due o tre incontri di lavoro tra dirigenti e collaboratori dei vari settori e con l’aiuto di un compendio di misure, un rilevamento dello stato attuale delle attività in atto. Per ogni campo d’azione del compendio (energia, rifiuti, acquisti verdi ecc…) sono elencati i compiti più importanti e i vari livelli d’ambizione dalle semplici misure di partenza a dei programmi ambiziosi e comprensivi. Da questo primo rilevamento dello stato attuale emerge un profilo d’attività oltre alla presentazione di possibili misure più incisive. Questo profilo è il punto di partenza per una strategia del clima, con delle misure che a breve termine porteranno ad una diminuzione verificabile delle emissioni di gas serra per esempio attraverso l’attivazione mirata dei potenziali di risparmio nel patrimonio edilizio dell’ente. Le esperienze da altri paesi dimostrano che attraverso misure preventive e investimenti economicamente convenienti normalmente si possono ridurre le emissioni di un 25%. Inoltre la strategia locale del clima comprende linee programmatiche a medio e lungo termine nella pianificazione urbanistica, nei regolamenti edilizi e nei piani del traffico.

L’Alleanza per il Clima Italia propone di applicare questo metodo su 1000 comuni italiani. Se ipotizziamo un costo di 5000 Euro a Comune il costo complessivo ammonterà a 5 milioni di Euro. Il risultato della misura sarà di allargare e di allargare di molto il gruppo degli enti locali capaci di agire a favore del clima. Chi oggi cerca indviduare i comuni, le province e regioni attivi per la salvaguardia del clima, si rende conto che si tratta di un piccolo gruppo di fronte alla stragrande maggioranza che non ha idee o idee molto vaghe su come impostare una politica del clima a livello locale. Tutte le altre proposte che oggi sono in tavola per aumentare le capacità di progettazione e di intervento operativo degli enti locali – l’Alleanza per il Clima propone l’incentivazione di pacchetti di misure sul modello olandese, il Kyoto Club propone di inserire gli enti locali in uno schema di emission trading – queste ed altre proposte già presuppongono l’esistenza di soggetti istituzionali consapevoli del problema clima e del rapporto con il proprio agire. Questi soggetti ad oggi non esistono. Cambiare questa situazione va oltre le possibilità delle reti attive nel campo e richiede uno sforzo a livello nazionale.

Per attivare mille comuni a favore del clima occorre l’autorevolezza e l’incisività del governo nazionale. Chiediamo quindi l’inserimento nella Finanziaria 2008 di una misura “1000 Comuni per il Clima” che offre ai Comuni interessati un percorso di indagine/programmazione per una strategia del clima secondo il metodo “Bussola del Clima”. L’esecuzione del programma sarà da affidare alle organizzazioni attive nel campo, secondo le regole stabilite. La proposta ha trovato un orientamento positivo tra molti colleghe e colleghi delle altre reti. Siamo convinti del suo potenziale di allargare qualitativamente il gruppo degli attori capaci di svolgere un ruolo attivo per rispondere agli obblighi di Kyoto e affrontare la minaccia dei cambiamenti climatici.

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