Quasi un anno fa - nell’ottobre 2006 - anche grazie alle informazioni ricevute attraverso l’Autorità per l’Energia Elettrica e il Gas, lanciammo l’allarme per la disponibilità di gas naturale nel successivo periodo invernale. Fin qui niente di particolarmente originale. La percezione si modificò radicalmente quando riuscimmo ad individuare con chiarezza il responsabile di quella situazione paradossale: l’ENI.

L’Ente, attraverso la controllata (al 100%!) STOGIT, manteneva la capacità di stoccaggio del gas a livelli insufficienti a far fronte a eventuali picchi di fabbisogno invernali; del tipo - per intendersi - delle prime settimane del 2006. Si parlava allora di contenziosi tariffari con la stessa Autorità, la cui mancata soluzione, ovviamente a favore di STOGIT, determinava il blocco delle attività nelle nuove concessioni di stoccaggio.

Fortunatamente, per un regalo del cielo, l’inverno scorso è stato particolarmente mite, e non si sono mai raggiunti picchi di consumo tali da eccedere le capacità di modulazione degli stoccaggi.

Non sempre avremo questa fortuna. Potremmo ritrovarci al freddo e al buio e - bene che vada - a respirare le esalazioni del gasolio con tutti i prezzi economici e sanitari .

Oggi, nel settembre del 2007, col primo pericolo scampato e il secondo in agguato, non è infatti cambiato niente. Si sono però aggiunti elementi importanti, integrati da determinanti informazioni ricevute dalla stessa Autorità energetica.

E’emerso - in particolare - che ENI è concessionaria di ben cinque pozzi di gas naturale praticamente esauriti. Persiste nell’estrazione di quantità irrisorie di materia prima in modo da mantenerli formalmente “produttivi” e quindi indisponibili per gli stoccaggi. Dovrebbe invece cederli a terzi - anche perché il sottosuolo è patrimonio indisponibile dello Stato - e una volta esaurita la concessione, riconsegnarli attraverso procedure trasparenti e anti-monopolistiche per essere riconvertiti verso altri scopi.

Oggi, per mezzo degli stoccaggi di modulazione è possibile coprire picchi di consumo fino a 350 milioni di metri cubi al giorno, contro una quantità massima necessaria di 500 milioni. La questione della sicurezza è tutta qui.

I cinque pozzi ormai esauriti, cui ENI è aggrappata nella speranza di strappare altre elemosine - che peraltro non permetteremmo mai - in che misura potrebbero contribuire alla sicurezza energetica del Paese? Per il 40%! Il quaranta per cento! Significa che facendo ricorso a questi soli cinque pozzi esistenti - e in teoria disponibili anche domani - non avremmo alcuna difficoltà a coprire il fabbisogno di un periodo invernale “siberiano”.

Invece, mentre i gasdotti esistenti e prossimi a entrare in esercizio non avranno difficoltà a coprire l’aumento dagli 86 miliardi di metri cubi l’anno attuali ai 100 miliardi previsti tra il 2010 e il 2012 e a dare anche quella eccedenza necessaria allo sviluppo della concorrenza, siamo presi nel vortice estenuante delle lotte, delle valutazioni e dei ricatti sui rigassificatori. Queste sono fonti di gas molto più costoso, come nell’inopportuno intervento di oggi l’Amministratore Delegato di ENEL, Fulvio Conti, per la prima volta è stato costretto ad ammettere. Si tratta di strutture costrette a essere enormi per poter sopravvivere economicamente, di impianti dall’approvvigionamento assai incerto, utili non tanto per aumentare l’offerta di gas, quanto per fungere da “stoccaggi” pronti (forse) a coprire e punte di consumo invernali.{mospagebreak}

Se si pensa che il gas naturale liquefatto potrebbe servire molto più utilmente per alimentare i veicoli, come fonte efficiente e pulitissima, piuttosto che essere trattato nei rigassificatori e spedito per la gran parte verso destinazione ignota, il quadro dei danni prodotti da ENI diventa sempre più dannatamente chiaro.

Una soluzione alternativa è stata proposta, quella di iniettare gas a pressione molto più alta nei pozzi di stoccaggio esistenti. Opzione prospettata - non a caso - da ENI (STOGIT) per i suoi pozzi. Peccato che all’aumentare della pressione aumentino tutti i rischi, e il nostro Ministero dell’Ambiente - ovviamente - si prende il tempo necessario per effettuare seriamente le dovute valutazioni. Ecco allora pronto nel cassetto l’improvvido rivolgimento delle colpe, lo stigma dell’infamia da addossare agli ecologisti perché non darebbero a tempo di record il via libera a un’operazione - quella degli stoccaggi ad alta pressione - avventurosa, inutile, pericolosa e monopolistica.

A questa situazione paradossale si aggiunge a questo punto la posizione del nostro ENEL, il secondo oligarca nazionale. Ostacolo da sempre a tutte le forme di produzione rinnovabile, oggi riesce ancora a sabotare con una scientifica azione di “guerriglia” - rallentando ad arte e sistematicamente il rilascio dei preventivi per le connessioni alla rete e gli stessi allacci, soprattutto nei confronti dei soggetti più deboli - quelle decine di migliaia di famiglie e piccole imprese che hanno deciso di produrre in proprio l’energia di cui abbisognano (per esempio con il fotovoltaico, che i Verdi hanno reso centrale nella politica energetica nazionale).

L’Enel è incredibilmente rimasto monopolista anche dell’energia geotermica. In zone come il monte Amiata, enorme ricchezza per il Paese, sta definitivamente affossando questa straordinaria fonte energetica nelle fuoruscite tossiche e maleodoranti, pur di non affrontare il passaggio a nuove tecnologie perfettamente disponibili, molto più efficienti e soprattutto prive di emissioni.

Chiederemo quindi immediatamente un incontro all’Antitrust - Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato - per costringere soggetti privati a tutti gli effetti, particolarmente dannosi come gli “squali” ENI e ENEL a mollare la presa da patrimoni di tutti come le “trappole geologiche” ormai prive di gas (con le quali il nostro Paese potrebbe da domani mettersi al sicuro), la geotermia, il grande idroelettrico. Questo per permettere al nostro paese di emanciparsi da posizioni che sono di ostacolo allo sviluppo delle fonti rinnovabili, vera garanzia di sicurezza ed economicità.

L’amministratore delegato dell’ENEL Fulvio Conti ha deciso di fare politica, attaccando gratuitamente e in via esclusiva il Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare, addebitando al dicastero di Alfonso Pecoraro Scanio le responsabilità per la presunta insufficienza delle risorse energetiche.

Quale credibilità, caro Conti, ti è rimasta per occupare una poltrona di quel livello? Il Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare svolge semplicemente il suo lavoro. E’ suo dovere rivolgere finalmente l’adeguata attenzione alle priorità dell’ambiente, della salvaguardia della salute e della sicurezza. Sarai tu invece a dovertene andare, insieme al tuo collega e “maestro” Scaroni, causa della incredibile e disastrosa avventura petrolifera di Kashagan sul mar Caspio, scelte che rischiano di costare allo Stato Italiano molto più della più dura Legge Finanziaria degli ultimi decenni.

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